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Segno del leone (Il) - Signe du Lion (Le)

Regia:Eric Rohmer
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Number One Video
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Paul Gegauff, Eric Rohmer
Fotografia:Nicolas Hayer
Musiche:Louis Saguer
Montaggio:Anne Marie Cotret
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Jess Hahn (Pierre Wesselrin), Michele Girardon (Dominique Laurent), Van Doude (Jean François), Paul Bisciglia (Willy), Gilbert Edard (Michel Caron), Christian Alers (Philippe), Paul Crauchet (Fred), Jill Olivier (Cathy), Sophie Perrault (Chris)
Produzione:Ajym Films (Claude Chabrol)
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Francia
Anno:1959
Durata:

100’

Trama:

Un destino bizzarro e vendicativo traccia per le strade di Parigi un tormentato percorso che segue il divenire del musicista Pierre Wesselrin, da destinatario di un'ingente eredità a povero clochard in preda alla disperazione.

Critica 1:Pierre (J. Hahn), pittore squattrinato che fa la bohème a Parigi, crede di avere ereditato una grossa somma. Non è vero: l'eredità è toccata a un suo cugino. Si lascia andare nella metropoli deserta di agosto, fa amicizia con un barbone pittoresco, scivola lentamente verso la degradazione fisica e morale finché la sorte cambia: morto il cugino in un incidente d'auto, l'eredità gli spetta. Da una storia che, a leggerla, potrebbe essere raccontata in cadenze di commedia ironica, l'esordiente E. Rohmer (1920) il più anziano, con il coetaneo Doniol-Valcroze, dei registi francesi aggregati alla Nouvelle Vague ha cavato un film lento, minaccioso, non poco angoscioso, dominato dall'ossessiva presenza della pietra e del marmo, che conta più per l'atmosfera di una Parigi sporca, svuotata e assolata che per i personaggi. Oltre a J.-L. Godard, s'intravedono Stéphane Audran e Macha Méril. Prodotto da Claude Chabrol.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Pierre Wesselrin, musicista e compositore americano, vive a Parigi nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés. Il mattino del 22 giugno viene svegliato da un postino che gli consegna la comunicazione di un notaio: una ricca zia è morta ed egli eredita le sue ingenti sostanze insieme a un cugino. Pierre, del tutto disinteressato alla scomparsa della parente, è invece molto lieto per la notizia dell’eredità. Decide così di organizzare una festa. Ma non ha denaro e telefona quindi all’amico giornalista Jean-François (lavora a «Paris Match») a cui chiede un prestito di 50.000 franchi. La festa, a cui partecipa un ristretto gruppo di amici, non è particolarmente fasto-sa: qualche bottiglia, dei salumi e del pane costituiscono il banchetto. Pierre apprende di lì a poco di essere stato sfrattato ma non ha motivo di preoccuparsi. Il giorno successivo Jean-François parte, inviato dal giornale, per Assi-Nassau.
13 luglio. Jean-François rientra a Parigi ma di Pierre sembrano non esserci tracce. Si sa solo che è stato diseredato dalla zia ed è andato a vivere all’Hòtel de Seme. Non c’è però una particolare voglia di cercarlo. Le vacanze incombono e al solo Jean-François sembra stare veramente a cuore la sorte dell’amico. Il giornalista deve però ripartire per l’estero.
14 luglio, festa nazionale. Pierre è costretto a vendere i propri libri e a chiedere un prestito di 10.000 franchi a un amico. Tutto questo non basta per tacitare le richieste della padrona dell’hotel. Quando Pierre, che si è macchiato i pantaloni con l’olio di una scatola di sardine, esce per andare ad acquistare uno smacchiatore viene privato della chiave della camera. Ora il musicista non possiede altro che quello che indossa e deve cominciare a dormire all’aperto.
Il giorno successivo sembra giungere l’indicazione giusta: a Nanterre c’è qualcuno che potrebbe dargli un lavoro, anche se non dei più puliti. La persona però è assente da casa e Pierre, che ha perso il biglietto del metrò, deve tornare in città a piedi, affamato e sotto un sole cocente. Tenta di rubare del cibo al mercato ma viene sorpreso e malmenato. Il fortunato ritrovamento di sei franchi gli consente di acquistare del pane. La disperazione sta per impadronirsi del musicista, che è ormai entrato di diritto nel mondo dei clochard. È stato infatti preso sotto tutela da un mendicante veterano che lo porta in giro in una carrozzella e organizza con lui penosi sketch in cui gli è affidato il ruolo di un barone decaduto. Pierre non sa che molte cose sono nel frattempo mutate: suo cugino è morto in un incidente stradale e ora l’eredità spetta di diritto e per intero a lui. Anche la stampa ha preso a interessarsi al caso. Jean-François è ora più che mai alla ricerca dell’amico che ritrova casualmente mentre si sta esibendo al violino, per ottenere qualche spicciolo. Ricevuta la lieta notizia, e caricato in auto da Jean-François, l’ormai ricco Pierre invita tutti a fare festa con lui.
