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È nata una stella - Star Is Born (A)

Regia:George Cukor
Vietato:No
Video:Biblioteca Decentrata Rosta Nuova, visionabile solo in sede, in vendita distribuzione Warner Home Video (Gli Scudi)
DVD:Warner Home Video
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Alan Campbell, Robert Carson, Dorothy Parker, William A. Wellman, basato su un testo di Adela Rogers St. John
Sceneggiatura:Moss Hart
Fotografia:Sam Leavitt
Musiche:Harold Arlen, Leonard Gershe
Montaggio:Folmar Blangsted, Craig Holt
Scenografia:Malcolm Bert, Irene Scharaff
Costumi:Jean Louis, Mary Ann Nyberg, Irene Sharaff
Effetti:H. F. Koenekamp
Interpreti:Judy Garland (Esther Blodgett), James Mason (Norman Maine), Jack Carson (Matt Liddy), Charles Bickford (Oliver Niles), Tom Noonan (Dammy McGuire), Lucy Marlow (Lola), Amanda Blake (Susan)
Irving Bacon (Graves)
Produzione:Transcona Enterprises - Warner Bros.
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1954
Durata:

154'

Trama:

Ad uno spettacolo di beneficenza, al quale partecipano i più famosi artisti di Hollywood, Norman Maine, celebre attore cinematografico, si presenta completamente ubriaco ed entra in palcoscenico mentre la cantante Ester Blodgett sta eseguendo il suo numero. La ragazza capisce a volo la situazione: corre incontro all'ubriaco, gli getta le braccia al collo e l'accompagna a passo di danza all'uscita. Il pubblico applaude senza accorgersi dell'incidente. Grato ad Ester, che l'ha salvato, Norman Maine va a trovarla in un locale notturno, dov'ella canta e le propone di lasciare la carriera di canzonettista per passare al cinema. Poi l'assiste affettuosamente col suoi consigli fino al di lei glorioso debutto. Tra i due è fiorito un sincero amore, che li porta al matrimonio. La loro unione sembra felice, ma purtroppo Norman continua a bere e ben presto i produttori mettono alla porta il celebre attore: Ester invece continua la sua ascesa. Per sottrarsi alla tirannia delle sue viziose abitudini, Norman passa alcuni mesi in una casa di cura. Quando ne esce, si crede guarito, ma uno scontro col capo dell'ufficio pubblicità lo porta ad atti di violenza e Io ripiomba nel vizio. Trovandosi nella sua villa sul mare, Norman ascolta, non visto, una conversazione: Ester dichiara ad un produttore di voler lasciare il cinema per dedicarsi al marito. Più tardi Norman dice di voler fare una nuotata, ma, entrato in acqua, s'allontana e sparisce tra le onde. Ester vuol rinunciare all'attività artistica; ma poi, convinta d'adempiere il voto più ardente di Norman, riprende il suo lavoro col nome di signora Norman Maine.

