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Gruppo di famiglia in un interno -

Regia:Luchino Visconti
Vietato:No
Video:Deltavideo
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Enrico Medioli
Sceneggiatura:Suso Cecchi D'Amico, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Fotografia:Pasqualino De Santis
Musiche:Franco Mannino; brani da “Vorrei spiegarvi”, “Oh Dio” e dalla “Sinfonia Concertante” di Wolfagang Amadeus Mozart
Montaggio:Ruggero Mastroianni
Scenografia:Mario Garbuglia
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Helmut Berger (Konrad),Claudia Cardinale (moglie professore),Elvira Cortese(la governante), Philippe Hersent, Burt Lancaster (il rofessore),Silvana Mangano (Bianca Brumonti),Claudia Marsani (Lietta), Dominique Sanda (madre del professore), Stefano Patrizi (Stefano), Romolo Valli (avvocato)
Produzione:Rusconi (Roma) - Gaumont International (Parigi)
Distribuzione:Cineteca Nazionale
Origine:Italia
Anno:1974
Durata:

125’

Trama:

Un professore di scienze americano che ha ereditato dalla madre italiana un antico palazzo in Roma, vive pressochè barricato nel suo appartamento ricolmo soprattutto di quei quadretti di famiglia che gli inglesi chiamano "Conversation pieces". Da quando si è accorto che la scienza, impiegata oggi giorno in funzione della tecnologia piu' alienante, coopera al disgregamento totale, si è rinchiuso tra libri e documenti d'arte, in egoistica meditazione sui valori della vita e dell'uomo. Un giorno la Marchesa Bianca Brumonti, decisa a regalarlo al suo giovane amante Conrad, decide di acquistare e di modemizzare l'appartamento del piano di sopra; lo ottiene un po' con l'inganno e un po' con la prepotenza. Prima urtato e poi pressochè rivitalizzato dall'intrusione di Arietta, figlia di Bianca, di Stefano, compagno di Arietta, e di Conrad, amante e mantenuto, già esponente del Movimento Studentesco del '68, il professore ne accetta la rumorosa e talvolta scandalosa "intrusione". Quando l'equilibrio della stranissima ed eterogenea "famiglia" che si è formata si dimostra insostenibile, tenta di reagire: ma la solitudine amata diviene pesante ed amara.

Critica 1:Sorprendendo i suoi compagni, ad un certo punto Luchino Visconti instaura una sorta di autobiografia critica, rivolta verso le storie della propria classe.
Traditore di una ufficialità retorica, Visconti si apre così verso canali di cultura capaci di proporre interni aristocratici vissuti al centro del proprio cuore.
Autore critica:
Fonte criticawww.cinemaitaliano.com
Data critica:



