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Re per una notte - King of Comedy (The)

Regia:Martin Scorsese
Vietato:No
Video:Videopiù Entertainment, Multivision
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Mass media
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Paul D. Zimmerman
Sceneggiatura:Paul D. Zimmerman
Fotografia:Fred Schuler
Musiche:Robbie Robertson
Montaggio:Thelma Schoonmaker
Scenografia:Boris Leven
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Robert De Niro, Jerry Lewis, Diahnne Abbott, Sandra Bernhard, Ed Herlihy
Produzione:Embassy International Film
Distribuzione:Cineteca dell'Aquila
Origine:Usa
Anno:1982
Durata:

109'

Trama:

Rupert Pupkin, aspirante divo, passa la sua vita a preparare spettacoli che sogna di poter interpretare, prima o poi, alla televisione. Un giorno riesce a salire sulla macchina del suo idolo, Jerry Langford, chiedendogli di poter partecipare al suo show. Langford, per liberarsene, lo invita a telefonargli in ufficio. Da questo momento, per Rupert, è tutto fatto, e comincia così il suo assedio a Langford, ovviamente senza alcun esito. Dopo aver subìto, alla presenza della ragazza che lui corteggia, l'ultima umiliante disillusione, Rupert cambia tattica. Con l'aiuto di Masha, un'altra "fan" di Jerry un po' squilibrata, rapisce il divo e chiede alla casa di produzione, in cambio di Langford, dieci minuti di esibizione. Il piano riesce, anche se, quando termina lo show, Pupkin viene subito arrestato. Ma il successo personale ottenuto, il grande clamore dell'avvenimento, e l'abile sfruttamento della situazione da parte dei mass-media tengono desto l'interesse per l'ingenuo Rupert anche quando questi si trova dietro le sbarre; cosicchè, scontata la pena, quando Rupert uscirà di prigione troverà ad attenderlo i riflettori della celebrità tutti puntati su di lui.

