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Vorrei che tu fossi qui - Wish You Were Here

Regia:David Leland
Vietato:No
Video:General Video, Polygram Filmed Entertainment Video
DVD:
Genere:Commedia - Drammatico
Tipologia:La condizione femminile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:David Leland
Sceneggiatura:David Leland
Fotografia:Ian Wilson
Musiche:Stanley Myers
Montaggio:George Akers
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Tom Bell, Jesse Birdsall, Geoffrey Durham, Barbara Durkin, Pat Heywood, Geoffrey Hutchings, Emily Ann Lloyd
Produzione:Zenith Productions
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Gran Bretagna
Anno:1987
Durata:

91'

Trama:

Lynda, una ragazza sedicenne dal carattere ribelle, orfana di madre, vive in una cittadina della costa inglese, col padre parrucchiere e con la noiosa sorellina. Il babbo ha una relazione per compensarsi della vedovanza; non comprende la figlia; non la sopporta; spesso anzi se ne vergogna, perché Lynda riesce sempre ad essere indisponente e a scandalizzare i concittadini benpensanti con un linguaggio volgare. In realtà la ragazza, che sente enormemente la mancanza della mamma, ha un grande bisogno di affetto e, poiché non le viene dato, reagisce in modo aggressivo e infantile ad un tempo.

Critica 1:Lynda Mansell è una ragazza graziosa e intelligente, dai modi esuberanti e troppo disinibiti rispetto all’ambiente in cui vive, in un costante rapporto di conflitto e aggressività con il mondo che la circonda. Usa un linguaggio scurrile, ricco di parolacce ed espressioni volgari che scandalizzano il vicinato e infastidiscono notevolmente il padre. Interrogata su cosa le succeda, dice che le “girano a morte”.
Non si vergogna ad assumere atteggiamenti spudorati e fa il verso a Betty Grable mostrando le gambe. Si serve spregiudicatamente del suo corpo, considerandolo un’arma di seduzione ma soprattutto di provocazione; trova ipocrita la morale corrente e non ne fa mistero. Mandata da uno psicanalista per discutere le sue difficoltà di comunicazione, ingaggia con lui una gara di insulti. Quando Dave, il fattorino degli autobus con cui ha condiviso la sua prima esperienza sessuale, le si presenta davanti con un’altra ragazza, Lynda non ha paura di andare ad aspettarlo melliflua all’uscita dal lavoro per poi vendicarsi freddamente dello sgarbo.
Il padre, sempre più esasperato, non capendo i motivi di tanto astio, la considera alla stregua di una spina nel fianco e tenta invano di trovarle un lavoro. Ma lei non vuole saperne del futuro da parrucchiera che le è già stato preparato, rinunciando così a un’occupazione sicura, e manda a monte anche gli altri tentativi paterni di sistemarla. Insofferente verso la sorellina reclutata nelle scout, nauseata dall’amante del padre, provoca e insieme respinge i continui scontri e i rimproveri, che sono l’unica forma di attenzione che riceve.
Lynda vive i rapporti familiari come una prigione. La madre è stata la sola figura affettivamente importante, la sola che abbia saputo consolarla dai suoi malumori quando, ragazzina, girava per le strade con una maschera anti-gas, come una presenza alquanto inquietante. Al ritorno del padre dalla guerra, la figlia invece di essere contenta e sollevata si sente tradita nel rapporto esclusivo che la unisce alla madre, legame definitivamente spezzato alla morte di lei e sempre rimpianto. È lei, col suo odore inconfondibile e i suoi modi gentili, che Lynda vorrebbe fosse lì accanto a lei.
Il suo maggiore interesse sembra essere il flirtare con i giovanotti, spesso facendo la prima mossa o dimostrando comunque una curiosità divertita verso la sessualità. Dapprima infastidita e poi più interessata alla costante presenza di Eric, l’amico del padre, allampanato e claudicante, cede infine alle sue avances e cerca negli incontri con lui un affetto e una comprensione che non troverà, come non sente di poterli trovare nel genitore. Quando si rifugia nel suo tugurio, dopo essere scappata di casa, invece di solidarietà e sostegno trova solo un uomo che la desidera ma non la ama perché non è capace di amare nessuno. Abbandonato anche l’attempato e cinico amante, Lynda si guadagna da vivere con l’ennesimo impiego destinato a essere di breve durata.
Le scenate del padre, quando scopre che la figlia è incinta, spingono la ragazza a un’ultima sfida, e salita sul tavolo, declama ai bigotti avventori della sala da tè le gioie e i piaceri del sesso senza lesinare i dettagli. La società e l’atmosfera soffocante della provincia vogliono zittirla e costringerla in un ruolo che non sente suo, e lei decide di ribellarsi al destino di emarginazione a cui la condizione di ragazza madre dovrebbe condannarla. Non abortirà, anzi terrà il bambino e lo alleverà come se fosse solo suo, finalmente donna e finalmente pronta a cercare un dialogo con i suoi familiari, senza però essere disposta a permettere che qualcun altro decida per lei.
Autore critica:Azzurra Camoglio
Fonte criticaAiace Torino
Data critica:



Critica 2:Ci sono film che ci assalgono con la virulenza di alcune affermazioni fino a farci dimenticare che - all'interno dei loro stesso discorso - altri sono gli elementi che veramente e significativamente sottendono la storia.
Accade spesso ed è accaduto in Vorrei che tu fossi qui! Lo spettatore (foss'anche un critico) è stato abbacinato, accecato dalla vitalità della protagonista: ha riso del suo linguaggio scurrile, s'è divertito per i suoi piccoli-grandi problemi sentimentali, ha amabilmente condiviso l'intolleranza per un mondo vuoto e falso, ha sorriso di certi personaggi minori e così via.
Eppure alcune scene erano tutt'altro che allegre; erano drammatiche se non tragiche: chi ha visto il film ha sublimato questi momenti, li ha resi partecipi degli altri e giustamente ha soddisfatto una sfera del proprio piacere frequentemente inutilizzata.
Per due volte vediamo Lynda, la protagonista, piangere davanti ad una finestra chiusa, per due volte ripercorriamo certi suoi sogni tristissimi (come quello della morte della madre), per due volte - quasi senza accorgercene - c'immergiamo in quel sentimento liquido a cui diamo il nome di “nostalgia” (che non è altro che la coscienza d'un passato, a volte spiacevole, che ora possiamo “governare”: per questo proviamo un misto di gioia - perché finalmente sappiamo com'è andata a finire - e di dolore - sono azioni che“non possediamo più”).
A noi spettatori basta questo per suscitare sensazioni piacevoli; per Lynda, invece, in quanto personaggio, si tratta di tutt'altra cosa: lei “vive”, senza possedere, il passato, vive l'assenza della madre. Per questo, il film narra d'un dolore infinito, continuamente annegato dal racconto e rimosso dal pubblico.
Del resto sono questi gli obiettivi che apprezziamo anche in altri film: vedere la vita “appagante e felice” e sperare che sia parte preponderante della realtà (il male, il dolore sono piccoli e quasi invisibili accidenti, tanto che - anche quando compaiono sullo schermo - ci sembra di non vederli): in tal senso Stregata dalla luna si muove - con maggiore convinzione - sulla stessa linea. Come a dire: la vita non è sempre divertente e piacevole, lo è - semplicemente - spesso.
Per tale motivo, ridendone, prendiamo le distanze da quel mondo dal quale Lynda cerca di difendersi: la maschera antigas che compare, ironicamente, più volte all'interno del film, è la testimonianza d'un duplice rifiuto - è un muro contro il mondo ed un filtro per respirare aria pulita.
Ma Lynda (e si tenga presente il “senso” del nome) si caratterizza anche per l'uso frequente del linguaggio scurrile: è il suo modo infantile per difendersi e, al contempo, per creare un contatto così come l'esibizione della sessualità (il mostrare senza inibizione le gambe e non solo) è lo strumento principale di ricerca d'un amore perduto (quello della madre) e, al contempo, di allontanamento dal perbenismo ipocrita.
Il grigiore degli anni '50, che fanno da sfondo al film, si sostanzia anche nelle sfumature del mare invernale, nella nebbia, nei colori freddi delle case: la coscienza di vivere un'età “di mezzo”, fortemente marcata dalla stupida guerra appena finita, esplicita assimilazioni - anche superficiali - fra quegli anni ed i nostri.
La mediocrità pervade lo schermo senza stancarci, a cominciare dai vari lavori a cui Lynda è costretta: prima apprendista parrucchiera poi impiegata in una rimessa d'autobus poi ancora venditrice ambulante infìne cameriera in una sala da the. La sua protesta, la sua piccola rivoluzione si attua anche grazie ai continui licenziamenti ai quali “costringe”: il suo rifiuto totale ed incondizionato passa anche di qui.
Il tentativo di uscire da questa situazione d'impasse non può che essere “banale” ed immediato: il “superamento” è cercato attraverso l'amore o, per meglio dire, attraverso il recupero di quel personaggio rassicurante che Lynda vede nella madre. I compagni di questo suo “breve” viaggio sono imberbi impacciati e stupidi, falsi dandy provinciali e meschini, anziani voyeurs aridi e duri: in ogni caso c'è delusione con conseguente introversione. In definitiva: si è salvi solo in se stessi.
Il corpo dimostra la sua inutilità in tale ricerca soprattutto grazie alla non coincidenza con il rapporto “sinceramente” sentimentale, emotivo, intimamente sentito come possibile via d'uscita. Tale situazione, però, non banalizza il sesso, semmai lo ridefinisce, privandolo di quell'aura sacrale che, spesso, viene esibita falsificandone la portata.
