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Colors - colori di guerra - Colors

Regia:Dennis Hopper
Vietato:No
Video:Columbia Tri Star Home Video
DVD:
Genere:Poliziesco
Tipologia:Disagio giovanile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Richard Dilello, Michael Shiffer
Sceneggiatura:Michael Shiffer
Fotografia:Haskell Wexler
Musiche:Herbie Hancock, Ice T
Montaggio:Robert Estrin
Scenografia:Ron Foreman
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Randy Brooks, Grand L. Bush, Don Cheadle, Maria Conchita Alonso, Robert Duvall, Gerardo Mejia, Sean Penn, Glenn Plummer, Trinidad Silva
Produzione:Robert H. Solo/Orion
Distribuzione:Cdi
Origine:Usa
Anno:1987
Durata:

120'

Trama:

A Los Angeles imperversano due bande criminali di giovani neri e sudamericani che causano decine di morti: di fronte a queste vicende la polizia è quasi impotente sia per l'insufficiente numero di agenti impegnati sia per la ferocia degli scontri. Tra le pattuglie assegnate a controllare la situazione c'è quella formata dall'anziano Bob Hodges e da Danny McGavin, giovane impulsivo. Bob cerca di far capire a Danny che il sistema migliore per trattare con quella gente è la calma, la tolleranza. Intanto la guerra tra bande si fa cruenta e micidiale e aumentano i morti tra i due gruppi predominanti, i Blood e i Crips, che vogliono avere il predominio sul territorio e sul traffico di droga. Danny si innamora di una bella ragazza sudamericana, Louisa Gomez, che dopo una simpatia iniziale tronca il rapporto non approvando i metodi del giovane con le bande. Successivamente Danny rimane sconvolto quando vede Louisa tra le braccia di un sudamericano in un'indagine. In uno scontro successivo, Bob viene colpito e muore tra le braccia di Danny invocando il nome della moglie. Danny è maturato dopo questi ultimi fatti: ha capito la giustezza del sistema di Bob e sarà lui a consigliare i più giovani colleghi che d'ora in poi si troveranno a lavorare con lui.

Critica 1:Un film diseguale e graffiante che recupera alla fiction sollecitazioni sociologiche e documentaristiche, sporca il cinema con la realtà e svela l'altra faccia dell'edonismo reaganiano. La versione voluta da Hopper era di 127', ridotta e rimontata dalla produzione.
Autore critica:
Fonte criticaIl Mereghetti - Dizionario dei film, Baldini&Castoldi
Data critica:



Critica 2:Forse l'attenzione maggiore che Colors merita è proprio per quel suo costituirsi esplicitamente come “evento”, come luogo “necessario”, come (ri)proposta di un cinema “a tesi” sfacciatamente senza tesi, come cinema “realista” che pedina quasi “zavattinianamente” i suoi personaggi pur in un involucro definito totalmente entro coordinate televisive (il serial), attraverso linguaggi conosciuti e risaputi ma anche intersecati da traiettorie di sguardi, espressioni ed atmosfere nuove.
È curioso come in un'epoca dominata dall'immaginario televisivo, dove la TV è l'informazione per eccellenza della “società dell'informazione”, il cinema riesca ancora a porsi come evento, a “fare notizia”, a lavorare sul “sociale” mettendo in rilievo fatti di cui il piccolo schermo non si occupa. E quindi gli altri media (più forti ma evidentemente e irrimediabiImente passivi - giornali, radio, TV) sono costretti ad utilizzare proprio il cinema come notizia, come evento da mettere in rilievo, come amplificatore sociale, cartina di tornasole di ciò che sta sotto gli occhi di tutti ma nessuno “sa” guardare. E così ecco che prima di Colors nessuno (o quasi) sapeva delle Street Bands di Los Angeles. Nemmeno i produttori della Orion Pictures se è vero che in origine il film (sono parole di Dennis Hopper) “era ambientato tra le bande di Chicago con il poliziotto nero e il poliziotto bianco. Le gang vendevano coca e alla fine c'era un'irruzione in grande stile dei poliziotti che salvava la società dallo spaccio della droga... Allora gli dico: ma giralo a Los Angeles, con un poliziotto anziano e uno più giovane, e giralo sulle vere Street Gangs che spacciano crack, coca, ecc. Loro domandano: ma ci sono Street Gangs a Los Angeles? Beh, si, rispondo io, circa 70000! Ora puoi immaginare quanto loro fossero sorpresi. Così hanno deciso di rimettere a posto la storia”. Ecco quindi come il cinema sa a volte catturare l'attenzione dell'opinione pubblica o creando l'evento (pensiamo ad Attrazione fatale e al dibattito che ha suscitato) o ricreandolo sul set più realistico visto in questi anni, comunque sempre evento su cui poi gli altri media possano lavorare. Ma quale “realtà” ha portato alla ribalta Colors? Appunto quella delle bande di strada, già viste innumerevoli volte sugli schermi americani, ma qui mostrate senza poesia, senza moralismo, effetti fog, rock movie, musical, ecc, ma filtrate attraverso uno sguardo allucinantemente realistico, quello di Hopper. E poi una cosa è dire: ci sono le bande. Questo lo sanno tutti. Altra cosa è mettere in rilievo come a Los Angeles ci siano diverse centinaia di queste bande e che negli ultimi anni si è assistito ad un vero salto qualitativo. All'inizio degli anni '70 compaiono i Cripps, una gang molto violenta, armata di fucili a ripetizione e che mentre da un lato esibisce i propri colori di battaglia (il blu) dall'altro mette fine all'epoca “romantica” delle bande di quartiere in lotta per predomini territoriali fittizi. I Cripps alle questioni territoriali antepongono l'interesse per il controllo dei traffico della droga, soprattutto crack, una micidiale miscela a base di cocaina che ha avuto l'effetto di far passare le bande “da una fase artigianale ad una da crimine organizzato”. E quindi come negli anni '20 nell'epoca del proibizionismo si assiste ad assalti in macchina a colpi di mitra per le strade. Lo scontro avviene con le altre bande della città, i Bloods, vestiti di rosso e armati e violenti anch'essi. Proprio mentre negli USA usciva Colors si sono verificati due omicidi (tra i tanti, quasi 400 uccisi per mano delle gangs nell'87) che hanno scandalizzato l'America. Il primo è l'uccisione (per sbaglio) di una ragazza bianca in un quartiere bene della città (segno dei diffondersi e dilagare dei fenomeno), il secondo l'omicidio di un simpatizzante di una gang da parte di una banda rivale davanti ad un cinema di Stockton, California, proprio dove si proiettava Colors.
Insomma un film scottante che Hopper ha avuto su proposta di Sean Penn e che ha ampiamente rivisto e modificato nella sceneggiatura. Per girarlo, tutto nel quartieri più poveri e malfamati di Los Angeles, ha dovuto chiedere l'autorizzazione alle gang e scendere a patti con loro. Poi le accuse: da parte dei critici, “superficiale, poco incisivo, melodrammatico”, da parte dei Guardians Angels (i vigilantes volontari delle zone calde di Los Angeles) che lo hanno tacciato di essere responsabile e provocatore dei disordini, e poi ancora accuse di razzismo, di dare una visione eroica della vita delle bande, ecc.
Forse da noi in Italia tutto questo effetto-notizia non è “rimbalzato” molto, anche perché in Europa “per fortuna” le bande giovanili sono impegnate nella violenza nel dintorni e dentro gli stadi di calcio e non hanno ancora “il tempo” e la disperazione totale dei neri di Los Angeles per gettarsi nelle sparatorie per la droga (in Europa evidentemente anche nelle bande si teme ancora di “finire ammazzati”, ma attenzione al tatcherismi dilaganti, e già gli Hoolingans inglesi rappresentano un qualcosa che neanche l'America possiede: non la violenza per il controllo di una zona o di un mercato ma la violenza come fine, segno totale di una quotidianità fatta di birre, botte e di chiusure sociali).
