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Stalker - Stalker

Regia:Andrej Tarkovskij
Vietato:No
Video:General Video - San Paolo Audiovisivi (Diamanti)
DVD:General Video Recording
Genere:Allegorico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Dal racconto "Picnic sul ciglio della strada" di Arkadij e Boris Strugatskij
Sceneggiatura:Arkadij Strugatskij, Boris Strugatskij, Andrej Tarkovskij
Fotografia:Aleksandr Knjazinskij
Musiche:Eduard Artemyev; dalla "Marsigliese" di Claude-Joseph Rouget De Lisle, dal "Bolero" di Maurice Ravel, dalla "Nona sinfonia" di Ludwig Van Beethoven
Montaggio:Andrej Tarkovskij, Ljudmila Fejginova
Scenografia:Andrej Tarkovskij
Costumi:Nelly Fomina
Effetti:
Interpreti:Aleksandr Kajdanovskij Lo stalker, Anatolij Solonitsyn Lo scrittore, Nikolaj Grinko, Alisa Frejndlikh La moglie dello stalker, Natasha Abramova, F. Jurna, E. Kostin, R. Rendi
Produzione:Mosfilm (II gruppo artistico)
Distribuzione:Cineteca dell’Aquila
Origine:Germania – Urss
Anno:1979
Durata:

155'

Trama:

Forse un meteorite, oppure la visita di alieni… Fatto sta che, nei pressi di un centro abitato, s'è creata una strana "Zona", un luogo dove avvengono fenomeni inspiegabili e al centro del quale sorge la "Stanza dei desideri". Le autorità, inizialmente, hanno mandato degli uomini per perlustrarla, ma quelli non sono tornati. S'è quindi pensato bene di recintarla con del filo spinato, mettendovi a guardia i soldati affinché nessuno vi abbia accesso. Gli "stalker" sono delle guide illegali, gli unici che riescono a muoversi all'interno della Zona senza rischiare la vita. Molte persone sono disposte a pagarle pur di raggiungere la Stanza dei desideri. Il film ci racconta l'escursione di uno Stalker, di uno scienziato (il "Professore") e di uno scrittore disilluso (lo "Scrittore"). Le immagini "fuori" dalla Zona sono in bianconero, quelle "dentro" a colori. In quel luogo, il cammino deve seguire precise regole, che, se trasgredite, possono portare anche alla morte: la via diretta non è la più breve, e non si può passare due volte per lo stesso tratto; e, rivela lo Stalker, la Zona (che sembra una banale campagna disabitata) è un organismo in continuo mutamento: ciò ch'era sicuro prima ora può essere impervio e pericoloso. Se lo Scrittore (lo scettico del terzetto) si dimostra spesso indisciplinato, suscitando l'apprensione della guida, il Professore segue invece scrupolosamente tutte le indicazioni: ha in mente un progetto ben preciso, distruggere la Stanza con una la bomba atomica che cela nello zaino. Le suppliche dello Stalker lo fanno desistere. Né il Professore né lo Scrittore accettano però di varcare la soglia della Stanza dei desideri. Ritroviamo i tre nel bar da dove è cominciato il loro viaggio. La moglie dello Stalker viene a prendere quest'ultimo, portando con sé anche la figlia Martiska, una bambina che non ha l'uso delle gambe (risente infatti degli effetti negativi della Zona assorbiti dal padre). Lo Stalker è profondamente deluso dall'incredulità dei suoi due compagni: a casa, la moglie lo rincuora. Nell'ultima inquadratura (a colori) vediamo Martiska spostare tre bicchieri con la sola forza dello sguardo.