Per Lynda tale elemento diventa uno strumento “di ricerca” e, del resto, lo stesso “amore” è condizione di base per un'altra eventualità, per il progetto ambizioso che cova dentro: essere libera.
Lo testimonia la sua bicicletta con tanto di girandola: il suo significato - caso mai fosse necessario - è chiarito dall'ultima scena: Lynda, a testa alta, attraversa la folla dei personaggi (maschili) che hanno animato la sua storia esibendo un bebé all'interno d'un carrozzino la cui girandola rimanda chiaramente all'altra.
E attraverso il figlio che la protagonista ricuce la sua esistenza, è attraverso esso che, d'un colpo, recupera amore, protezione e libertà: come in pubblicità, anche qui vengono espressi e messi in gioco concetti semplici, “primordiali”, necessariamente comprensibili. Il nostro piacere è garantito anche dalla semplicità degli intenti.
Gli altri personaggi sintetizzano, chiarificano, ripetono quanto affermato dalla protagonista e dai suo agire: la sorella è l'integerrima convinzione dell'ordine, dell'omologazione militaresca, dell'immutabilità dello stato delle cose. Da boy scout a soldato, rappresenta - in qualche modo - la perfetta integrazione di un mondo che si vuole evidentemente difendere. Lei non è di nessun aiuto per Lynda, tantomeno la zia (che, senza comprendere, le consiglia di “sbarazzarsi” dei fardello: il figlio in arrivo è l'ultimo e più grande atto deviante - e vivente - per la possibile quiete della cittadina di provincia): l'universo “negativo” ha connotazioni non solamente maschili.
In tale bestiario, è il padre a ricoprire un ruolo fondamentale: è quello che più si allontana e meno capisce le prese di posizione della figlia, è quello che - completamente cieco - non vede l'affetto e la necessità dì protezione in cui questa annega la gelosia (altro atto d'amore che, indirettamente, coinvolge la madre).
Con simpatica superficialità è trattato lo psichiatra che compare nel film: la sana normalità di Lynda si evince grazie ad un rapporto sottrattivo e di contrasto (il medico in questione dovrebbe rappresentare il massimo della regolarità).
C'è un ultimo personaggio che andrebbe valutato: la ballerina che, in apertura e in chiusura del film, si esibisce sul palchetto recuperando forme di rappresentazioni spettacolari fieristiche ed in perfetta attinenza con quel sentimento di cui prima dicevamo: assieme alla nostalgia, lei chiude circolarmente la “storia raccontata”, la confeziona, la mette in evidenza in quanto tale, la demistifica sottolineandone la chiara appartenenza ad un mondo irreale, inventato e falso.
In parte è la stessa funzione alla quale presiedono i riferimenti (anche questi insistenti) al cinema, ai film, alla sala cinematografica: all'ordinato mondo dei sogni si contrappone la rudezza di ciò che d'ordine manca. Ed è in base a tali strategie creative che David Leland ha scritto il suo piccolo ed amabile testo di piacere basato, per gran parte, sull'uso abile e raffinato d'un dialogo che positivamente riprende e reinterpreta quelle funzioni tipiche per il teatro.
La parola “allarga” il suo spessore senza invadere territori che non le sono propri: ciò significa che, seppur estremamente “parlato”, il film non s'“inquina”, il testo audio non pesa su quello visivo.
La natura di commediografo è ben temperata da quella di sceneggiatore: egli accoppia l'utilizzo del linguaggio cinematografico all'uso teatrale di luoghi ed azioni. Da questo connubio nascono e prosperano esterni stranamente “chiusi” (il mare, ad esempio) ed interni evidentemente “aperti” (si pensi alla casa dei vecchio amante, Eric, amico del padre: la sensazione di fredda aridità data dall'ampio spazio semivuoto, ci viene trasmessa epidermicamente).
(...) anche Vorrei che tu fossi qui! s'innesta su quella “linea di tendenza” del nuovo cinema inglese “lungo la quale convergono personalità, esperienze produttive e culturali completamente diverse”: il successo arride, ancora una volta, a quei film che pur riproducendo particolarismi e specificità regionali, riescono criticamente a raggiungere un cuore di elementi e storie fondamentali, paradigmatiche, felici della loro semplicità. È grazie all'utilizzo di tali meccanismi che lo spettatore, “accontentandosi”, gode.
Autore critica:Demetrio Salvi
Fonte critica:Cineforum n. 275
Data critica:

6/1988

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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A cura di: Redazione Internet
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