Fatta questa lunga premessa andiamo a vedere come “lavora” Colors. Hopper realizza il film consapevole di venire irrimediabilmente dopo i telefilm (Le strade della California, Chips, ecc.) e dopo film come I nuovi centurioni, Bronx 41' distretto, ecc... Stretto nella morsa dei “già mostrato” non corre il rischio (o forse non sa farlo) di operare delle innovazioni stilistiche o tematiche del poliziesco (si pensi a film come Vivere e morire a Los Angeles oppure a 8 milioni di modi per morire), ma va invece sfacciatamente incontro allo spettatore mostrandogli tutta una serie di immagini che questi già si aspetta, in questo risultando sin troppo prevedibile (e anche la morte di Duvall nel finale è leggibile in questo senso). I personaggi sono delineati e chiari sin dall'inizio (e ogni forma d'ambiguità mostrata sembra da attribuirsi all'elevata professionalità dei due attori): Duvall è un anziano poliziotto vicino alla pensione con moglie e figli e che con grande abilità diplomatica ha saputo crearsi un certo rispetto dalle bande locali (con piccoli favori reciproci). Forse c'è del cinismo in lui, ma soprattutto pragmatismo (quando Penn si arrabbia con la vecchietta che ha visto l'assassino e non vuol testimoniare lo allontana dicendogli: “lei ci deve vivere qui!”). Penn al contrario è tutto muscoli e istinto. Si capisce subito che se non fosse un poliziotto sarebbe senz'altro uno delle gang. Fa il suo lavoro “alla lettera”, gira col fucile in mano tra i vicoli, perquisisce i ragazzi di strada violentemente, picchia duro, insulta e vorrebbe arrestare tutti. Insomma siamo in pieno “già visto”, proprio l'atmosfera scontata da film per la TV che Hopper voleva evitare. E che infatti in qualche modo evita. Proprio perché questa dell'“inserire lo spettatore in un territorio apparentemente conosciuto” è una vecchia trappola per garantire sorprese, per lavorare ai fianchi chi - vedendo il film - si sente in un meccanismo che riconosce e gli appartiene. E quindi tra lunghe chiacchierate e inseguimenti mozzafiato (proprio alla maniera dei telefilm) ecco che Hopper spiazza in modo decisivo con innovazioni determinanti (ma valide solo per chi al cinema sa “vedere” e “sentire”).
Innanzitutto la musica. Premesso che il film va assolutamente ascoltato in dolby, il rap fa da colonna sonora ininterrotta per tutta la durata dei film. Omicidi, discussioni, violenze, tenerezze, amori, tutto avviene “all'ombra” della musica più incredibilmente di parte (nera) che esista attualmente. Herbie Hancock seleziona e mette in scena il rapporto stretto e viscerale che c'è tra il rap e le gang. “Il rap è nato dalle gang. La violenza ha sempre fatto parte della scena rap” diceva un famoso disk-jockey del Bronx, Scott La Rock, il quale poco dopo aver inciso un brano contro crack e violenza (“Stop the Violence”) è stato ucciso con due colpi di pistola alla testa (dicono per altri motivi, comunque). Colors è permeato fino in fondo dal rabbioso sincopare del rap, che ne determina il ritmo saltellante proprio della cultura hip-hop.
L'altro salto qualitativo il film lo realizza nelle luci, nell'uso dei colori che il grande Haskell Wexler fa diventare davvero protagonisti. Di giorno una luce chiara e accecante, un biancastro diffuso, di notte invece colori vividi e puliti, dopotutto è la notte il regno delle gang e come in The Warriors i colori delle divise risaltano con forza tra i neon urbani.
E poi ancora l'ambiente, i rumori. L'uso dei dolby permette ai “rumori di fondo” (così come al rap) di essere sempre presenti, facendo vivere le avventure quotidiane di Penn e Duvall dentro una sorta di “realismo crudele” dove il silenzio non esiste e dovunque sentiamo in lontananza latrati di cani, Tv accese, sirene, ecc, la colonna sonora vivente di una grande metropoli.
Il film sembra come “consentito” dalle bande, tanto il territorio è ormai segnato a loro immagine e somiglianza. E i graffiti sui muri rappresentano il vero linguaggio (col rap e il rapidissimo slang che il doppiaggio probabilmente invano cerca di tradurre) di una sottocultura che si esprime senza raccontarsi.
Ha detto il regista che “per questi ragazzi la sopravvivenza è tutto. È la loro unica realtà. O i soldi o la droga. In Colors non c'è una morale. Alla fine ti rendi conto che un fanatico giovane violento, come il personaggio di Sean, è l'unica possibile forma efficace di controllo delle strade. Ci vuole del sangue giovane per combattere dei sangue giovane”.
Hopper, che pure ha eliminato l'originale scansione temporale quasi ritmata dall'ora della giornata, imprime alla pellicola una quotidianità ossessiva. Le azioni sono prolungate, spesso si attende lungamente un'esplosione che non avviene e che invece (come nella realtà) appare all'improvviso rapida e violenta. Tra l'automobile e le strade, i vicoli e le bande, immersi nella quotidianità dei lavoro tra violenza e mediazioni, i due protagonisti Robert Duvall e Sean Penn sono forse la cosa migliore dei film.
Lo straordinario Duvall ormai fa capire “le cose” con solo uno sguardo di traverso, un sorriso a mezza bocca, una frase troncata a metà. Penn poi è oggi l'unico attore americano che non ha il fisico da bravo ragazzo appena uscito dall'università, l'unico volto sanamente “proletario” a cui battute e atteggiamenti rozzi e ignoranti si adattino splendidamente. “Vorrei fare film di altri generi. Ma finché il mondo non si sarà raddrizzato, continuerò a fare film che tormentano il mondo, proprio come il mondo tormenta me” diceva Hopper a proposito del suo film-fantasma The Last Movie. Ma è una frase adatta per tutto il suo cinema. Non sono gran bei film i suoi, in fondo neppure il mitico Easy Ríder lo era (ma anche lì quanta attenzione all'“orecchio”), ma comunque c'è una capacità di mostrare cose scottanti, di coinvolgere ed inquietare, di non fare film semplici ma di lanciare sempre e dovunque messaggi ambigui, privi di morale e di un punto di vista preciso. Un cinema che prende lo spettatore, lo porta di forza dentro problematiche generazionali e lo lascia lì solo nella più profonda costernazione.
Autore critica:Federico Chiacchiari
Fonte critica:Cineforum n. 275
Data critica:

6/1988

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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