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Delfini (I) -

Regia:Francesco Maselli
Vietato:16
Video:Ricordi Video, Vivivideo, Panarecord (Classici Del Cinema Italiano)
DVD:Fox
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Ennio De Concini, Aggeo Savioli, Francesco Maselli
Sceneggiatura:Ennio De Concini, Aggeo Savioli, Francesco Maselli, Alberto Moravia
Fotografia:Gianni Di Venanzo
Musiche:Luis Enriquez Bacalov, Giovanni Fusco
Montaggio:Ruggero Mastroianni
Scenografia:Enzo Bulgarelli
Costumi:Dario Cecchi
Effetti:
Interpreti:Claudia Cardinale (Fedora), Gerard Blain (Anselmo Foresi), Anna Maria Ferrero (Marina), Sergio Fantoni (Mario Corsi), Tomas Milian (Alberto De Matteis), Betsy Blair (Contessina Chere'), Enzo Garinei (Sisino), Germana Paolieri (Madre di Anselmo), Lydia Alfonsi (Invitata), Tin Lattanzi (Madre di Alberto), Claudio Gora (Ridolfi), Antonella Lualdi (Sorella di Anselmo), Nora Bellinzaghi (Madre di Fedora), Gianni Di Benedetto (Attore romano invitato), Bruno Gardini (Fratello di Alberto), Luigi Gatti (Invitato), Achille Maieroni (Invitato anziano), Giulio Tomei (Padre di Anselmo)
Produzione: Franco Cristaldi per la Lux Vides
Distribuzione:Cineteca Nazionale
Origine:Italia
Anno:1960
Durata:

110'

Trama:

Il giovane Anselmo, che vive in una città di provincia dell'Italia centrale, appartiene a quella categoria di figli di papà che si consumano in una vita brillante e vuota senza aspirazioni e convinzioni che la nobilitino. Anselmo vorrebbe uscire da quell'ambiente mediocre per costruirsi un'esistenza più degna, ma non ne ha la forza e resta al fianco di Marina, una ricca ragazza, che un bel giorno deve entrare in una clinica per guarire dell'alcoolismo. Elsa, sorella di Anselmo, è fidanzata, per interesse, ad un giovane fatuo e sciocco. Cheré, una ragazza non più giovane, che appartiene al gruppo dei "delfini", cerca di far valere l'ascendente personale che ha sui suoi amici per nascondere loro la propria rovina finanziaria. Fedora, ragazza di modesta condizione, aspira ad entrare definitivamente in quell'ambiente brillante di privilegiati, in cui l'ha introdotta Mario, un giovane medico che le vuol bene. Questi vorrebbe persuaderla a ritrarsi da quella società elegante, ma leggera e corrotta, ella però non ne vuole sapere e soffocando i suoi veri e migliori sentimenti, riesce a farsi sposare da Alberto, uno dei delfini. Questi scoprono alla fine la povertà di Cheré e non le risparmiano il loro scherno e il loro disprezzo. La ragazza lascia per sempre la piccola città, in cui i suoi amici continueranno a condurre la loro inutile vita di brillante dissipazione.

