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Viaggio a Kandahar - Safar e' Ghandehar

Regia:Mohsen Makhmalbaf
Vietato:no
Video:bim
DVD:
Genere:drammatico
Tipologia:La condizione femminile, La guerra
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Makhmalbaf Mohsen
Sceneggiatura:Mohsen Makhmalbaf
Fotografia:Ebrahim Ghafori
Musiche:Mohamed Reza Darvishi
Montaggio:
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Niloufar Pazira, Hassan Tantai, Sadou Teymouri
Produzione:Bac Films, Makhmalbaf Productions
Distribuzione:Bim
Origine:Francia/Iran
Anno:2000
Durata:

90'

Trama:

Nafas ha lasciato l'Afghanistan e vive in Canada, dove fa la giornalista, parla l'inglese, vive da occidentale. Ha strappato il velo, il burka.La richiama a casa una lettera della sorella minore, rimasta sola al mondo, che annuncia di volersi suicidare nel giorno dell'eclissi: Nafas non ha molto tempo per raggiungerla e salvarla e farlo sarà estremamente rischioso e difficile, probabilmente impossibile.

Critica 1:Il burka è la cappa che ricopre dalla testa ai piedi le donne afghane, salvo uno spiraglio per gli occhi. Ancora più invadente del chador, si indossa appena dopo la pubertà e da là sotto si vive tutta la vita: si lavora, si viaggia, si parla, si allevano i figli, si va dal dottore, si muore. Ma anche si ride, si solidarizza con altre "recluse", ci si mette il rossetto e lo smalto alle unghie come se qualcuno potesse vederle. Kandahar ci porta dietro il burka e già solo per questo meriterebbe attenzione da parte del pubblico occidentale, specialmente in questo momento così crudele della nostra storia.È Mohsen Makhmalbaf, insieme a Kiarostami il più grande e internazionalmente famoso regista iraniano, ad averci portato dietro il burka: con una storia che si svolge alla frontiera tra Iran e Afghanistan, una delle zone più devastate del pianeta, tra quotidiani echi di guerra - anche un anno e mezzo fa quando il film fu girato, assai prima dell'attacco alle Twin Towers - e scene di disperazione ormai consueta a cui i tg ci avevano addomesticato.Il viaggio di Nafas che torna "a casa" per tentare di salvare la sorella è un viaggio anche a ritroso nella sua esistenza che la trasformerà in una testa nera, come qui chiamano le donne, una creatura senza diritti, esposta a qualsiasi sopruso, costretta a pagare un uomo perché per viaggiare devi avere un marito. (...) Lasciano il segno, nelle coscienze, le bambine che imparano a non raccogliere le bambole imbottite di tritolo; i reietti senza gambe o senza braccia che corrono come possono verso le protesi paracadutate dal cielo dagli aerei della Croce Rossa; il medico illuminato che cura le donne attraverso un lenzuolo bucato e usando un ragazzino come "interprete" perché non è ammesso rivolgere direttamente la parola a una paziente. E purtroppo la parola "Kandahar", luogo del tutto remoto per noi occidentali, è appena rientrata violentemente nelle cronache di un'altra e ancor più spaventosa guerra oggi in corso.
Autore critica:Cristiana Paternò
Fonte criticaCinemazip
Data critica:

12/10/2001

Critica 2:Un avvenimento: per primo, il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, con sensibilità lungimirante, coraggio e grande bravura, racconta in un film, Viaggio a Kandahar, come vivono le donne nell’Afganistan dei talebani. L’autore ricorda che un giorno una giovane donna afghana emigrata in Canada andò a trovarlo chiedendogli aiuto, dicendogli d’essere in viaggio per raggiungere in Afghanistan un’amica che non resisteva più e voleva
uccidersi. La giovane donna, Nilofar Pazira, è diventata la protagonista del film, la guida attraverso un mondo inaccettabile: in Afghanistan oggi le femmine non possono uscire di casa senza un uomo al fianco né andare a fare la spesa; non possono studiare né hanno scuole; sono espulse dalla vita civile e politica; non possono mostrare la faccia, coperta da spessi tessuti traforati all’altezza degli occhi; non possono lasciarsi visitare dal medico né parlargli direttamente senza un intermediario maschio; non possono mandare i figli altro che alle scuole religiose, dove si apprendono soltanto il Corano e la nomenclatura delle armi. Dice il regista: “È un Paese senza immagini: non c’è la televisione, non esiste il cinema, i lineamenti degli uomini sono occultati dalla barba, i visi delle donne rimangono invisibili”. Sono alcune delle cose che abbiamo imparato in quest’ultimo mese: ma una storia è più suggestiva d’una notizia, vedere (sia pure una ricostruzione) è più efficace che sentire o leggere, la forza della denuncia è moltiplicata dalla bellezza, perfezione, emozione dello stile. In Viaggio a Kandahar, poi, per la prima volta a illustrare questa realtà non è un occidentale appartenente a un’altra cultura. E’ un iraniano, non sospetto di pregiudizi, di propaganda né d’opportunismo: il film è stato girato nel 2000 e presentato nel maggio scorso al festival di Cannes. E’ un regista che, parlando dell’Afghanistan, parla un poco anche del suo Paese, dell’Iran dove (s’è visto pure nel film Il cerchio di Jafar Panahi) una donna non può andare in giro da sola, non può comprare un biglietto di viaggio, non può respingere bruscamente i fischi o le rozze galanterie maschili per strada, non può muoversi in automobile con un uomo che non sia suo parente, non può fumare in pubblico né indossare vestiti corti e colorati né avere la testa scoperta. Condizioni di vita simili non sono troppo diverse da quelle delle donne italiane nel Sud rurale del Paese negli anni precedenti la seconda guerra mondiale: povertà, regimi politici repressivi, ignoranza e oppressione religiosa danno sempre gli stessi risultati antifemminili. Ma Viaggio a Kandahar è molto lontano dalla denuncia sociopolitica o dalla propaganda. E’ innanzi tutto un bellissimo film. Sono in particolare bellissime alcune sequenze: la visita medica (della malata il dottore può vedere, attraverso un buco praticato nella tenda, soltanto un occhio o le labbra); gli uomini mutilati e azzoppati dall’esplosione delle mine che dal tendone della Croce Rossa corrono sulle grucce incontro agli elicotteri che lasciano cadere dal cielo le gambe finte, le protesi; la scuola maschile di Corano, vociante, dove i bambini dondolando su se stessi ripetono a voce alta i versetti per impararli a memoria; i ladri sempre in agguato (“La miseria fa fare cose terribili”). Con il suo contrasto di bellezza perfetta e miseria umana straziante, Viaggio a Kandahar è una nuova testimonianza della grandezza del cinema iraniano, nato dal neorealismo italiano, nell’affrontare i problemi più aspri, nel rispecchiare la realtà con cuore ardente, intelligenza impegnata, estetica impeccabile: e con risultati di un’altezza illimitata.
Autore critica:Lietta Tornabuoni
Fonte critica:La Stampa
Data critica:

14/10/2001

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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