Critica 1:Versione in chiave musicale del film precedente riscritta da Moss Hart. Primo film a colori e in Cinemascope di Cukor, e uno dei suoi più costosi (4 milioni e mezzo di dollari, cifra altissima per l'epoca). Un personaggio drammatico per J. Garland dopo quattro anni di assenza professionalmente out che rivela eccezionali doti di attrice, cantante, mima, ballerina. Una stella muore, un'altra nasce: viva il cinema! Apoteosi dello star-system: "Il film rivela cosa c'è dietro" (E. Comuzio). Tagliato dalla Warner (…) e sottovalutato dalla critica del tempo, è un film straordinario a vari livelli tra cui, oltre a quello musicale, quello figurativo per l'uso del colore e del Cinemascope.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Prelibato come sempre, George Cukor spoglia il vecchio soggetto di Wellman e Robert Carson dal pathos sentimentale e teneramente lacrimevole che apparve, già nel noto film del '37 con Janet Gaynor e Fredrich March, una eco sia pur tardiva e sia pur convinta di un mondo quasi fitzgeraldiano di vedere i miti e il mondo di Hollywood, portavoci di miti e di un mondo più vasto, euforico e inquieto, instabile e corrosivo, quello di tutta l'America. Il fatto è che i conti, tra mito cinema costume stampa letteratura ecc. americani, tornano maledettamente. Pensate un momento al sentimentalismo decoroso e pensoso del soggetto di Wellman: un po' di Fitzgerald in quella stanchezza morale del protagonista, in quella incomunicabilità tra due esseri che pure si amano intensamente, in quel finale che ricorda tanto come significato esteriore, e magari interno in una dimensione facile, quello di Tender is the night; e un po' di furbizia del giovane autore che vuole farsi strada scrivendo canovacci che "debbono", per forza, piacere. Qui c'è tutta l'educazione, c'è il meglio del regista di poi, c'è anche il gusto di un'epoca sconfortata, nervosa e un poco brilla, in una omogenea fusione delle svariate "componenti" cui accennavamo più su. Pensate, ancora, a quella meravigliosa attrice - non attrice che è "la povera" Judy Garland. Ho detto attrice - non attrice, ho ripetuto uno slogan della stampa scandalistica californiana su questa donna "in pezzi", e mi spiego, e spiego insieme l'allusione di cui sopra: i suoi pazzi esaurimenti nervosi di sfiduciata stella holliwoodiana, il suo "physical check-up" compassionato persino dal rude e non felice e grandissimo John Garfield, i suoi tentati suicidi, il suo clichè di attrice-bambina, aderiscono in una perfetta allucinazione alla inquietudine del personaggio nato da un mito, in una evidenza tanto perfetta che la Garland recita semplicemente se stessa, i propri nervi, la sua pratica e insensata disperazione ... Questo è il soggetto di Wellman, un revival medio della grande "poesia" di Francis Scott. Cukor cerca di oggettivizzarlo, e ci riesce, con la sua consueta asciuttezza e ponderanza, a sprazzi: la bellissima, per esempio, scena del funerale, con l'urlo straziante e improvviso della vedova soffocata dalla folla ottusa e impazzita, una amara critica ad una mentalità infantile e perversa. Hollywood però resta, infatti resta, e così i suoi miti, ma non è detto che la distesa mestizia, la vibrata accortezza che il film riesce a imporre con la onesta forza di Cukor non sortisca discreti effetti di pacata denuncia umana; la morte di Norman Maine, l'attore finito e alcolizzato, ha una tensione più dolorosa e profonda di quella, per tanti vari motivi di analogo significato, della Crawford in Humoresque: non risponde a un destino solamente romanzesco, a una esigenza di delirio romantico. È un finale, se si può dire, concretamente mitico. In un paese sincero e ipocrita come l'America il romanzo o il racconto accettano sublimi rinunce che da noi sono appena tollerate nell'ambito dei fumetti. Voglio dire che per un gusto e una sensibilità nutriti di miti, nessuna critica a Hollywood, al Grande Capo Dei Miti, può abbattere alcuna parvenza d'idolo cattivo e mercantilistico; è proprio anzi un modo di continuare a credere alla loro democrazia. Così nessuno penserà che Fitzgerald nel Grande Gatsby abbia voluto comporre un'acre rampogna al mondo farisaico dei ricchi, ma proprio che abbia inteso narrare un dramma individuale interpretandolo alla luce di una constatazione mitica, la necessità della ricchezza e della truffa in un mondo ladro. Cukor, più sagace di Wellman, meno presuntuoso del Mankiewicz di Eva contro Eva che magari credette di aver lanciato una bomba contro il teatro, Cukor ha capito la difficoltà d'una interpretazione veramente acuta che comportava l'analisi della vita segreta del cinema. Ha preferito allora raccontare di nuovo l'infelice amore di Vicky e Norman puntualizzandolo in una malinconica e fluida allusività sentimentale che riceve dal cinemascope un respiro teso di vibratile effetto. Anche il cinemascope è uno sforzo del mito hollywoodiano e per capire la portata di A Star is Born basta vedere la scena del suicidio, percorsa, nel vento che pervade la casa di una paura quasi prevista, da una religione in tutto mitica e accettata.
Autore critica:Giuseppe Turroni
Fonte critica:Filmcritica n. 49
Data critica:

1955

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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