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Coppa (La) - Phora

Regia:Khyentse Norbu
Vietato:No
Video:Lucky Red Home Video
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Infanzia di ogni colore, Sport e salute
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Khyentse Norbu
Sceneggiatura:Khyentse Norbu
Fotografia:Paul Warren
Musiche:Douglas Mille
Montaggio:John Scott
Scenografia:Raymond Steiner
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Kunsang Nyima (Palden), Pema Tshundup (Nyima), Jamyang Lodro (Orgyen), Neten Chokling (Lodo), Orgyen Tobgyal (Geko)
Produzione:Malcolm Watson & Raymond Steiner per Coffee Stain Productions, Palm Pictures
Distribuzione:Lucky Red
Origine:Australia
Anno:1999
Durata:

93'

Trama:

Due adolescenti tibetani, Palden e Nyma, vengono inviati dalla famiglia in un monastero in esilio alle pendici dell'Hymalaya. Accolti dall'anziano Lama con parole di conforto per la lontananza della madre, i due vengono ammessi al rito dell'ordinazione e subito avviati alla vita monastica. Orgyen, il compagno di stanza di Palden, ha quattordici anni e, durante la preghiera comune, fa gesti di intesa e scambia biglietti con un altro poco distante. Poster e manifesti attaccati alla stanza rivelano che Orgyen è appassionato di calcio e la sua testa è rivolta ai campionati del mondo in svolgimento in Francia. Insieme a Lodo, Olgyen coinvolge Palden nelle fughe notturne per andare a vedere le partite nella sala TV del vicino villaggio. Geko, il responsabile della disciplina, una notte li scopre mentre tornano in camera. Dovrebbe seguire l'espulsione dei tre, ma Orgyen, fattosi coraggio, suggerisce invece di noleggiare un apparecchio e vedere la partita finale nel monastero stesso. Con sorpresa di tutti, la proposta è accolta. Orgyen allora pensa all'organizzazione: con l'unico noleggiatore del paese, tratta il prezzo dell'apparecchio, si fa dare un'antenna parabolica che viene posizionata sul tetto, prepara la sala. Tutti si ritrovano davanti al piccolo schermo per la conclusione dei campionati. Poi l'anziano Lama si ritira in preghiera. Adesso la vita del monastero può riprendere i ritmi di prima.

Critica 1:Khyentse Norbu, il regista de La Coppa, è egli stesso un Lama reincarnato della tradizione buddista, nato nel Bhutan, con studi pregressi in Sikkim e India. Ha conosciuto il cinema durante l'adolescenza ed è stato aiuto regista di Bertolucci per Il Piccolo Buddha, tanto che Bertolucci ha visionato un primo montaggio di questo film, dando dei suggerimenti. Norbu ha poi diretto un paio di cortometraggi (Etto Metto e The Big Smoke) ed ha intrapreso un sodalizio con l'architetto australiano Malcolm Watson, costruttore di centri di ritiro spirituale per i suoi corsi e poi produttore del film. Il pretesto dell'incontro tra la pratica buddista e i mondiali di calcio è l'occasione per lo spettatore occidentale per rivedere la sua immagine della disciplina orientale in senso demistificante. Demistificante nel senso che il film è disseminato qua e là di scene, particolari, atteggiamenti che sconvolgono la nostra visione tradizionale di tipo proiettivo. Lo spettatore, aldilà del suo livello di cultura, troverà certi comportamenti dei monaci buddisti in contrasto con l'idea comune che si ha dell'ascetica pratica monastica - idea, è bene sottolinearlo, che molto dipende dalle religioni occidentali. Lo sforzo che la visione del film impone, di uscire dai luoghi comuni e tentare un approccio nuovo con quella cultura, sarà più o meno facile da persona a persona ma è assolutamente appagante. Un'inquadratura raffigura bene questo ragionamento ed è quella in cui un giovane monaco solleva una tazza per bere e sul fondo della tazza vediamo disegnata una svastica. Nell'attimo in cui ci ricordiamo che, prima di essere il marchio nazista, essa simboleggia in molti culti orientali il movimento cosmico, capiamo che grazie al film di un orientale possiamo, per così dire, riscrivere l'emisfero orientale del nostro immaginario. Se, come dice Norbu, "fare un buon film è come praticare i riti buddisti: tutto comincia attraverso la coscienza dei nostri meccanismi di suggestione", questo film sta dalla parte del continuo rinnovarsi di tali meccanismi, grazie ai quali possiamo dire che tutto il film è un'operazione non priva di una certa scaltrezza, un'ottima pubblicità per il Buddismo in tutto l'Occidente, senza che per ciò il messaggio ne esca viziato. Sulla superficie della storia coesistono due letture da due punti di vista: il calcio è un fenomeno talmente coinvolgente da ipnotizzare personaggi così equilibrati e affrancati dal desiderio come i monaci buddisti; ma ci si può lasciar coinvolgere senza diventare schiavi. Il piccolo monaco capisce di aver chiesto al suo amico un sacrificio troppo grande pur di trovare il denaro per affittare l'antenna parabolica e guardare la finale dei mondiali. E non aspetta neanche la fine della partita per iniziare a rimediare alla sofferenza che si accorge di aver provocato. La partita non interessa più. Quest'epilogo ha la qualità di essere - per usare una locuzione fuori tempo massimo - moralmente ineccepibile. Ma è anche coerente all'assunto di cui il film vuole essere testimonianza, ossia la frase che lo chiude a sigillo: "se un problema può essere risolto, perché essere infelici? E se non può essere risolto, domandiamoci: a cosa può mai servire essere infelici?".
Autore critica:Andrea Marzulli
Fonte criticaCinemastudio.it.
Data critica:



Critica 2:Presentato alla "Quinzaine des réalisateurs" dell'ultimo festival di Cannes, La coppa è diventato un piccolo caso, mietendo premi nei moltissimi festival a cui ha partecipato, e sorprendendo autore e produttori, che non si aspettavano tanta simpatia intorno al loro film. Motivi di interesse, va detto, ce ne sono parecchi, a partire dalla curiosità di vedere all'opera nei panni di regista un Lama buddista tibetano. Khyentse Norbu, trentottenne, più conosciuto col nome di Lama Rinpoche, è stato riconosciuto a sette anni come la reincarnazione di un celebre santo e riformatore religioso tibetano, è insegnante di filosofia e rettore di numerosi monasteri, pur essendo, a tutti gli effetti, un laico. La passione per il cinema, nata tardiva, lo ha completamente assorbito quando è stato chiamato in qualità di consulente (e coinvolto in seguito come aiuto regista e attore) da Bernardo Bertolucci, allievo della sua scuola, per Piccolo Buddha. Ma i suoi maestri cinematografici sono altri: Ray, Tarkovskij, il De Sica di Ladri di biciclette, il Nanni Moretti di Caro Diario, e così via, in una passione cinefila senza confini. Ecco dunque che la semplicità della struttura de La coppa appare tutt'altro che dettata da ingenuità, ma è stata scelta come mezzo espressivo per veicolare un messaggio profondo che toccasse una platea il più vasta possibile. Non occorre essere buddisti, né essere addentro a questioni spirituali per apprezzare questo film, che in modo lieve, ma sincero e coinvolgente, ci racconta che anche i monaci sono esseri umani, che si possono vivere le proprie passioni se si rinuncia al proprio ego, e ci fa assistere all'irruzione della modernità, sotto forma di un'antenna parabolica e di un evento sportivo come i campionati mondiali di calcio, nella calma secolare di un monastero fino ad allora isolato dal mondo. La coppa ci racconta della vera passione di veri monaci per un gioco dei cui interessi economici sono del tutto all'oscuro: quel che conta per loro è fare il tifo per la Francia, paese amico del Tibet (e pazienza se a farne le spese è l'Italia del buddista Baggio), partecipare a tutti i costi a un evento che viene così descritto con toccante ed efficace sintesi da Geko all'anziano abate: i rappresentanti di due nazioni civili che lottano per il possesso di una palla.
Il film ci porta dentro alla vita semplice e quotidiana di un monastero: in Occidente, ci ha detto Norbu, si tende ad idealizzare troppo il buddismo, che non è una religione ma una filosofia di vita. Ecco dunque che nell'ordinato procedere di giorni scanditi tra preghiere, studio e rituali, c’è spazio per le monellerie e l'insofferenza di alcuni, che come tutti i ragazzini da che mondo è mondo possono essere crudeli coi diversi (il vecchissimo veggente del monastero, oggetto di scherzi anche pesanti), e conservare e scoprirsi un'anima grande e pura. La coppa convince dunque perché è vero, perché dà alle cose il loro giusto peso, e se la partita si interrompe per mancanza di energia elettrica, pazienza, si può ingannare l'attesa narrando con la tecnica delle ombre cinesi un'antica storia zen. Il film è stato girato in condizioni logistiche estremamente difficoltose, interpretato da veri monaci tutti rigorosamente non attori, e con una troupe improvvisata (gli unici professionisti erano il tecnico del suono e il montatore). Designato a rappresentare il Tibet nelle candidature straniere al premio Oscar, e nominato tra i migliori film non europei ai prossimi European Film Awards, La coppa a modo suo fa sentire la voce sommessa di un popolo oppresso e da noi spesso dimenticato, se non fosse per le occasionali visite del Dalai Lama e le prese di posizione in suo favore di star come Richard Gere e i Beastie Boys. Se tra un monaco buddista e Ronaldo c'è già una somiglianza fisica, anche il calcio può, paradossalmente, diventare messaggero di pace. Non farebbe male neanche ai nostri tifosi, apprendere questa lezione. Magari andando a vedere questo delizioso, inatteso, piccolo film zen.
Autore critica:Andrea Catelli
Fonte critica:Cinema.Supereva.it.
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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