Critica 1:Al centro di una incolta regione industriale c'è una misteriosa Zona, di accesso proibito dalle autorità, dove molti anni prima precipitò un meteorite o un'astronave? sprigionandovi una potenza magica, capace di esaudire i desideri di chi riesce ad arrivarvi. Guidati da uno "stalker" ("to stalk" = inseguire furtivamente), uno scrittore e uno scienziato penetrano nella zona, ma, giunti alla meta, rinunciano a entrare nella Stanza dei Desideri, suscitando l'indignazione della guida. Liberamente ispirato al racconto lungo "Picnic sul ciglio della strada" (1971) dei fratelli Arkadij N. e Boris N. Strugackij, scrittori di fantascienza, che l'hanno sceneggiato, il 5° film di A. Tarkovskij, e l'ultimo che girò nell'URSS, è, nella sua enigmatica compattezza, un'opera affascinate. Non è difficile riconoscere nello "stalker" e nei suoi congiunti le figure dei "poveri di spirito" dostoevskiani, degli umili evangelici che hanno bisogno della fede per mantenere accesa una scintilla di speranza e che si contrappongono agli intellettuali perché ormai, abbandonato ogni illusorio tentativo di intervento nella Storia, dei politici Tarkovskij più non si cura. Le accuse al film e al regista in generale sono tante: lento, noioso, astruso, troppo letterario e predicatorio. Sotto il segno dell'acqua, non sembra sibillino il tema della contrapposizione tra la rigidità-forza e la flessibilità-debolezza che corrisponde alla vita, cioè che dobbiamo dubitare della forza degli uomini cosiddetti forti e della debolezza dei cosiddetti deboli. Come accade con i poeti e Tarkovskij fa un cinema di poesia la filosofia di Stalker passa attraverso l'emozione delle sue immagini.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Il racconto “Pic-nic sul ciglio della strada” venne pubblicato nel 1972, a Leningrado, sulla rivista “Aurora” (N. 7 - 10). Di quest'opera dei fratelli Boris e Arkadij Strugatzkij, Tarkovskij ha trasferito ben poco nella vicenda di Stalker, eliminando anche il contesto sociale e polifico, la chiara localizzazione geografica del testo letterario (l'America vi fa da sfondo agli eventi), ma mantenendo, in alcune sequenze, nelle loro immagini, lo scetticismo degli scrittori al riguardo dei progresso scientifico e tecnologico, il loro pessimismo nei confronti del futuro del mondo, dell'umanità: la scienza e la tecnologia elaborano folli disegni, distruggono le risorse della Terra, la riducono ad un deserto, la trasformano in una contrada tetra, in rovina, ammorbata dai vapori di organismi in decomposizione e percorsa dalle esalazioni tossiche di acque stagnanti.
Tarkovskij riprende, in campi lunghi, paesaggi (boschi e campi, morbidi pendii collinari, quiete vallate) riposanti nelle loro gradazioni di verde, ma, quando li perlustra più da vicino vi scopre la desolazione: egli muove alcune volte la “camera” su dei corsi d'acqua il letto dei quali appare in parte formato da un pavimento a piastrelle su cui giacciono delle siringhe, un bollitore, un calendario su cui si trovano delle bende, dei frammenti di uno specchio, del muschio su cui fluttuano o stanno immoti, in un liquido bruno, fangoso, con tracce d'olio, delle monete, dei pezzi bruciacchiati di un giornale, un mitra, dei tubi di metallo arrugginiti, dei cocci di bottiglia, una siringa rotta, iridiscenti bolle prodotte da sostanze in putrefazione: ogni sorta di detriti di un recente passato e di un deprecabile futuro.
Tarkovskij racconta del ritorno a casa dello “stalker” con la moglie e la figlia dopo aver lasciato lo scrittore e lo scienziato: i tre camminano vicino alla riva di un fiume dalle cineree acque dense; sull'altra sponda si erge un gigantesco complesso industriale, forse un centraIe energetica. Le vicinanze sono inquinate; la vegetazione annerita. Questo complesso era apparso all'inizio dei film inquadrato dalla finestra della stanza dello “stalker”: una diseguale, frastagliata, fuligginosa “silhouette” che liberava nel cielo insalubri nubi di vapori e che evacuava nel fiume, dalle viscide acque cangianti, i suoi scarichi saturi di veleno.
