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Mr. & Mrs. Bridge - Mr. & Mrs. Bridge

Regia:James Ivory
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Vivivideo
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dai romanzo "Mr. Bridge" e "Mrs. Bridge" di Evan S. Connell
Sceneggiatura:Ruth Prawer Jhabvala
Fotografia:Tony Pierce-Roberts
Musiche:Richard Robbins
Montaggio:Humphrey Dixon
Scenografia:David Gropman
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Paul Newman (Walter Bridge), Joanne Woodward (India Bridge), Sandra McClain (Harriet), Margaret Welsh (Carolyn Bridge), Kyra Sedgwick (Ruth), Robert Sean Leonard (Douglas Bridge), John Bell (Douglas Bridge ragazzo), Simon Callow (Dr. Alex Cauer), Blythe Danner (Grace), Diane Kagan (Julia), Malachy McCourt (Dr. Forster), Austin Pendleton (Gadbury)
Produzione:Ismail Merchant e James Ivory
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1990
Durata:

120’

Trama:

Negli anni '40 vivono a Kansas City i coniugi Walter e India Bridge con tre figli. Walter è un avvocato di carattere autoritario che domina la moglie, sensibile e dolce. Dei tre figli, Ruth si stabilisce a New York per tentare la carriera di attrice, Carolyn conosce Jill e nonostante l'opposizione dei genitori lo sposa, Douglas so arruola . Ma con il passare degli anni le cose peggiorano: Carolyn ha violente liti con il marito, Ruth passa da una relazione all'altra, Walter scopre di soffrire di cuore. La sola India continua la sua vita di bambola apparentemente serena.