Critica 1:Convinto di essere un grande comico misconosciuto, giovanotto sequestra un celebre presentatore televisivo con l'aiuto di un'amichetta, squinternata e fanatica come lui, per costringerlo a dargli spazio nel suo show. Sei anni di carcere, ma va in prima pagina. De Niro sopra le righe e Lewis sotto in questa livida commedia impregnata di tristezza nera e di malinconiche riflessioni sulla paranoia, i riti tribali di massa, il feroce rampantismo della gente in TV. Un insuccesso che fa onore a Scorsese.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Da Littie ltaly a Times Square: Scorsese sposta solo di pochi blocks il luogo dei suoi esterni. E meno ancora cambia fisionomia al suo protagonista. L'aspirante showman Rupert Pupkin ha fatto nel passato il taxi driver: uguali restano il fanatismo, la determinazione, l'alienazione. La scelta di De Niro non è casuale. Come il tassista Travis, anche il protagonista di Re per una notte è la nemesi creata dalle anomalie della società che lo circonda. Rupert vive la versione alienata e malinconica dei sogno americano dei trenta-quarantenni, la prima generazione allevata con il televisore acceso. Questo sogno non è più quello d'essere ricco, bensì quello d'essere visto e riconosciuto dalle folle. Lo si realizza diventando presidente. Oppure uccidendo il presidente. Oppure, a minor prezzo, con un passaggio in tv. Il successo, tranne che a Wall Street, non si registra più in milioni di dollari, ma in indici d'ascolto.
Rupert vive in un bunker-studio televisivo in cui campeggiano i ritratti al naturale dei divi più acclamati e una gigantografia dei pubblico. è la creatura generata dai media. Quando, verso il finale dei film, registrata finalmente la sua partecipazione allo show, richiama l'attenzione degli avventori di un bar sulla differita dello spettacolo, sale sul banco di mescita per affiancare il televisore e si inchina di fronte all'immagine che questo gli rilancia: quanto a sé ragiona solo in termini di incarnazione di un'apparenza.
Rupert vive isolato nel suo studio come Travis nella sua camera, monologa col registratore come quello con il diario. Entrambi sono privi di vita sessuale o hanno con le donne rapporti astratti. Le loro emozioni sono inautentiche perchè essi sono incapaci di emozioni. Quando Rupert convince Rita, la barista, a uscire con lui - e sono passati quindici anni dal loro primo incontro - è perché vuole comporre nella villa di Jerry il triangolo dei suoi sogni e delle sue frustrazioni. Ma di questo triangolo la donna è di gran lunga il lato meno importante. La sua presenza è decorativa (Rita è anche una coloured) e destinata preferibilmente a restare muta. L'idea dei matrimonio per Rupert - come illustra una bellissima scena - è quella di un grande show da viversi di fronte alle telecamere per la sorpresa dei telespettatori. Anche Rupert, come Travis, vive in una castità monacale, vittima della sua follia. E questa follia è sempre meno arginabile: si chiamava furore in Taxi Driver, si chiama idolatria in Re per una notte.
L'aspirante showman è un assassino come il tassista reduce dal Vietnam. Si limita però ad uccidere spiritualmente: distrugge il già precario equilibrio di Jerry, invade la vita di Rita per mettere in scena anche un personaggio femminile, recide i rapporti con la sua famiglia (la madre è ormai soltanto una voce). Ma soprattutto esercita questa violenza omicida su di sé: uccide ogni relazione personale sull'altare della sua ambizione e della sua schizofrenia, nega la realtà a favore dell'apparenza. Nel già citato faccia a faccia al bar tra Rupert e l'immagine televisiva di Rupert, suggerisce di vedere il teleschermo, dei quale si ritiene soltanto uno specchio.
La realtà ai margini della patologia degli entertainers televisivi, dei millantatori alla ricerca di un pubblico, delle folle fanatizzate dall'assordante organizzazione dei consenso suggerisce a Scorsese il suo film più pessimista. Rupert non si ribella di fronte a questa società unidimensionale perché non concepisce spazi al di fuori di essa. Ogni suo atto è destinato a penetrare più profondamente questa società. Rupert non ha la speranza di Alice di costruirsi una nuova vita. Non si incammina come il pugile La Motta sulla strada della redenzione. A differenza di Charlie, il protagonista di Mean Streets che lavora per lo zio gangster, non vuole evadere dai suo mondo. Tutto l'orizzonte di Re per una notte è avvolto dalle tenebre. Non c'è satira né parodia, solo uno scrupoloso realismo che ci restituisce senza intermediazioni (siamo agli antipodi della favola agrodolce di New York, New York) l'immagine cruda dello show-business, un mondo popolato di mediocri, perdenti, idioti.
Nella folla che attende Jerry all'uscita dello studio televisivo ci sono certamente altri Rupert, soltanto meno dotati di lui di audacia e perseveranza. E c'è Masha, non meno determinata di Rupert a realizzare il proprio piano: un piano che non la vede intenta a conquistare la celebrità, ma a possedere, anche se solo per una notte, il suo idolo. La marginalità di Rupert non è quindi conseguenza di un'inesistente devianza, ma della pervicacia con cui vuole raggiungere la sua meta. Il mondo di Re per una notte non è quindi il mondo dei diversi, oggetto di frequenti attenzioni da parte di Scorsese, ma, al contrario, quello dell'uniformizzazione degli individui, conseguente all'uniformizzazione delle idee. E anche dall'altra parte della barricata - cioè della telecamera - la situazione non si prospetta più rassicurante. Jerry Langford ha forma e sostanza di un manichino. Di lui non si sa nulla, né come uomo né come divo. Tra le pareti domestiche, in una casa anonima e spersonalizzata, s'aggira inerte e trasparente. Nello studio è un fantasma perseguitato da altri fantasmi cui deve il successo e cui dovrà il tramonto. Non prende mai decisioni, non ascolta il nastro di Rupert, non è creduto al telefono quando si annuncia. Solo una volta, vittima del rapimento e oltraggiato dal dover indossare il golf rosso che gli ha confezionato la sua carceriera, lancia un segno di riscontro. Esprime furore e odio. In lui l'umanità (forse) non si è ancora spenta.
Quest'universo unidimensionale, disperato, illuminato dai riflettori solo dove i riflettori vengono indirizzati, viene ritratto da Scorsese senza il calore e la febbre che altre volte aveva impresso ai suoi film. Si può dire che il regista, alle prese con questi personaggi del mondo dello spettacolo che vivono in un perenne stadio infantile, abbia voluto negare se stesso come autore ricco di esperienza e di cultura. Saggi di bravura e atti d'amore verso il cinema Scorsese ce li ha dati attraverso una carriera già lunga quasi senza soluzione di continuità. Il cinema per lui è stato una relazione con tanti padre putativi dei quali si è fatto, volta a volta, imitatore, citatore, interprete. Con Re per una notte abbandona il passato, recide il cordone ombelicale con la storia del cinema: dall'adolescenza passa alla maturità, dal rapporto con il padre approda al l'emancipazione. Questo film, meditato attraverso parecchi anni, quasi a misurarne complessità e implicazioni, di tutte le opere di Scorsese è quella che si avvicina di più a una narrazione tradizionale, nella quale le preoccupazioni dell'autore si trasferiscono dal come del racconto al suo contenuto. L'illuminazione e il movimento della macchina da presa rispettano la regola d'oro della commedia: leggibilità costante del campo. Solo la scelta dei colori tradisce ancora l'antica vocazione iperrealistica. Quello che conta diventa la composizione dell'inquadratura. La macchina da presa si muove solo se i personaggi si muovono.