Critica 1:Alla base di un film come I delfini possono esserci state normali aspirazioni commerciali – il proposito, più o meno dichiarato, di sfruttare la voga attuale della “gioventù bruciata” – o le più nobili ambizioni di pervenire, magari attraverso una materia risaputa, a un ritratto critico e preciso della provincia italiana: una provincia senza folklore e senza miti, una provincia “amara” come doveva suonare, in origine, il titolo del film. È probabile che entrambe le ambizioni siano intervenute, in pacifica e indissolubile coesistenza, durante la genesi del film. Davanti al film realizzato, comunque, non hanno più alcuna importanza. Il calcolo commerciale, da parte dei produttori, può anche risultare esatto: ma questa terza prova di Maselli non è riuscita.
Delfini sarebbero i giovani ricchi e viziati della provincia, i figli di papà falsamente spregiudicati e sempre pronti a rientrare nei ranghi della buona società borghese; e Maschi, lungi dall’assumerli come un dato di fatto, magari per limitarsi a una versione provinciale dei “tricheurs” di Carné, vorrebbe dare attraverso le loro esperienze sbagliate un giudizio preciso sulle strutture del loro mondo. I genitori, una volta tanto, sono peggiori dei figli: fin dalla prima sequenza, in cui il giovane medico “positivo” si trova di fronte alla ragazza alcoolizzata ed esprime il desiderio di parlare ai suoi genitori, si sente dire, per bocca di Cheré, che è ”troppo tardi”. E quarantenni, più che “delfini”, appaiono nella “vetrina” del caffè Meletti, o al “party” dopoteatro a casa di Alberto, dove il gioco dell’assassino, in voga fra il ‘30 e il ‘40, è pretesto a flirt e a sbaciucchiamenti: la ribellione del “letterato” Anselmo e gli stessi turbamenti e abbandoni di sua sorella Elsa appaiono, in un certo senso, logicamente e umanamente giustificati dal comportamento disonesto del padre (un affarista che ha iniziato la sua fortuna depredando un ebreo) e della madre, che ogni notte folleggia nei dintorni in cerca di novelle emozioni. Ne consegue che quando i “delfini” mettono, come si suol dire, la testa a partito, e rinunciano alle loro spregiudicatezze e avventure (sesso, alcool e motori; soltanto Anselmo si “ribella” con la cultura) per ripiegare nelle industrie o nelle tenute di famiglia, Maselli ci presenta questa svolta – il lieto fine borghesemente considerato: non mancano nemmeno, al finale, molti matrimoni “ragionati” – come un intristire precoce, un modo come un altro di fallire.
Purtroppo tali ambizioni critiche e narrative contrastano con uno stile puramente “descrittivo”. Le astratte indicazioni polemico-storicistiche, che per lo più suonano false (l’elenco dei “notabili” che la Cheré fa a Mario, la prima sera, al caffè Meletti) vengono presto sacrificate alla ricerca di atmosfere raffinate e calligrafiche, ricalcate sull’Antonioni de Le amiche. A Pavese riconduce la voce fuori campo di Anselmo, il “delfino” con velleità intellettuali che legge il suo diario: “Quella che parti fu invece la Cheré. Venne a dirmelo una mattina, che era già aprile”. E con un accademismo palese e irritante, il film si riduce a spigolare atmosfere (la “pioggia che lava i peccati” sulle piazze deserte e sulle facciate decadenti delle case patrizie); a cercare suadenti accordi fra immagini e suoni, a suggerire (il risveglio e la toilette dei fratelli Elsa e Anselmo) insinuazioni morbidamente incestuose: molto al di là, occorre pur dirlo, di Bolognini. Di fronte ai languidi umori in cui il film, irrimediabilmente, si sbriciola, Maselli sente il bisogno di esprimere dei giudizi, di stringere i freni; ed ecco i “delfini” esibirsi in cattiverse gratuite, in dimostrazioni artificiose di viltà e d’ignoranza: la corsa in Ferrari di Alberto, la festa finale e la rabbia di tutti per la scoperta che la Cheré non è ricca quanto si credeva. Dialoghi e situazioni risultano allora stridenti, forzati; e così pure i personaggi aggravati da una recitazione generalmente inefficace (si salvano solo gli attori in possesso di un sicuro cliché: Gora, la Blair, Gérard Blain, Tomas Milian; ma la totale inespressività della Cardinale, del Fantoni e, soprattutto, di Antonella Lualdi è addirittura incredibile).
La sequenza della festa finale – l’addio di Cheré, che è in procinto di partire, rovinata, per il Messico – non riesce, in particolare, a giustificare le reazioni degli altri “delfini”. Perché dei giovani che si piccano di essere spregiudicati dovrebbero sentirsi inferociti alla scoperta delle patetiche menzogne della Cheré, ormai in miseria e con i mobili venduti e confiscati? Tale domanda – a cui non c’è risposta – è la prova della mancata integrazione tra la materia e le idee, o meglio l’astratto schema storicistico-classista. E lo stesso si può dire di altre incongruenze: quel convegno, per esempio, di ogni domenica – dopo la messa, è lecito supporto – nel solito caffè Meletti. Come si può parlare, dopo tali precedenti, di una conversione dei “delfini” al quietismo e conformismo borghesi, rispetto a un precedente stato di peccaminose libertà? Un personaggio chiave, in tal senso, è quello di Marina, interpretato da Anna Maria Ferrero: e forse perché appare in scena troppo poco per essere travolto in situazioni involontariamente ridicole. Dedita all’alcool, Marina è spedita all’inizio del film a disintossicarsi in Svizzera, donde, come Hans Castorp ma dopo breve tempo, ritorna profondamente modificata: non solo non beve più... ma è improvvisamente consapevole dei doveri sociali che competono a chi, come lei, possiede onori ed oneri di una tenuta che va da Modena fino al mare (sic: alla sceneggiatura, e pare incredibile, ha partecipato anche Alberto Moravia). Lo scontro tra Marina e Anselmo – che, più o meno, sono innamorati l’una dell’altro – si conclude con la prevedibile vittoria della prima, assai più forte Anselmo butterà via i libri (come, d’altra parte, ella ha buttato via la bottiglia) e lavorerà per accumulare ulteriori fortune, magari verso il Tirreno.
Il giudizio di Maselli, su queste fauste nozze e su ciò che comportano, è genericamente negativo; sintomatica, in proposito, l’ultima inquadratura. Ma l’equiparazione letteratura-whisky non può non suscitare perplessità: e se tale equiparazione vuoi essere interna all’ambiente, cioè sottilmente polemica, il risultato non è certo assai chiaro. In realtà Maselli sembra voler dire che nessuna evasione, nobile o meno, è possibile: che la società – la buona società – vince sempre, procurando anche il padre giusto (Alberto) ai bambini sbagliati. Tale pessimismo di fondo fa nascere seri dubbi sulla stessa portata, eventuale e non realizzata, delle accennate ambizioni storicistiche: non c’è da meravigliarsi se i delfini è divenuto un bell’album di fotografie ricercate, un poco di malinconia e di sensualità scialbamente sbriciolate, e il “veicolo” di What a sky perfetta imitazione di una brutta canzone di Paul Anka.
Autore critica:Guido Finx
Fonte criticaCinema Nuovo
Data critica:

1960

Critica 2:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

A cura di: Redazione Internet
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