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Uomo che volle farsi re (L’) - Man who would be King (The)

Regia:John Huston
Vietato:No
Video:Columbia Tristar Home Video
DVD:
Genere:Avventura
Tipologia:Letteratura inglese - 800, Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal racconto omonimo di Rudyard Kipling
Sceneggiatura:Gladys Hill, John Huston
Fotografia:Oswald Morris
Musiche:Maurice Jarre
Montaggio:Russell Lloyd
Scenografia:Alexandre Trauner
Costumi:Edith Head
Effetti:Dick Parker
Interpreti:Sean Connery (Daniel Dravot), Michael Caine (Peachy Carnehan), Christopher Plummer (Rudyard Kipling), Saeed Jaffrey (Billy Fish), Doghmi Larbi (Ootha), Paul Antrim (Mulvaney), Nadia Atbib (Danzatrice), Karroum Ben Bouih (Kafu-Selim), Shakira Caine (Roxane), Jack May (Comm. Distrettuale), Albert Moses (Ghulam),Yvonne Ocampo (Danzatrice), Kimat Singh (Soldato Sikh), Mohammed Shamsi (Babu), Gurmuks Singhs (Soldato Sikh)
Produzione:Columbia Pictures Corporation - Devon Film
Distribuzione:Columbia
Origine:Gran Bretagna - Usa
Anno:1975
Durata:

129’

Trama:

Daniel Dravot, ex-sottufficiale dell'esercito inglese, e il suo collega Peachy Carnehan, entrambi massoni, decidono, svanita ogni altra possibilità di far fortuna in India, di conquistarsi un regno tra le montagne del Kafiristan: una regione ignota agli europei ma sulla quale, piu' di venti secoli prima, aveva dominato Alessandro Magno. Chiamato a testimone della loro impresa il giornalista Rudyard Kipling, Daniel e Peachy si mettono in viaggio, con un carico di fucili, verso la loro "terra promessa", che raggiungono finalmente dopo aver superato fiumi, montagne e ghiacciai. In virtu' della loro esperienza militare riescono facilmente a imporsi sulle popolazioni locali, unificandole sotto il loro dominio. Grazie, poi, al simbolo della massoneria che porta al collo e che è del tutto eguale a quello scolpito su un antico sarcofago custodito dal Gran Sacerdote di Nicandergal - la città santa del Kafiristan - Daniel viene addirittura ritenuto un dio, discendente da Alessandro Magno, e incoronato re. Diventato, come tale, proprietario di un immenso tesoro, egli decide, contro il parere di Peachy, di non fuggire col favoloso bottino, ma di restare poichè è convinto di avere sul serio una missione divina da compiere. Commette, pero', l'errore di volersi sposare: il giorno delle nozze, infatti, la sua umana vulnerabilità viene scoperta, per cui sacerdoti e popolo si rivoltano contro l'impostore e lo gettano da un ponte. Si salva, invece, Peachy, e sarà dalla sua bocca che Kipling apprenderà la loro storia.

Critica 1:Nell'India del 1880 due ex sottufficiali dell'esercito britannico decidono di conquistarsi un regno tra le montagne del Kafiristan, regione dov'era passato Alessandro Magno. Da un racconto (1888) del giovane Rudyard Kipling, Huston ha cavato un film affascinante che ha tutto quel che un buon "avventuroso" deve avere: eccitazione, colore, spettacolo, umorismo, verità, onestà, ironia, fantasia. Girato in Marocco (e sulle Alpi) con la splendida fotografia di Oswald Morris e due attori superbi. Film hustoniano a 18 carati, e sottovalutato.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:(…) Comunque torniamo a Huston ed al suo Uomo che volle farsi re, che non sarà un capolavoro ma che è comunque pieno d grossi motivi di interesse. E come primo vorremmo mettere il fatto che è un film girato da grossi attori: troppe volte i problemi recitativi sono stati messi in secondo piano, troppo spesso il messaggio del film ha offuscato l'impegno dell'attore. Vale allora la pena di spendere due parole su Sean Connery, soprattutto, che dopo Il vento e il leone ci propone una grande interpretazione: un po' sornione, con una grande espressività mimica, elegante senza essere aristocratico, il suo Daniel Dravot aggiunge l'autoironia al personaggio disegnato da Kipling. Saltiamo così nel concreto del film che Huston ha saputo vivificare e attuare proprio in chiave ironica. Il racconto di Kipling contiene in filigrana la parabola dell'imperialismo inglese: nella storia dei due avventurieri che conquistano un territorio primitivo e vi portano civiltà e giustizia ottenendone in cambio potere e ricchezze, si può facilmente vedere l'immagine del Regno Unito che civilizza il mondo. Kipling fu un cantore di queste gesta più che un osservatore critico, ruolo che invece vuole per sè Huston, il quale introduce nel tessuto del film una serie di notazioni e battute che demitizzano l'operato dei due avventurieri. Da questo punto di vista sono molto significative le scene con Billy Pesce, con il rapporto a metà fra il paternalistico e l'autoritario che instaurano con lui, e le divertentissime sequenze dell'istruzione dei militari dove, usando i metodi con cui vengono addestrate le truppe di Sua Maestà Britannica per un gruppo di selvaggi che neppure capiscono la lingua in cui vengono impartiti gli ordini, balzano all'occhio la comicità per non dire la stupidità di queste pratiche. Ma l'intervento di Huston si esplica anche ad altri livelli. All'interno del racconto, con la beffa finale degli asini e dell'oro che cade nel burrone, così simile alle ultime scene del Tesoro della Sierra Madre, ma anche all'esterno del film con l'introduzione dei personaggio di Kipling. Il lungo prologo non è una gratuita invenzione di Huston, ma possiede un suo scopo preciso: permette allo spettatore di fare una netta distinzione tra il giornalista e i due avventurieri. In altre parole da una parte c'è chi le storie le vive in prima persona, andando a conquistarsi il proprio regno, e dall'altra c'è invece chi è capace solo di raccontare avventure che accadono agli altri (al limite neppure di inventarle). E anche l'ultima scena ripropone, con la sua stessa presenza, questa dicotomia. E per un regista, cioè per uno scrittore che non lavora con la penna ma con la macchina da presa, ammettere questa anteriorità dell'avventura è già un grosso atto di umiltà. Per finire c'è un'ultima cosa che ci intriga molto in L'uomo che volle farsi re: la fortuna di Daniel Dravot inizia con un inganno, involontario, (la finta ferita da freccia) e continua, sempre in modo involontario, (il simbolo massone donatogli da Kipling) fino a quando Dravot è perfettamente cosciente che tutta la storia, dal regno del Kapliristan a Sikandergul, è una favola per persone sottosviluppate. Dravot sta al gioco e comanda. Ma quando, improvvisamente, comincia a credere che il gioco sia realtà, allora inizia la sua caduta perchè effettivamente è un comune mortale. La finzione perde il suo carattere di finzione (i re venuti dal cielo) per assumere quello di realtà (Dravot legifera). Non è un po' la storia del cinema hollywoodiano, entrato in crisi quando ha abdicato alla sua componente di mise en scène, di fiction?
Autore critica:Paolo Mereghetti
Fonte critica:Cineforum n. 155
Data critica:

6/1976

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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