Critica 1:Dai romanzi Mrs. Bridge (1959) e Mr. Bridge (1969) di Evan S. Connell. Itinerario matrimoniale tra gli anni '30 e '40 dei coniugi Bridge di Kansas City: Walter G., avvocato di successo, conservatore in tutto, casa e lavoro, e India che vive all'ombra del marito, dedita ai tre figli, alla casa in ordine, alle buone maniere, al bridge con le amiche finché le affiora il dubbio che forse la vita potrebbe essere qualcosa d'altro. Sebbene la sceneggiatura di Ruth Prawer Jhabwala, assidua complice della ditta Merchant-Ivory, sagacemente ricucia i due romanzi per far posto a P. Newman (ammirevolmente sotto le righe), il film è soprattutto il ritratto di Mrs. Bridge (J. Woodward, squisita) e per lei è lo struggente finale. C'è qui qualcosa di nuovo nello splendore, e nei limiti, del calligrafico cinema letterario di J. Ivory: una dimensione autobiografica che gli dà vibrazioni e trasalimenti proustiani. Come i coniugi Newman, Ivory appartiene anagraficamente alla generazione dei figli di Walter e India Bridge: il loro mondo è quello in cui sono cresciuti e con cui hanno dovuto fare i conti.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:È stata Joanne Woodward, pare, a proporre a James Ivory di realizzare un film dai due romanzi di Evan S. Connell sui coniugi Bridge. Perché lei e il marito, ossia i coniugi Newman, ambivano interpretare la coppia sullo schermo. Sia come sia, Ivory era il regista giusto per questa impresa, che potrà avere tanti padri ma che si rivela felicemente un'operazione unitaria, fusa, dove i tanti talenti che si sono occupati della sua realizzazione hanno collaborato per un risultato davvero armonioso. L'autore dei due romanzi imperniati sulla coppia Bridge aveva già calibrato con cura del particolare e con una tecnica che è fin troppo facile definire minimalista lo svolgersi tranquillo, increspato da inquietudini continuamente ingoiate, di due esistenze prive di preoccupazioni materiali tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta, in un'America sostanzialmente sicura di sé, ancora convinta di essere d'esempio al mondo. Specialmente nel primo dei due romanzi, quello dedicato alla signora Bridge, il membro inquieto della coppia, svolto in 117 capitoli, dunque in rapidi «flashes» dominati dal quotidiano, dagli eventi minimi di ogni giorno. Che tutti insieme fanno, appunto, un'esistenza. La sceneggiatrice - Ruth Prawer Jhbvala, l'ebrea tedesca educata in Inghilterra e formata in India (dove ha sposato un architetto indiano) - ha assimilato spirito e scrittura dei romanzi, elaborando una sceneggiatura estremamente fedele (salvo alcuni particolari e l'ambiguità del finale); il produttore Ismael Merchant, che dal 1981 forma con la predetta sceneggiatrice e con Ivory una trimurti a prova di bomba, ha secondato tutte le richieste del caso; Ivory ha diretto come se la vicenda fosse stata inventata da lui, aderendovi completamente (e semplicemente, senza sforzo: c'è una tranquilla continuità fra i suoi precedenti film e questo); i due Newman hanno impersonato i due Bridge con la stessa padronanza, sicurezza, moderatezza di tutti qli altri. (…)
I luoghi e i caratteri della pagina connelliana prendono corpo, sullo schermo, grazie all'abilità di Ivory e collaboratori. Se si può parlare di un «Ivory touch» particolarissimo, tanto sottile da scomparire in un modo di far cinema tutto sommesso, dove non emerge l'acuto della bella sequenza, dove i particolari si concatenano pazientemente e significativamente, occorre riconoscere subito la sensibilità e l'intelligenza dei due protagonisti, anch'essi (Newman più della Woodward, propensa quest'ultima a tremori e palpiti un po' delibati, insomma un po' compiaciuta di una bravura del resto incontestabile) perfettamente inseriti in uno stile di racconto intessuto fittamente di piccole cose.
Ecco dunque questo legale affermato, che abita in una bella casa bianca, con colonne classicheggianti (vagamente «coloniale»: insomma di persone arrivate e dominatrici. Tra l'altro la persona di servizio è di colore), con un tocco di dimora-castello (i tetti aguzzi, la veranda, le cordonature ecc.), con stanze che trasudano buon gusto e dovizia di mezzi. Lui ha un aspetto tranquillo e sicuro, la faccia tagliata nel legno, i capelli corti, ordinati, gli occhiali severi, gli abiti inappuntabili. Qualcuno glielo rimprovera, questo ordine, come fa la segretaria che lo trova freddo e distante «dalla punta del cappello nero ai calzini di seta». La moglie d'altronde è sulla stessa lunghezza d'onda: ha i capelli bene ondulati, segue la moda ma con discrezione, non si accorge dell'aspetto leggermente ridicolo dei suoi cappellini, quando legge inforca un paio di occhiali dorati trattenuti da una catenella, cammina a passi leggeri.