Questa linearità di scrittura è anche il frutto di un distacco o dell'autore dalle sue ossessioni. Scorsese si rispecchia parte in Rupert parte in Jerry, consapevole sempre che il personaggio non è chiamato ad esprimere compiutamente l'autore. Eccolo dunque ora tenero e ironico ora giudice, capace di vedere Rupert con gli occhi di Jerry e Jerry con gli occhi di Rupert, sicuro nel definire l'innocenza criminale dell'aspirante showman e la triste solitudine dei personaggio famoso. Anziché guidare lo spettatore nel labirinto delle sue emozioni e dei suoi fantasmi, Scorsese affida ai personaggi il senso dei film e li lascia soli con i loro gesti e le loro parole.
Il disegno dei regista ha naturalmente un prezzo. Re per una notte, anche per l'assenza dello sceneggiatore di fiducia Paul Schrader, ignora il discorso autoanalitico della maggior e miglior parte dell'opera del regista. Rappresenta una rinuncia, peraltro forse provvisoria (Scorsese sta oggi lavorando a The Last Temptation of Christ che Schrader ha tratto dall'opera di Kazantzaki), che sottolinea una capacità di rinnovamento della quale Scorsese, unico tra i “giovani” autori dei cinema americano, non aveva ancora dato convincente prova. E che però si traduce anche nella perdita di un'impostazione metaforica e in un impoverimento di certi temi ricorrenti nell'opera del regista e che quest'ultimo film poteva sollevare da nuove e più distaccate angolazioni: la presenza condizionante della metropoli sul livellamento degli individui, la componente etnico-razziale nel mondo dello spettacolo, la visione morale di fronte al mito dei successo. A differenza degli altri film di Scorsese che erano aperti alla speranza, assertori di una missione dell'artista nella difesa dei valori puri della società, Re per una notte si rivela impregnato di pessimismo cosmico. Ma non trae da questo elemento la sua forza. Al regista sembra mancare la capacità di andare oltre la sua storia. E così il ritratto di questo mondo non diventa mai tragico, distruttore, nero. Non vibra di collera muta. Gli elementi drammaturgici non si fondono assieme. Tradito da una regia accademica e dal calo della tensione morale dell'autore, il film non assurge a espressione della crisi e dell'inquietudine esistenziale della società americana.
Autore critica:G. Rinaldi
Fonte critica:Cineforum n. 228
Data critica:

10/1983

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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A cura di: Redazione Internet
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