Il primo lungometraggio di Rohmer ha tutte le caratteristiche dell’opera d’esordio in cui si condensano, consapevolmente o no, segni, tracce, anticipazioni del cinema a venire e, al contrario, temi e situazioni che verranno da quel momento in poi definitivamente archiviati. Realizzato in sette settimane, con la produzione di Claude Chabrol, il film costa 35 milioni di franchi (somma che equivale al budget di un film medio-basso di quegli anni), un’enormità se la si paragona a quanto Rohmer impiegherà per realizzare i film successivi. Girato in interni ed esterni naturali e con la partecipazione (che oggi si definirebbe “amichevole”) di alcuni componenti dell’équipe dei «Cahiers», Le signe du Lion (Il segno del Leone) ha più di un problema con la distribuzione ed esce a Parigi solo tre anni dopo la sua realizzazione, rimanendo in cartellone per poche settimane.
Due camera car dal movimento opposto aprono il film. Il primo è costituito da un lento avanzare (in una soggettiva impersonale) di un’imbarcazione sulle acque della Senna sino a scoprire sullo sfondo l’inconfondibile sagoma delle due torri di Nôtre Dame. Il secondo è invece un veloce movimento “a precedere” che ci mostra, tenendo sempre sullo sfondo le due torri, l’arrivo di un postino dinanzi al portone della casa in cui abita il protagonista. Rohmer ci ha già fornito così delle coordinate topologiche ma anche due degli elementi narrativi che contraddistingueranno Il segno del Leone. Da un lato la velocità con cui la situazione di Pierre precipita e, dall’altro, la lentezza con cui i suoi amici inizialmente lo cercano e riescono poi a rintracciarlo per comunicargli il repentino mutamento di fronte sul piano ereditario. Se lo si raffronta poi con le immagini fisse della costellazione del Leone (con il loro “silenzio dell’infinito” pascaliano) che chiudono il film, questo incipit diviene particolarmente significativo. Vengono da subito delineate la fluidità “acquatica” di una narrazione sempre capace di conservare vigile, anche nelle opere apparentemente meno elaborate come Incontri a Parigi, lo sguardo dello spettatore e la presenza determinante di una protagonista “scritturata” tutte le volte in cui è possibile: Parigi. La città viene da subito declinata nelle sue vie, piazze, lungo-senna; marcata da numeri civici, da negozi, da nomi di hotel. Mai come in questo caso però siamo al contempo nella Ville Lumière e in un microcosmo in cui (diversamente da quanto accade nell’universo) si possono misurare quasi tangibilmente le prossimità spazio-temporali e le distanze sociali. Pierre vaga a lungo nel quartiere che lo ha visto flaneur a tempo pieno e che assiste al suo sprofondare nella miseria più assoluta. Quanto più è contiguo ai luoghi abituali di ritrovo con gli amici (vedi le sue esibizioni in coppia da clochard) tanto più sembra destinato ad allontanarsene sul piano della condivisione di una condizione socio-economica ed esistenziale. All’inizio, dinanzi all’impossibilità di festeggiare adeguatamente l’improvvisa fortuna a causa dell’assenza di parte degli amici, aveva affermato di essere disposto a invitare anche i clochard. Ora è divenuto uno di loro.
« Ces pierres, ces pierres!» esclama il protagonista in uno dei momenti di più profonda disperazione. Il gioco di assonanze con il suo nome di battesimo è evidente e significativo. Le pietre di una città che gli appare ormai come sporca e nemica (distante anni luce dalla Parigi rohmeriana del futuro, del tutto impermeabile anche a fenomeni socialmente vistosi come, ad esempio, quello dell’immigrazione nordafricana) divengono uno specchio opaco per questo Pierre, la cui impotenza creativa si è sommata a una pesantezza che da fisica (per trovare un altro protagonista che riempia in modo così imponente lo schermo rohmeriano dovremo giungere al Tchéky Karyo di Le notti della luna piena) si fa psichica come percezione di sé ormai compromessa. Il doppio stacco dall’alto sulla città che sembra aver ormai assorbito e metabolizzato Wesselrin segna poi in modo visibile una paternità nei confronti delle metropoli disumane di tanto cinema europeo degli anni Sessanta.
Autore critica:Giancarlo Zappoli
Fonte critica:mymovies.it
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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