Sono, di fuori, come sono di dentro. Lui è come si dice tutto d'un pezzo, ha dei principi cui rimane fedele, anche se il mondo si evolve attorno a lui. «Certe cose non cambiano mai: dignità, rispetto, senso del pudore» - dice alla figlia sorpresa a far l'amore, che gli osserva come i tempi siano cambiati. È dunque un conservatore, chiamiamolo anche reazionario. «Non so proprio dove andremo a finire», ama ripetere, e soprattutto rispetta il lavoro e lo spirito così Wasp della ricchezza costruita con le proprie mani, con fatica ed applicazione: «Non hai fatto il tuo dovere», rimprovera il figlio che si è dimenticato di chiudere le porte al sopraggiungere della notte. In politica è contro Roosevelt, ed è sconcertato dal fatto che il nipote della sua cameriera, un negro, intenda laurearsi ad Harvard («Ci sono tante ottime scuole per i negri - osserva alla moglie -perché non ne sceglie una?»). Considera l'arte un perditempo («Perché non si trovano un lavoro, come fanno tutti?» - dice dei pittori allineati sul Lungosenna, a Parigi) e la psicanalisi una pratica da ciarlatani.
Un uomo orribile, quindi? Qualcuno ha detto che chi conosce solo uomini educati o ragionevoli non conosce l'uomo, o lo conosce a metà. Ma Walter Bridge, pur essendo una persona da prendere con le pinze (e gli autori del film non ne nascondono certo le magagne, anzi vi ironizzano ampiamente), è un uomo completo e complesso, che nasconde sotto l'appartenenza ad una classe sociale murata nelle sue sicurezze e sotto la scorza chiusa alle manifestazioni del sentimento una umanità contraddittoria e tutto sommato, proprio per questo, verace, riconoscibile. Non ha mai gesti e parole affettuose verso la moglie, rigetta crudelmente le manifestazioni di simpatia della segretaria, non ricorda ricorrenze ed eventi («Ti sei dimenticato», lo rimprovera la figlia. «Di cosa?», chiede lui. «Di tutto»), è ipocrita e snob. Ma è capace di intuire la delusione amara della moglie quando, durante la cerimonia scolastica di fine anno, viene ignorata dal figlio, e a casa la consola senza dire niente, con un bacio; e a Parigi le regala un quadro che le piace, interpretando un desiderio non espresso. Che la sua sicurezza abbia delle incrinature risulta da diverse situazioni. Come quando si piega alla volontà del giovane fidanzato di sua figlia Carolyn, il quale si dimostra più deciso di lui; o come quando, al pranzo sociale, rifiuta di andare in cantina per l'arrivo del violento tornado. «Spirito di pioniere», lo sfottono gli amici che preferiscono mettersi al sicuro; ed ha ragione lui, infine, perché il tornado non osa scontrarsi con le sue certezze. «Sono vent'anni che ti dico sempre cosa succede o cosa sta per succedere. Ho mai avuto torto?». La sua sicumera è conclusa da uno sberleffo alla sua vanità («Visto?» - dichiara tutto tronfio quando il tifone si allontana), che è un preciso giudizio oggettivo. Insomma ha ragione lui di voler dominare gli eventi, ed al tempo stesso è esposto al ridicolo per questa sua conformazione, più che atteggiamento. In quanto, ancora, espressione di quell'America che vuole avere sempre ragione di tutto: «In America si considera malsano ricordare gli errori, nevrotico pensarci, psicotico rifletterci», ha scritto Lillian Hellman.
Che Walter Bridge sacrifichi l'aspetto dionisiaco a quello apollineo (nel senso usato da Strawinskij, quando diceva che la classicità è il trionfo dell'ordine sul sentimento vagante e sul caso, come modello di attività apollinea e cosciente) non è tanto importante, ognuno concepisce e organizza la propria esistenza come meglio crede. L'importante è la scoperta delle crepe che si manifestano sulla levigata superficie di questo tipo di esistenza. Non ci vuole molto, a capire che c'è qualcos'altro oltre il benessere e la tranquillità: e non ci si riferisce agli inevitabili problemi di ogni famiglia, agli scontri generazionali, alle ovvie difficoltà, ma a qualcosa di più profondo e di più preoccupante. Già subito all'inizio, appena presentata la situazione, Mrs. Bridge è in crisi. Inizia una mattina come tante, e prima di accingersi a fare le solite cose si mette a piangere silenziosamente, disperata, senza ragione apparente. E improvvisamente, di brutto, quando il marito le chiede ragione di tale comportamento, gli annuncia di voler divorziare. Lui riesce a dissuaderla, il proposito rientra presto: ma questa spaccatura rimane, ed è dolorosa. Accanto alla certezza, insomma, sta sempre un'incertezza. Ed ecco che il privilegio e la fortuna di vivere da veri americani va in frantumi al momento dello scontro con il bisogno e col dolore, quello vero. Dico dell'ex-insegnante di disegno che mendica un aiuto, portando nella casa di Mrs. Bridge l'indigenza dei meno fortunati, e soprattutto dell'amica Grace, che