Critica 2:Il fiato della morte, l’insufficienza dell’arte a riempire la solitudine dell’uomo, il rimpianto di paternità non concesse, e nei giovani la ricerca del padre, il fascino che il male e il bene esercitano su chi non li possiede... Ancora: l’inevitabile disfarsi di quel nucleo sociale che fu la famiglia, la confusa realtà storica che attraversano l’Italia e l’Europa, e finalmente l’antico, immedicabile pessimismo sul destino degli uomini, sulla loro impotenza ad amare, riassunto nell’ironico rinvio del titolo a un modello sociale, e a un genere di pittura, la conversation pièce, sepolti nei secoli senza recupero. Quante cose, e quanto malinconiche, ha messo Visconti in quello che forse resterà uno dei suoi film più personali, certamente più sinceri. Troppe? Ma non c’è da dolersi che la limpidità dell’assunto vada a scapito della potenza drammatica con cui il film dice l’angoscia di Visconti, portavoce fra i più illustri d’una famiglia di autori che si è formata nel clima del decadentismo, e fa consistere la virtù dell’arte nella rappresentazione critica d’una catastrofe cui concorrono storia, morale e società.
A chi chieda se il film tradisca le stanchezze di un uomo malato si risponde di no. Accade il contrario: che Visconti, rinunciando ai languori di un estetismo da capezzale e alle fughe letterarie, entri con furiosa fantasia nel cuore dell’epoca, e la svisceri e la batta. L’esito di questa sorta di colluttazione può lasciarci insoddisfatti, per un sospetto di fatalismo che sembra governarla, ma indubbia è la parte che il razionale Visconti continua ad assegnare alla forza della passione nell’inverarsi dei destini umani. Un vinto non ha quest’occhio caldo e questa mano prensile.
A Roma, oggi. Un ricco professore sui sessanta, americano di madre italiana, vive tutto solo, custodito da una anziana governante, nel suo antico palazzo del centro. Del suo passato si sa poco: che il suo matrimonio non fu felice, che lasciò gli studi scientifici, che venne in Italia con la guerra. Misantropo, insofferente di genti e modi volgari, si divide fra la sua bella collezione di quadri antichi, la buona musica, dotte letture. A turbarne la pace felpata irrompe una sconosciuta (la chiamano marchesa), Bianca Brumonti, elegante e bella, ma indiscreta fino all’arroganza, sboccata fino al turpiloquio, che pretende di avere in affitto l’appartamento superiore a quello in cui abita il professore. Non per sé, come il padrone di casa a poco a poco viene scoprendo, ma per il suo giovane e squattrinato amante, un Konrad già coinvolto a Berlino nei moti studenteschi del ‘68. Il professore diffida: quella gente non gli piace, e minaccia di portare disordine nella sua vita. Tuttavia, galeotto un quadro prezioso offertogli in pegno, non sa dire di no. Né sa come difendersi quando capisce che la casa serve anche agli incontri fra Konrad, la figlia della Brumonti, Lietta, e il «fidanzato» di Lietta, figlio d’un industriale: tre giovani sciagurati che, tacitamente consenziente la madre, si drogano e s’amano in turpi connubi.
L’appartamento è semidistrutto da brutali lavori di ripristino, e persino la collezione del professore è in pericolo, ma l’uomo passa col tempo dallo sdegno allo stupore: scopre un mondo ignorato, che detesta ma di cui avverte il fascino impensato. Sicché col tempo allenta la guardia, quasi complice dei suoi ospiti rumorosi: Konrad gli si rivela, fra le righe, colto e sensibile, Lietta piuttosto una bimba viziata che una precoce canaglia, la madre una fragile vittima della sensualità. È, la loro, una umanità corrotta e perversa, ma proprio per ciò ricca di umori e vibrante di affetti, ben differente dalle composte pitture affisse alle pareti e dalle pagine ben rilegate della biblioteca. La verità della vita sta per spazzare i sogni dell’arte? L’aquila solitaria invidia i corvi?
Caduto nell’inganno, il professore ora è incuriosito e pietoso, di loro e di sé (e loro di lui). Quando Konrad viene aggredito dai teppisti per un affare di droga lo assiste e lo nasconde in una camera segreta, e non protesta quando sorprende i tre giovani intesi ai loro giochi impudichi; nega alla polizia il proprio aiuto; accetta che l’appartamento di sopra venga trasformato... E invano, quando la nausea torna ad avere il sopravvento, cerca di racchiudersi nel suo guscio tranquillo: la paura della solitudine è così forte che i suoi libri e i suoi quadri ormai sono muti. Accarezza persino l’idea di far vita in comune coi suoi coinquilini, di considerarli la sua famiglia. Sembrano, seppure con una morale e un comportamento tanto lontani dai suoi, così uniti, così vicini; e, altre volte, così indifesi, così bisognosi di soccorso: potrà essere il padre che cercano, e loro i figli che non ha avuto.