Questi brani, queste sequenze, queste immagini trasmettono il pensiero di Tarkovskij circa il futuro dell'uomo apprestato da un'era di sfrenato progresso tecnologico e scientifico. Esse inoltre sono un'ulteriore testimonianza delle capacità compositive e narrative dell'autore, della sua versatilità nel creare un clima impiegando figurazioni inconsuete e coniugandole in un procedimento dei tutto personale, talvolta inatteso. Egli giunge anche a connotare l'aspetto insolito, fantastico della “zona), (esegue, ad esempio, delle panoramiche che frustrano le attese dello spettatore al riguardo dell’ubicazione dei personaggi nei confronti dell'ambiente) e al riguardo dei loro movimenti all'interno dell'inquadratura, ne fa avvertire, notare gli ignoti pericoli, ma, nel contempo, suggerisce l'instabilità e l'inesistenza delle supposte singolari, leggi che la governano, dichiarando all'inizio, nella movimentata, agganciante sequenza dedicata al passaggio dei protagonisti attraverso il “cordone sanitario”, come tutto stia nel segno dell'ambiguità, del possibile. Nonostante gli accorgimenti, le misure predisposte dall'autorità, è facile penetrare nel territorio proibito: la strada verso la libertà non è sbarrata, il cammino della speranza non è difficile da intraprendere. Chi vuole, chi ha sufficiente coraggio può tentare, lasciando alle spalle tutto il proprio passato. Il potere può tollerare queste trasgressioni che lo liberano da personaggi scomodi, come può alimentare nel cuore dei sudditi la credenza nell'esistenza di luoghi felici, ostacolando comunque un controllo della loro realtà in quanto si rivelerebbero frutto di una subdola manovra: le difficoltà, (e amarezze presenti possono essere fatte accettare, sopportare dipingendo un mitico, radioso futuro, dei mondi beati e prosperi.
Queste osservazioni affiorano spontanee nel corso dei primi stadi della riflessione sul fìlm di Tarkovskij, favorite anche dalla sua condizione di “enfant terrible” del cinema sovietico e dalla singolarità della carica contestatrice della sua opera una volta confrontata con la normale produzione sovietica. Ma, se si tratta di notazioni pur doverose, esse non sopportano tuttavia d'essere sviluppate oltre la dovuta misura: non essendo surrogate da inequivocabili elementi, porterebbero ad una vacua, superficiale esercitazione retorica.
Fortemente autobiografico, Stalker racchiude lo svolgimento di un dramma che parte da una nativa semplice ansia di riconsiderare temi e motivi della propria “poetica” per passare ad una organicità cosciente e salire verso l’affermazione di una volontà che ignora il quotidiano, vince il dolore e trasfigura ogni passione: Tarkovskij articola non sempre compiutamente questa ascensione non ne scandisce, nella vicenda, nei personaggi, i vari momenti: dal nulla, dal vuoto, dalle tenebre trascorre alla pienezza e alla luce, si affida a proprio slancio, ai propri desideri di farla finita con un mondo di meschinità, di ignoranza, di egoismi, di morte. Tuttavia, avendo trascurato di registrare le cause, non gli riesce di descrivere appieno il passaggio da un mondo brutale e inumano alla promessa di un universo appagante, a misura d'uomo, alla ferma asserzione della sua esistenza: l'amore può vincere la desolazione, ma egli non sa dialetticamente analizzare, motivare il trionfo della vita sulla morte. Slavo stravagante e incongruente (in riferimento alle logiche costruzioni del pensiero occidentale), Tarkovskij è il vero figlio di un popolo sorprendentemente vitale che facilmente cade per secoli nella più cupa apatia e che mostra le proprie virtù solo in circostanze che spezzerebbero e distruggerebbero qualsiasi altro gruppo umano: un popolo dibattuto fra tradizioni di tolleranza e vampate di fanatismo, di nazionalismo ulcerato e morboso, un popolo versato in un caos di elementi disparati, ma pur tuttavia interrelati da una loro logica che mal sopporta le strettoie dei razionalismo cartesiano e che si esprime per affermazioni isolate categoriche, celanti tutte un operoso travaglio di pensiero.
E pertanto, la qualità plastica e funzionale di tante immagini di Stalker, la singolarità del loro tessuto pongono in maggior risalto la debolezza di alcuni brani farraginosi e confusi in cui viene esposto lo scontro ideale (di idee) dei protagonisti: essi si interrogano, si misurano intorno al senso della vita, intorno alla fragilità della fede e alta sua insidiosa tirannia, intorno alla necessità, al valore, alle finalità della scienza, intorno alla forza trascinante della speranza, della libertà, ma le loro osservazioni suonano vuote, inattendibili, artefatte, in una enunciazione accidentata, priva di solido vigore, la quale, forse, per autocensura o per incapacità di rischiarare organicamente tale tematica, conferisce ai racconto una dimensione teatrale, una fastidiosa affettazione.
