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Certi bambini -

Regia: Andrea Frazzi; Antonio Frazzi
Vietato:No
Video:
DVD:De Agostini
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Diego De Silva
Sceneggiatura:Andrea Frazzi, Antonio Frazzi, Marcello Fois, Diego De Silva, Ferdinando Vicentini Orgnani
Fotografia:Paolo Carnera
Musiche:Almamegretta
Montaggio:Claudio Cutry
Scenografia:Mario Di Pace
Costumi:Mariolina Bono
Effetti:
Interpreti:Gianluca Di Gennaro, Carmine Recano, Arturo Paglia, Sergio Solli
Produzione:Rosario Rinaldo per Pequod
Distribuzione:Mikado
Origine:Italia
Anno:2004
Durata:

94

Trama:

Rosario ha 11 anni e abita in un condominio nella periferia di Napoli insieme alla nonna Liliana, vecchia e malata. Il ragazzo passa le sue giornate trascinandosi tra sale giochi, brutte paninoteche, piccoli reati, roulette russe improvvisate sulla tangenziale. Frequenta anche un centro di accoglienza, gestito da volontari, che aiuta le famiglie in difficoltà. Le sue figure di riferimento sono così Damiano, un bullo del quartiere, e Santino, un volontario del centro, dove un giorno Rosario conosce Caterina. Si innamora di lei e la sua vita sembra cambiare in meglio, ma poi una serie di avvenimenti negativi lo getta definitivamente nelle braccia della malavita.

Critica 1:Perché un tipico film da festival non trova posto nei festival? Se devo dar retta alle mie spie, Certi bambini di Andrea e Antonio Frazzi è stato rifiutato dalla Quinzaine di Cannes e anche dalla Commissione di Venezia. L’ultima notizia è che dovrebbe andare a Karlovy Vary; e c’è da augurarglielo perché si tratta di un film particolarissimo, che sancisce l’assunzione dei Frazzi nella serie A del cinema dopo un quasi trentennale (e del resto ricco di buoni esiti) purgatorio televisivo; e dopo il toccante esordio sul grande schermo con Il cielo cade (1999) sceneggiato da Suso Cecchi d’Amico. Se vi capiterà di mettere a confronto il bel romanzo di Diego De Silva, pubblicato nel 2001 da Einaudi, con il film da cui è tratto, sarà una buona occasione per puntualizzare le tanto discusse differenze fra narrativa e cinema. Pur rispecchiata con varianti, la vicenda è praticamente la stessa: ovvero il Bildungsroman di un dodicenne napoletano scritto con i caratteri della cronaca nera. A suo modo Rosario è un bravo ragazzo, senza babbo né mamma, che provvede come può alle necessità della nonna invalida: ostenta di avere 14 anni ma ne ha 12 e già si muove con disinvoltura nei meandri della malavita. Lui e i suoi amici lavorano per un torvo basista come ladruncoli di appartamenti, e a tempo perso intrappolano qualche omosessuale per ripulirlo del portafoglio e di ciò che trovano, anche una rivoltella. Secondo la vecchia regola, si sa che quando appare in scena un’arma a un certo punto sparerà: e per Rosario sarà una specie di cresima del delitto, maturata nel corso di un lungo viaggio in metropolitana (l’arco narrativo del film) durante il quale il ragazzino ricorda le varie tappe della sua crescita violenta, un innamoramento, un grande dolore. È evidente che lo scrittore ha la possibilità di arpeggiare sui sentimenti ed esplicitare le motivazioni, mentre per chi fa un film eventi e significati devono passare soprattutto attraverso le immagini. Non è un’impresa facile, ma i Frazzi hanno saputo risolverla con una semplicità nitida e crudele. Abbiamo visto molti film sulla criminalità giovanile, ma nessuno altrettanto estremo: per cui sul volto di Gianluca Di Gennaro (Rosario) l’innocenza infantile si disgrega poco a poco attraverso un inarrestabile processo dal quale vorremmo stornare lo sguardo perché ce ne sentiamo corresponsabili.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte criticaIl Corriere della Sera
Data critica:

15/5/2004

Critica 2:Alle loro spalle ci sono i colori di un mare intatto e silenzioso. Sopra di loro incombe una scogliera grigia, alta come una minaccia. Di sasso in sasso, i quattro ragazzini ci si arrampicano su, verso una meta che ancora non si vede. Poi, sul confine tra il silenzio del mare e un fragore di automobili, la macchina da presa attraversa una linea fitta di canne. Appena al di là c’è l’autostrada. Così, con un montaggio incalzante e netto, inizia Certi bambini. (Italia, 2004, 94’).
Ora, dunque, i ragazzini. si fermano ai bordi di quell’inferno, e lo osservano con una spavalderia che contrasta con la loro “inadeguatezza”. Non sono niente, a confronto del mostro che hanno davanti. Allora, per vincerne la paura, uno di loro lancia la sfida: attraversare di corsa, alla cieca, e andare comunque dall’altra parte, nonostante il pericolo mortale. E qui, raccontando per cenni la follia di una paura che si finge coraggio, i fratelli Andrea e Antonio Frazzi ci portano ben dentro il paradosso tragico di questo film doloroso, ben dentro lo spreco di vita che incombe sul futuro di “certi bambini”.
Uno spreco di futuro e di vita è certo la storia di Rosario (Gianluca Di Gennaro). A 11 anni non ha più diritto d’esserlo, bambino. Non ha più diritto alla tenerezza, né a quella di cui avrebbe bisogno, rai à quella con cui si occupa della nonna (Nuccia Fumo). Quanto al diritto d’avere un padre, il suo posto è preso da Casaluce, un orrido, infame ometto di mezz’età (Sergio Solli), che vive appunto derubando di vita e di futuro un gruppetto 1di ragazzini, sfruttandoli e violentandoli nél corpo e ancor più nell’anima.
Tratto da un libro di Diego Da Silva (che del film è anche cosceneggiatore), Certi bambini indica solo sullo sfondo il contesto sociale e morale che condanna Rosario e gli altri. Si tratta della miseria che cresce dentro una città splendida e sfortunata, ricca d’umanità e però troppo a lungo abbandonata alla prepotenza e alla paura. La si vede, questa Napoli disperata, più nei particolari che nell’insieme: nella povertà dei vicoli, nella desolazione di capannoni industriali ormai cadenti, nello squallore delle macerie e dei rifiuti che la assediano e la intristiscono. Ma l’interesse primo degli autori non è rivolto al dolore che sta attorno a Rosario, al mondo che appunto lo condanna. Ben più importante, ben più doloroso ai loro occhi e ai nostri èquello che gli si muove dentro, nella testa e nell’anima.
Per una sua gran parte, il film dei fratelli Frazzi è raccontato seguendo le linee della memoria di Rosario, e anzi proprio il flusso della sua coscienza. Salito in metropolitana con una pistola nascosta nella borsa gialla dove tiene quel che gli serve per giocare a pallone, il ragazzino sta andando verso un luogo e una meta ben più incombenti della scogliera su cui il film si è aperto. In platea noi ne intuiamo la natura, ne sospettiamo il senso definitivo. Fra qualche decina di minuti, al termine di un viaggio che lo porta dalla miseria dei vicoli fino nel cuore finanziano della città, Rosario non avrà più scelta. Il suo futuro sarà deciso per sempre, e sarà violento e irreversibile come un colpo sparato addosso a un essere umano, mentre lo si guarda negli occhi senza più tremare.
Del flusso della coscienza, Certi bambini riproduce il movimento per linee spezzate e ricurve, il sovrapporsi di presente e passato, l’intrecciarsi di sensazioni dell’attimo e immagini che emergono dalla memoria, Noi conosciamo la storia di Rosario solo così, attraverso la sua esperienza soggettiva del mondo. Cioè: solo attraverso la sensibilità e il mestiere di una sceneggiatura e un montaggio che riescono a darcene l’immediatezza e la verità psicologica. Nel mondo di Rosario, dunque, non ci sono modelli e non c’è ordine che non siano quelli della paura e della risposta immediata e spavalda alla paura. Nella totale assenza di una dimensione pubblica e istituzionale, dominano comportamenti e valori virilistici che finiscono per esaltare la morte. Poco importa che si tratti della morte propria o della morte degli altri. Importa che sia negata la vita, cioè la sua bella complessità, la molteplicità dei suoi casi e dei suoi rapporti.
E infatti tutto - amore, denaro, potere - si risolve nell’atto d’imporsi all’altro, negando lui e così negando la complessità del rapporto con lui. Come a Rosario dice il criminale che gli insegna a sparare, tutto si riduce al “coraggio” idiota di guardare l’altro negli occhi, mentre lo si uccide. E così che, per “certi bambini”, diventa destino la scelta folle raccontata all’inizio del film: attraversare la vita con una spavalderia impaurita che esalta la morte, e che li deruba d’ogni futuro.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Il Sole 24 Ore
Data critica:

23/5/2004

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Certi bambini
Autore libro:Diego Da Silva

A cura di: Redazione Internet
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