Invece viene il momento della verità. La cena che fingeva la nascita della famiglia si trasforma in una rissa. Gli ospiti si sbranano a vicenda. La melma viene a galla, volano cazzotti e ingiurie; l’odio e il disprezzo si rivelano la radice di mille infamie. Konrad morirà tragicamente, forse suicida. Il vecchio dovrà discolparsi. «Mi avete bruscamente svegliato da un sonno profondo», dirà ma impotente a restituire una parvenza di ordine al mondo che lo ha aggredito e illuso, a riconquistare la pace. Anche per lui la morte è vicina: non gli resta che misurare nelle lacrime la durezza dello scontro avuto con una realtà dove tutto si disfa, anche il dolore, e l’amore è un germe di corruzione.
Al pessimismo della ragione, Visconti non contrappone più, come nell’età verde, l’ottimismo della volontà. Testimone di una generazione lacerata dai complessi di colpa, che ha vissuto (è una battuta-chiave del film) l’impossibilità dell’equilibrio fra politica e morale, Visconti afferma che il prezzo del progresso è la distruzione: non soltanto dei sistemi e delle classi nelle cui mani è il potere e il metro del bello e del buono (essi si autodemoliscono giorno per giorno) ma della stessa utopia di un amore universale, d’una fiducia nel valore positivo della protesta, troppo compromessa per essere credibile. Cosa significano la tragica consapevolezza raggiunta dal professore e la morte di Konrad, l’ex studente del ‘68 che forse redento dall’esempio di pulizia offertogli dal vecchio ha cercato di salvarsi l’anima denunciando le trame golpiste del marito della sua amante? Significano che il mondo di oggi non accetta più trucchi camuffati da crisi di coscienza: chi ha giocato con se stesso viene sommerso dal diluvio. E tutti, più o meno, vi sono coinvolti.
Amarissimo ritratto di una sofferenza in cui anche si manifesta il tramonto della libertà, il film racconta questa tragedia, biologica e storica, con un senso insieme classico e moderno della drammaturgia. Definiti strada facendo i caratteri, e lasciando loro intorno una larga zona di inespresso (i flash-backs sulla madre e la moglie del professore sono spie subito chiuse), Visconti si dedica con costante puntiglio all’analisi critica dei personaggi, dei conflitti e delle loro ambiguità socio-culturali. Le sue simpatie non vanno, come potrebbe sembrare, al professore, murato nel miraggio dell’autosufficienza: semmai a Konrad, il più denso e infelice. L’immagine che offre del gruppo riecheggia il gusto del teatro espressionista, con le consuete inflessioni melodrammatiche, ma non per questo manca di concretezza. Più luoghi hanno un’intensità di accenti e ricchezza di prospettive psicologiche (anche tocchi di humour) che appartengono al Visconti migliore. I riferimenti alla cronaca degli ultimi mesi sono un po’ forzosi, e nella seconda metà contorsionismi e capziosità sono addebitabili alla sceneggiatura (Visconti, Suso Cecchi D’Amico, Enrico Medioli: quest’ultimo autore del soggetto), ma il film nel suo insieme dirà bene ai posteri come e perché agli intellettuali di tradizione liberale sembrò che gli anni Settanta bruciassero nell’esasperata convulsione dei rapporti personali le ultime stoppie della ragione, talché non rimasero che lamenti. Al pubblico d’oggi dice con quanto accorato vigore artisti quali Visconti si sentano partecipi del dramma, e nel rappresentarlo anche si giudichino.
Gruppo di famiglia in un interno è una di quelle opere complesse di fronte alle quali il recensore torna a verificare l’insufficienza dei propri strumenti e dei propri spazi. Lo spettatore sensibile e attento, integrandone i cenni, vorrà valutare, insieme all’apporto dello scenografo Garbuglia, del fotografo de Santis, del musicista Mannino, la coerente utilizzazione degli interpreti, scelti in modo da riflettere anche nella recitazione il confronto tra un mondo di pacate apparenze ma nascoste inquietudini (un Burt Lancaster sulla soglia dell’accademia) e un universo di cupe e brutali nevrosi, che ha i suoi campioni nel duttile Helmut Berger e nella stavolta sovraccarica Silvana Mangano. In rapide apparizioni, Claudia Cardinale e Dominique Sanda. E arredi di lusso, ovviamente, e belle toilettes: spettacolo pieno.
Autore critica:Giovanni Grazzini
Fonte critica:Corriere della Sera
Data critica:

11/12/1974

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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