La “storia” dei personaggi, la loro storia esterna, la descrizione del loro incontro, del loro viaggio, della loro separazione è, comunque, solo la cornice, l'accenno ad una vicenda interiore e unica in cui consiste il racconto che è un fluire intrecciato di brani rifiniti, di momenti di ripensamento, di ricerche della verità, di risposte alla crisi esistenziale dell'uomo. L'autore di Lo specchio non vara sistemi filosofici, non licenzia analisi storiche, non si cimenta in una esposizione ferrea delle proprie idee sui problemi dell'esistenza, sulle leggi di sviluppo del mondo, dell'uomo, della società umana. Le sue formulazioni, le sue idee sono in principal modo etiche e pongono in primo piano i problemi del comportamento e della moralità individuale, agganciati al retaggio storico e culturale del popolo russo e ai caratteri della realtà sovietica.
Ricorrendo ai versi di Fiodor I. Tiutcev (180311873) nelle pagine finali di Stalker, Tarkovskij, tramite il poeta tanto vicino e tanto stimato da Tolstoj, indica una via di salvezza da questo mondo cadaverico segnato ovunque da manifestazioni letali: la “resurrezione” è certa nel votarsi di ognuno all'energia che fa agire lo “stalker” e che pervade la totalità dell'essere di sua figlia, la quale, per essa, “sposta le montagne”. Tale potenza vitale è l'amore per il prossimo, indipendentemente dai legami familiari, nazionali, un amore che ignora, come in Tolstoj, la dimensione metafisica e che ingloba, sublimandoli nella libertà e nella fratellanza più pure e complete, l'“eros”, la “voluptas” e l'amore/affetto.
Questo empito vitale che patisce momentanee sconfitte, ma che mai è domo, è foriero di una “età dell'oro”, di una piena felicità conquistata con sofferenza e rinuncia. La missione dello “stalker” contempla battute d'arresto, temporanei smacchi: egli non sempre procura agli altri quell’appagamento che essi cercano con il loro viaggio nella “zona”. Ciò avviene solo per la pochezza del loro sentire, per la loro mancanza di fiducia e di fede: gelosi delle proprie individualità anchilosate, non sanno donarsi al rigenerante effluvio vitale. Il “viaggio” si rivela allora infruttuoso e sarà sempre tale per chiunque non sappia ascoltare il proprio intimo, per chiunque non sappia né conoscere se stesso né valutare la propria individualità unica, irripetibile, perfettibile, né misurare, moderare i propri aneliti. Lo “stalker” è sgomento di questa cecità umana, dei fallimenti di questi “viaggi” iniziatici, non sa rendersi ragione dell'incapacità degli uomini di vedere quanto sta in loro stessi, di osservare e meditare su quanto sta loro attorno, di comprendere come tutto vada rapportato al singolo, una monade, una entità carica di ignote possibilità che la civiltà, il progresso ha annullato, additandole allo spregio, alla condanna della massa resa amorfa, priva di giudizio autonomo. Egli tuttavia rimane persuaso della validità della sua scelta, introdurre, cioè, nella “zona” e far sostare nella “stanza” i propri simili. Nella sfida ad una realtà opprimente e nonostante i dolorosi insuccessi, non dubita di una faticata gloriosa vittoria apportatrice di un arricchimento dell'esperienza, di una intensità spirituale che è possesso più fermo della vita, che è conoscenza più ardita, più scevra di limitazioni. Qualcuno, attraverso questi “viaggi”, giungerà pure a convincersi che la rigenerazione sta nel proprio intimo, che l'uomo è potente: la figlia dello “stalker”, muta e paralitica, compie dei “miracoli”. Con la forza, che in lei, parte del Tutto, alberga, muove le cose: con la potenza di quell'afflato vitale che tutto sommuove e penetra e che è amore, piena, generosa, spontanea, disponibilità alle cose, agli uomini, in uno scambio d'amorosi sensi.
