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Provaci ancora, Sam - Play It Again, Sam

Regia:Herbert Ross
Vietato:No
Video:Cic Video
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dall’ omonima commedia di Woody Allen
Sceneggiatura:Woody Allen
Fotografia:Owen Roizman
Musiche:Billy Goldenberg
Montaggio:Marion Rothman
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Woody Allen (Allan Felix), Susan Anspach (Nancy), Diane Keaton (Christie), Jerry Lacy (Humphrey), Tony Roberts (Dick Christie), Jennifer Salt (Sharon)
Produzione:Arthur P. Jacobs, Charles H. Joffe, Frank Capra Jr per la Paramount - Apjac
Distribuzione:Cic
Origine:Usa
Anno:1972
Durata:

90’

Trama:

Sam, critico cinematografico appassionato di Bogart, è abbandonato dalla moglie. Una coppia di amici lo vorrebbe aiutare a uscire dalla crisi, ma Sam è complessato e imbranato. Seguendo i consigli del fantasma di Bogart tenta di conquistare l'unica donna che gli sta veramente a cuore.

Critica 1:Nevrotico e inibito critico cinematografico di San Francisco, divorziato, vede apparire al proprio fianco il fantasma (J. Lacy) del Bogart di Casablanca come una specie di angelo custode e, vincendo la propria timidezza, cerca di imitarlo. Scritto da W. Allen che l'ha tratto da una sua commedia di successo (1969) in tre atti, replicata sul palcoscenico per 453 volte, è un film brillante, armonioso, un po' verboso, con personaggi psicologicamente ben definiti, che contribuì alla nascente popolarità di Allen più delle due regie precedenti (Prendi i soldi e scappa e Il dittatore dello stato libero di Bananas). Il titolo riprende una celebre battuta di Casablanca (1942) in cui Ingrid Bergman, rivolta al pianista nero, dice: "Play it, Sam" (Suonala, Sam). Il personaggio di Allen si chiama Allan Felix nell'originale, ma fu ribattezzato Sam in Italia perché i distributori pensarono che non si capisse l'allusione.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Avviati i grandi al tramonto, Jerry Lewis fra gli ultimi, il comico americano degli anni Settanta sarà davvero Woody Allen? Ammiratori ne ha già trovati parecchi, in patria all’estero, soprattutto fra gli intellettuali che leggono nelle sue smorfie allucinati messaggi, ma c’è anche chi lo denigra o almeno gli nega vera personalità. Probabilmente è troppo presto per una sentenza: venuto dopo le prove di Prendi i soldi e scappa e del Dittatore dello stato libero di Bananas, Provaci ancora, Sam è infatti un film molto piacevole e non rappresenta ancora la sua definitiva consacrazione. Diretto da Herbert Ross, il quale ha messo in scena la commedia di Allen presentata nella stagione ‘69-‘70, il film ha più l’aria d’essere nato sulla scia del successo teatrale (e infatti è interpretato dagli stessi attori dell’edizione di Brodway che di celebrare con compattezza d’ispirazione un autentico talento creativo. Va peraltro segnalato a chi cerca scacciapensieri intelligenti e spiritosi, fondati sull’immediatezza di certi effetti ma anche su stimoli sottili e sotterranei, e con un riguardo particolare per i fanatici del cinema che amano sentirsi presi in giro. Allan, il protagonista, è qui infatti un critico cinematografico che soffre della tipica alienazione professionale di quanti, per troppa indigestione di storie altrui, non sanno vivere le proprie, sicché in luogo di essere se stessi modellano i propri comportamenti su quelli, paterni, dei divi dello schermo. In questo caso il protettore e l’ispiratore è nientemeno che Humphrey Bogart, il campione dei duri, che appare a dar consigli, sul come agire e cosa dire, nei momenti in cui Allan, bloccato dalla timidezza e dal senso del ridicolo, va con modi maldestri all’attacco delle donne, o si abbandona al complesso di colpa natogli dopo una notte trascorsa con Linda, la moglie del suo migliore amico: conclusione imbarazzante per tutti dell’aiuto recato con spontaneo affetto da Dick e Linda, la giovane coppia intestata nel riempire la solitudine di Allan, piantato dalla consorte, col presentargli ragazze d’indole generosa. Ma di esito fausto, giacché i consigli del Bogart redivivo coincidono con i rimorsi e le paure di Allan e con l’amore di Linda per il marito, e la storia si chiude così con la rinunzia alle menzogne e la conquista per Allan di una maturità troppo a lungo rinviata. Il finalino moraleggiante non è comunque da prendersi sul serio, interno alla parodia del cinema psicologico e dei buoni sentimenti. Osservatore arguto e critico malizioso delle insicurezze proprie dell’uomo medio di oggi, non soltanto americano, Woody Allen racchiude nel profilo del proprio personaggio (ancora una volta un ometto ebreo voglioso di vivere ma impaurito dalle cose) molti spunti di ilarità, e qualche tocco di mestizia, ma anche varie note sarcastiche di cui è proprio il cinema a fare le spese. La sua scarsa avvenenza gli giova a verniciare di fresco la tradizionale figura del timido imbarazzato dal confronto con i ganimedi muscolosi, e nel contempo collabora alla definizione d’un carattere che ricava modernità d’accenti dall’autoironia. Molte gags acquistano così uno spessore nuovo, e gli echi dei vari comici cui in qualche modo Allen si rifà (da Harold Lloyd a Groucho Marx a Danny Kaye...) si amalgamano con freschezza in un universo amenamente dissennato, fiorito di toni burleschi o goffamente sentimentali, dove la realtà e la sequenza di cineteca - qui il racconto è giustapposto al finale di Casablanca - intrecciano un sorridente balletto.
Poiché oltre ad essere una satira gustosa il film annovera battute e figurine azzeccate anche nel semplice ordine del pasticcio assurdo, la regia svelta di Herbert Ross, specialista di ritmi brillanti e colori vivaci, contribuisce a farne uno spettacolo simpatico a tutti. Finora il migliore di quanti Woody Allen ci abbia offerti sullo schermo, e comunque assai più riuscito della sua ultima mattana, non ancora giunta in Italia, Tutto ciò che avreste voluto saper sul sesso, in cui il limite fra l’humour e la farsaccia è pericolosamente superato, e che dunque dà un colpo di freno a una troppo rapida carriera. Accanto a Woody Allen, che talvolta soltanto col guizzo d’un muscolo esprime il buffo patetico, recitano con garbo cordiale Diane Keaton (la Linda che gli cade fra le braccia e lo fa sentire un drago) e Tony Roberts (il marito-attaccato al-telefono), Jerry Lacy sosia memorabile di Bogart, Susan Anspach (la moglie fuggita), e in una parte minima, ninfomane permalosa, Viva, la musa dell’underground.
Autore critica:Giovanni Grazzini
Fonte critica:Corriere della Sera
Data critica:

3/2/1973

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



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