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Paranza dei bambini (La) -

Regia:Claudio Giovannesi
Vietato:14
Video:
DVD:Warner Home Video
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Diventare grandi, La mafia
Eta' consigliata:Scuole medie superiori ultimo biennio
Soggetto:Roberto Saviano (dal suo omonimo romanzo)
Sceneggiatura:Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Claudio Giovannesi
Fotografia:Daniele Ciprì
Musiche:Claudio Giovannesi, Andrea Moscianese
Montaggio:Giuseppe Trepiccione
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Francesco Di Napoli, Artem Tkachuk, Alfredo Turitto, Viviana Aprea, Valentina Vannino
Produzione:Palomar
Distribuzione:Vision Distribution
Origine:Italia, Francia
Anno:2019
Durata:

105'

Trama:

Napoli 2018. Sei quindicenni - Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ, Briatò - vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Con l'illusione di portare giustizia nel quartiere inseguono il bene attraverso il male. Sono come fratelli, non temono il carcere né la morte, e sanno che l'unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Nell'incoscienza della loro età vivono in guerra e la vita criminale li porterà ad una scelta irreversibile: il sacrificio dell'amore e dell'amicizia.

Critica 1:In Italia, oggi come oggi, sono pochi i registi capaci di girare ad altezza adolescente come Claudio Giovannesi. Dopo Fiore, presentato alla Quinzaine di Cannes nel 2016, porta in concorso al Festival di Berlino (unico titolo nostrano in corsa per l’Orso d’Oro, da domani in sala) La paranza dei bambini, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (...), che qui firma la sceneggiatura insieme a Maurizio Braucci e allo stesso regista.
Dal carcere giovanile del film precedente, ambientato a Roma, ci spostiamo nei quartieri di Napoli. Sei quindicenni – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ, Briatò – vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Sono come fratelli, non temono la galera né la morte, e sanno che l'unica possibilità è giocarsi tutto, subito.
Il più determinato è Nicola (Francesco Di Napoli), che dapprima inizia a “faticare” (spaccio) per il boss Sarnataro (Aniello Arena) e poi, in pieno vuoto di potere, si allea con gli eredi emarginati di un capo ormai deceduto.
L’illusione che lo muove è quella di portare giustizia nel quartiere, inseguendo il bene attraverso il male. Ma è una vita in guerra, che pur nell’incoscienza di quell’età, lo costringerà a sacrificare gli affetti più cari, tanto le amicizie quanto l’amore.
Fuggendo qualsiasi spettacolarizzazione e allontanandosi dai parametri estetico-narrativi di confezioni stile Gomorra (la serie), Giovannesi – supportato e non poco anche dall'ottimo lavoro alle luci di Daniele Ciprì – sembra piuttosto orientarsi verso la tensione più trattenuta e non per questo meno avvincente del Gomorra realizzato da Garrone nel 2008.
Se lì il punto di vista si disperdeva, però, qui viene catalizzato nella figura di Nicola, antieroe con cui è facile empatizzare nei momenti di normalità (il rapporto con la mamma, con il fratello minore, con la ragazzina di cui s’invaghisce, interpretata da Viviana Aprea) e verso il quale è altrettanto facile dissociarsi negli altri casi (mosso da quell’inevitabile sete di potere che lo condurrà anche al primo omicidio, salvo poi ritrovarsi a piangere davanti a uno specchio un attimo dopo).
Ecco, La paranza dei bambini è un film che in maniera molto intelligente riesce a smarcarsi dalla facile pornografia del camorra-movie per intraprendere un percorso indirizzato verso le profondità della fruizione, all'origine della perdita dell'innocenza: non c’è nessun miraggio di una vita “migliore” (se non una fugace e vagheggiata idea di trasferta spensierata al sole gioioso della salentina Gallipoli), né tantomeno alcun suggerimento su come potersi affrancare da quel tipo di esistenza, non c’è la tagliola di uno sguardo esterno giudicante, né personaggi vagamente “moralizzatori”.
Il perché dei quindicenni (straordinario il lavoro sul casting) si ritrovino a vivere un qui e ora di questo tipo non c’è bisogno di “spiegarlo”, di mostrarne le cause pregresse o gli sviluppi futuri: è tutto drammaticamente scritto nella realtà di un film che non ha alcuna intenzione, né necessità, di andare a ritoccare con chissà quale pirotecnico artificio i tanti, troppi spunti che arrivano dalle cronache quotidiane: a Giovannesi, a noi, interessa piuttosto intuire, percepire, introiettare quell’ineludibile ombrosità che aleggia sul viso di un adolescente, Nicola, primus inter pares scelto per restituire quella terribile dualità che solamente un’innocenza tradita (dal contesto, dagli eventi, dalla vita) può incarnare.
E che resta, sottotraccia, ben impressa nell’animo dello spettatore anche parecchio tempo dopo l’ultimo frame del film. Senza scampo.
Autore critica:Valerio Sammarco
Fonte criticacinematografo.it
Data critica:



Critica 2:Chi è 'o bbuono e chi è 'o malamente. Sono queste le categorie esistenziali tra le quali si trovano a scegliere i ragazzini dei quartieri Spagnoli, del Rione Sanità, di Ponticelli, del quartiere Traiano di Napoli. Scelgono Alessandro e Pietro, i protagonisti di Selfie di Agostino Ferrente, cercando di trovare un'alternativa a ciò che sembra essere il loro destino forzato di criminali. E scelgono i protagonisti de La paranza dei bambini, il film di Claudio Giovannesi tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (…). Ma è un altro tipo di scelta.
I giovanissimi protagonisti del film appartengono allo stesso territorio e allo stesso tessuto in cui la criminalità è parte integrante – quando non fondante – del sistema sociale, ma a differenza dei due coetanei raccontati dal documentario di Ferrente la scelta che credono di poter fare è un'altra. Non se essere criminali o meno, ma essere criminali in modo diverso.
Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò diventano criminali semplicemente perché è naturale. E con la stessa naturalezza con cui vanno a vedere i vestiti che non possono comprare, con cui si fanno le foto con gli amici, sognano di andare a ballare o guardano le ragazze, cominciano a spacciare per conto del boss locale. Guardano il loro mondo e ci vogliono entrare, come chiunque allo loro età. Ma il loro sguardo pronto a stupirsi di tutto, nel mondo in cui vivono, si posa inevitabilmente sulle armi, sui soldi dello spaccio, sul lusso pacchiano dei camorristi: “la bellezza” di cui vogliono godere. E come tutti gli adolescenti la vogliono ora, subito.
Giovannesi gira e racconta con la sensibilità emotiva e di messa in scena tipica del suo cinema (una cifra stilistica ormai chiara al terzo film). Una sensibilità che passa innanzitutto attraverso la direzione degli attori e che riesce a fare di La paranza dei bambini non il “solito” film sulla camorra, il “solito” film sullo sfruttamento dei bambini e degli adolescenti da parte delle organizzazioni malavitose, ma qualcosa di diverso.
Affonda a piene mani nel crime movie migliore, da Scorsese a De Palma, calandone i paradigmi in modo del tutto credibile nel contesto napoletano cui la cronaca (e il cinema e la televisione) ci hanno reso avvezzi. Ma non indugia, anzi. Se infatti conta inevitabilmente la dimensione “sociologica”, Giovannesi riesce però a lasciarla sullo sfondo e a non farla pesare. Tutta l’attenzione si concentra sulla prossimità con Nicola e i suoi compagni, su quella naturalezza e sulla loro voglia di mordere la vita per quello che è nel loro mondo fatto di soldi, potere, rispetto. Conta solo quello, ma per Nicola conta anche qualcos’altro: ristabilire una forma di giustizia per gli abitanti del quartiere che devo essere liberati dal racket delle estorsioni. Nicola vuole il potere, i soldi, il rispetto e li vuole credendo di poter diventare un boss amato dalla gente. Con questo obiettivo inizia la sua scalata infilandosi nel classico rise and fall (anche se la caduta rimane in sospeso) di tanti criminali cinematografici.
Giovannesi, trovando la perfetta misura tra il naturalismo della rappresentazione e i meccanismi del genere, racconta in breve la storia di una disillusione, quella di Nicola che vuole in fondo solo ribaltare il suo punto di vista sul quartiere, non sovvertire le regole ma farle proprie e applicarle a modo suo. È, come sempre, una questione di sguardi, e dopo aver osservato Nicola vuole diventare l’oggetto dello sguardo delle persone, di coloro che fino a un minuto prima ha guardato con ammirazione, paura o compassione e che ora ora devono girare gli occhi e sapere chi devono guardare, rispettare, temere o ringraziare.
Con i primi soldi guadagnati porta Letizia, la ragazza che vuole conquistare, al San Carlo all’opera. In quel palchetto i due ragazzi si guardano emozionati, accarezzano il velluto rosso che copre ogni cosa e fissano tutto con lo stupore candido e totalizzante che solo l’essere fuori posto può dare. La stessa meraviglia assoluta Nicola la prova la prima volta che tiene una pistola vera tra le mani, la prima volta che riesce a entrare in discoteca perché può pagare un tavolo, la prima volta che i boss degli altri rioni lo guardano con odio, la prima volta che gli abitanti del suo quartiere lo ringraziano mentre lui li saluta dall'alto del balcone di casa. Nicola in quel momento crede possibile realizzare il suo sogno, e ci crede proprio perchè è un adolescente. Lo stesso che, tra un tiro di coca e una sparatoria, litiga con il fratellino per l'ultima crostatina rimasta a colazione.
Autore critica:Chiara Borroni
Fonte critica:cineforum.it
Data critica:

14/2/2019

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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A cura di: Redazione Internet
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