Un incontro difficile, un viaggio periglioso e accompagnato da misteri e da stranezze, un confronto delirante e sofferto, un'attesa vana e frustrante, un epilogo grigio e mortificante, chiuso alla speranza, ma, “in extremis”, esaltante e dirompente nella promessa di un certo riscatto, di una sicura redenzione nella realtà di un igneo, confortante, immenso magma d'amore: queste le tappe di una vicenda composta nel processo di una forma narrativa non sempre rigorosa e densa, delineata talora con eccessiva ricercatezza e fumosità intellettuale, tuttavia policroma, sottesa da iterazioni e risonanze che ne dilatano nei campi più diversi l'umana sostanza. Segnato da un autobiografismo particolare, testimonianza di un'epoca tormentata e inclemente, riflessione sulla realtà della vita ed accenno alle condizioni disperanti, senza futuro, della cultura e della scienza, constatazione di una impossibilità di operare, di difficoltà nei contribuire a cambiare il mondo e ad edifìcarne uno nuovo, Stalker ha le volute di un'epica tutta interiore, per la quale un'esperienza soggettiva viene proiettata, esemplata su un'epoca storica: Tarkovskij opera a cementarvi questi impulsi diversi e da essi ne deriva la struttura anomala rispetto ai film tradizionali, una struttura a forma di nebulosa, senza centro fisso e senza confini definiti, struttura adeguata ai personaggi, a queste sue creature sempre in cammino, pellegrini senza stazione di partenza e di arrivo che non sia la ricerca permanente di se stessi e la conquista difficile di un posto etico tra e con gli altri. Anche il tempo in cui vivono questi personaggi è del tutto interiore: esso scorre fluido e omogeneo, scosso e franto solo dalle folgoranti illuminazioni della morte, del ritorno alla calda umida terra, del dissolversi nell'indistinto e nel caotico, nel grembo della Grande Madre o per scomparirvi o per riemergervi temprati a nuove imprese, dopo un bagno lustrale alle sorgenti della vita, in una novella fiorente effusione di fervido sentire, nel predisporsi ad un mondo nuovo dove la vita pubblica e privata, le nazioni e gli individui, siano avvolti in un più vasto e ardente ritmo elementare che in piena sovranità tutto abbraccia e scandisce. Ma il nuovo regno, l'abbandono dell’egoismo e dell'ipocrisia, l'evoluzione dall'antico al nuovo Adamo, la presa di coscienza esistenziale non avvengono repentinamente, ma coronano una tormentosa, turbata ricerca. L'uomo nuovo viene partorito dopo un lungo travaglio, lo si incontra al termine di un rischioso viaggio.
Impregnato di cultura russa, Tarkovskij si alimenta di continuo a quel patrimonio culturale che è di tutta l'umanità: nelle sue opere, attraverso simboli, presenze, figurazioni, scelte strutturali, narra i momenti della formazione della personalità umana, quella propria o quella del personaggio o dei personaggi centrali in cui si riflette la propria, rimarcandone i felici risultati o annotando le involuzioni, le battute d'arresto, le dolorose, terribili, tragiche regressioni.
(…) I personaggi di Stalker - ed il discorso è circoscritto soprattutto allo scrittore e allo scienziato ché lo “stalker”, come “guida”, messaggero, apre tutta una serie di importanti, collegate considerazioni che amplierebbero oltre misura queste notazioni - compiono simbolicamente un viaggio per trarsi alla luce dalla parte negativa dell'inconscio, del materno, da qualcosa di buio e di inospitale che non si comprende e che psichicamente può divorare ed annullare. Essi fuggono dalla Grande Madre che nutre i suoi figli per reinglobarli nella morte, nel buio, nella simbiosi in cui non esiste individualità, ma dove tutto è mescolato senza discernimento. Con l'aiuto e l'esperienza dello “stalker” lo scrittore e lo scienziato sembrano voler disvelare queste forze oscure dell'inconscio, facendole assurgere alla chiarezza della coscienza, dei sentimenti, delle azioni, in modo tale che esse non possano più vivere dentro di loro nel segreto e nell'oscurità, in mille travestimenti e con moltepIici soluzioni.