prima dà i numeri poi si suicida. Mr. Bridge la condanna seccamente, non comprendendo assolutamente e non accettando il gesto estremo: «Suo marito le aveva dato tutto ciò che una donna potesse desiderare, ma lei non era mai contenta... Era critica con tutti, anche con se stessa. Era instabile». Un processo spietato, sostenuto dalla persuasione che per la felicità di una donna basta e avanza quanto fa per lei il marito, lo sa lui cosa occorre, e lei stia al suo posto, grata e sottomessa. Ma Mrs. Bridge, che pure è grata e sottomessa, difende schiettamente l'amica morta, e questo vuoi dire qualcosa.
II film di Ivory è insomma una riflessione, mediata da una invenzione letteraria, sul disagio di vivere, al di qua o al di là dell'Atlantico, ieri o oggi. Dice cose importanti, senza mai fare la voce grossa. Come la vita, si propone come un flusso continuo di fatti, tanto vero che quando lo schermo si accende sui titoli di testa la vicenda è già cominciata, e alla fine non finisce propriamente. Nei romanzi di Connell prima muore Mr. Bridge, vittima davvero del suo cuore malfermo, poi Mrs. Bridge, incastrata nell'auto che non riesce a lasciare il garage; nel film alla brutta avventura di lei nel garage si alterna il ritorno a casa di lui. Nessuno sa se arriverà in tempo per salvarla o se quei fiori che ha appena comprato per lei sono destinati ad essere posati sulla sua tomba, anche se è più facile propendere per la soluzione ottimista. li romanzo è dunque più definitivo, per così dire (l'ultima frase di Mrs. Bridge, dopo che ha invocato aiuto, suona inequivocabilmente, glacialmente tragica: «Nessuno risponde, a parte la neve che cade»). II film è all'insegna della discrezione, le tragedie sono nascoste. Lo stile di racconto è tutto raccolto, tutto ellittico, fatto di piccoli episodi e di allusioni, è lo spettatore che deve mettere insieme le tessere del mosaico. La vicenda abbraccia quasi due decenni, senza marcare i passaggi di tempo: siamo informati delle vicende matrimoniali della figlia Carolyn quando costei torna a casa in piena notte per un litigio (uno della serie) col marito, e dell'arruolamento del figlio Douglas quando, nell'episodio dell'ex-insegnante di disegno, vediamo sul tavolo un ritratto del giovanotto in uniforme. Sappiamo dei disturbi di cuore di Mr. Bridge da pochi accenni (non ci sono visite dal cardiologo, per dire), e non sappiamo niente del seguito della faccenda della segretaria un po' innamorata, se cioè si è licenziata davvero o se è stato anche per lei (come per la moglie) uno sfogo senza seguito.
Solo la sequenza finale è elaborata, centellinata addirittura. Il resto fila liscio che più semplice non si può, non ci sono exploits di angolazioni e montaggio, l'illuminazione sembra lasciata alle fonti naturali o a quelle presenti nell'inquadratura (Ivory non ha paura delle ombre, non usa superfici riflettenti per fare una bella fotografia levigata a luce diffusa), il sonoro è parco, con poche sottolineature. Come al solito, Ivory utilizza brani di musica preesistente in funzione simbolica: tocca stavolta alla «Barcarola» dall'episodio veneziano di «I racconti di Hoffmann» di Offenbach, che sigla la notte parigina dei due coniugi e si risente nel finale, quando Mr. Bridge torna a casa con i fiori per la moglie. Un motivo leggiadro e onduleggiante che sembra non doversi interrompere mai nel suo ripetitivo e consolatorio procedere, ma che a ben guardare ha un sapore agretto, acidulo, di una tal quale leziosità artefatta, e con una parte centrale che è come un'onda che sale e si gonfia, per poi tornare nell'alveo del tema principale. Come se niente fosse: ma qualcosa è stato, invece.
Autore critica:Ermanno Comuzio
Fonte critica:Cineforum n. 300
Data critica:

12/1990

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Mrs. Bridge
Autore libro:Connell Evan S.

A cura di: Redazione Internet
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