L'avvio del film di Tarkovskij, in una atmosfera fosca, plumbea, marcescente, greve di pericoli, rispecchia questa condizione e, nel passaggio al colore, a tonalità riposanti e percorse da vita nelle modulazioni del verde, vitalizzate qua e là dalla apparizione del fuoco, simbolo di attiva trasmutazione e di affinamento, viene rimarcato l'avvio di un processo di maturazione: nell'inconscio desolato e tetro penetra una forza ordinatrice, una prima affermazione spontanea del Sè. I personaggi procedono per lo più in silenzio fra distese di alberi e prati disseminati di carcasse di veicoli militari e civili. Ed il silenzio precede l'apparizione del Sé, la nascita dell'“eroe”, vissuto sino a quel momento ai bordi del bosco, simbolo dell'inconscio, di una vita vegetativa, di una esistenza non attiva e non orientata verso una personale, singola differenziazione, ricca invece di conflitti e di lotte. Il bosco, le radure si popolano di presenze magiche, di fenomeni inspiegabili che con le loro trappole ed incantesimi creano conflitti e lotte che spingono avanti l'essere umano sulla via difficile dell'individuazione, la cui prima realizzazione intuitiva, il cui progetto avevano comportato un attacco esterno, reale da parte di un collettivo intransigente verso chi tenta di camminare da solo e per altra, diversa strada. Questo attacco può essere estremamente pesante e crudele in nome di una normalità, di una rettitudine, di una giustizia, di una moralità dettate come leggi dalla collettività, ma una più affliggente persecuzione ed una più potente aggressione vengono scatenate dalle forze interne dell'inconscio che profondamente incidono sulla nascente individuazione. L’“eroe” è sopraffatto con la pigrizia e l'inerzia e riportato a stadi primitivi di passività, soggezione, dipendenza, indifferenziazione, qualora non si mostri capace di conquistare i “tesori” racchiusi nell'inconscio, da esso custoditi tenacemente e in Stalker relegati in quella “stanza” a cui i protagonisti si affacciano, da ultimo, dopo aver superato i supposti pericoli del tunnel denominato “tritacarne”, dopo essersi immersi in un bagno purificatore ed aver sostato in un ambiente magico nel quale volano degli uccelli, delle aquile (simbolo degli stadi superiori dell'essere, della conoscenza spirituale). Ma la prova finale, l'accesso alla “stanza”, che darebbe allo scrittore e allo scienziato la possibilità di vedere trasformate in realtà le proprie aspirazioni, di possedere cioè compiutamente i “tesori” della loro personalità, viene respinta: essi non riescono ad “uccidere” gli elementi scissi, superati, caotici dei proprio io, essi non sono stati in grado di giungere ad una vera purificazione, ad una autentica liberazione dalla forza magica, seducente e distruttiva, dell’inconscio e pagano questa inettitudine con la “vita”, con un ritorno fra le braccia della Grande Madre che, dopo aver messo al mondo forze vitali, le ingloba, riutilizzandole quindi sempre allo stesso modo attraverso meccanismi di introiezione e di proiezione, in un cerchio vizioso che torna costantemente allo stesso punto e perciò invecchia, incrudelisce, diventa sterile e negativo. (…)
Per quei salti qualitativi che si sprigionano dagli scontri, dalle antitesi, dalle polarità che sommuovono continuamente l'attività psichica, dal nero, che è il colore del mondo ctonio, del ventre della terra, dove pur sta la vita, si trascorre alle tonalità cromatiche delle ultime immagini dove il possente flusso vitale si concentra nella figura, umanamente martoriata, della figlia dello “stalker”. In un tripudio di speranza, convivente con testimonianze di sacrificio e di dolore (lo smarrimento, la sfiducia della “guida”; le condizioni della bambina) e sprigionantesi dalla morte pur sempre in agguato (nella colonna sonora il ritmato transito di convogli ferroviari coesiste con le note di alcuni momenti del quarto tempo della Nona Sinfonia di L. van Beethoven e con le note del “Bolero” di M. Ravel), si celebra la possibilità di selezionare le energie interiori indistinte, la capacità di guardare, di proteggere le proprie forze istintuali non più lasciate allo stato brado, la forza di attingere un più alto orizzonte, perché il sole della coscienza illumini le parti più interne, oscure e buie, in una conquista del Sè, della propria personalità.
La figlioletta dello “stalker”, come il padre, ma in maniera più perfetta, avanzata e dinamica, nella sua silenziosa apparente solitudine, ha trasceso gli aspetti primitivi, arcaici, informi, caotici, soffocanti del proprio inconscio, del proprio complesso materno: ha sorpassato i limiti del proprio io biologico, naturale e ha allargato la coscienza alle profondità più nascoste in cui si annidano i grandi “tesori” che si riferiscono alla forza intensa, numinosa, costellante l'archetipo della Grande Madre. La piccola, superate le prove, si è messa in contatto con la matrice di tutte le cose, con il suo aspetto positivo, con tutto ciò che esso alberga di attivo, fecondante, vitale, benigno e partecipa della incommensurabile potenzialità della sua energia che è amore, calore, potenza creatrice.
Autore critica:Achille Frezzato
Fonte critica:Cineforum n. 203
Data critica:

4/1981

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Picnic sul ciglio della strada
Autore libro:Strugatskij Arkadij, Strugatskij Boris

A cura di: Redazione Internet
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