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Allodole sul filo - Skrivanci Na Niti

Regia:Jirí Menzel
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Domovideo
DVD:
Genere:Grottesco
Tipologia:La memoria del XX secolo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Bohumil Hrabal
Sceneggiatura:Bohumil Hrabal, Jiri' Menzel
Fotografia:Jaromir Sofr
Musiche:Jiri Sust
Montaggio:Irina Lukesova
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Vlastimiz Broosky, Rudolf Hrusinsky, Ferdinand Kruta, Nadaurbankova, Vaclav Neckar, Frantisek Rehak,Jaroslav Satoransky, Leos Sucharipa, Jitika Zelenohorska
Produzione:Studio Barrandov, Praga
Distribuzione:Airone - Athena
Origine:Cecoslovacchia
Anno:1969
Durata:

104’

Trama:

In Cecoslovacchia, negli anni '50, in un campo di lavoro forzato di Kladno, un piccolo centro non lontano da Praga, lavorano fra i rottami di ferro, ammassati da una industria siderurgica, giovani donne colpevoli di aver tentato l'espatrio e uomini di varie estrazioni sociali e culturali, per diversi motivi invisi ai cultori dell'ideologia dominante. Donne e uomini sono quindi costretti a lavorare nettamente separati e sotto stretta sorveglianza, e tenuti ad ascoltare le tiritere "rieducative" del funzionario di turno. La giovane guardia del campo, alle prese con problemi coniugali che lo angustiano, allenta di tanto in tanto la sorveglianza e finge di non vedere che tra il giovane cuoco Pavel e l'adolescente Jitka nasce un amore fatto di sguardi furtivi, sorrisi appena accennati e fuggevoli carezze, con la complicità di uno specchietto che serve da richiamo col suo riflesso balenante. Decisi al matrimonio, i due giovani devono adattarsi a che si celebri per procura fuori dal campo, con un burocratico rito civile. Al momento d'incontrarsi finalmente in una baracca del campo, sommariamente adattata per loro dai compagni di prigionia, una battuta impertinente sfuggita a Pavel, seccato per il contrattempo di una delle solite visite "rieducative" che gli ritarda l'abbraccio con l'amata, divide nuovamente i due innamorati. Pavel viene fatto salire su una camionetta con altri prigionieri destinati per punizione a un periodo di duro lavoro in miniera, salutato dal balenìo fuggevole dello specchietto di Jitka, che intende confermargli la sua fedeltà.

Critica 1:Dal romanzo omonimo di Bohumil Hrabal. Nei primi anni '50, a Kladno (Cecoslovacchia) un deposito di rottami metallici è trasformato in campo di rieducazione per borghesi di ogni tipo (intellettuali, bottegai, ragazze che hanno cercato di espatriare clandestinamente), costretti a un lavoro manuale. Satira con gli artigli di velluto, tragicommedia che ha la finezza di un merletto e la grazia quieta di un acquerello, questo apologo dal passo leggero sull'assurdo quotidiano e la stupidità burocratica di un regime stalinista fu iniziato durante la "primavera di Praga" del '68, terminato nel '69, proibito dalla censura, disseppellito trent'anni dopo. (…) Orso d'oro al Festival di Berlino 1990.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Perestroika, in cinema, significa anche doppio salto mortale. Poiché un film come questo, premiato con l'oro alla sua prima apparizione pubblica nel 1990 (Festival di Berlino), girato in piena Primavera di Praga più di 20 anni or sono, ma terminato (ed ovviamente immediatamente sequestrato) quando Dubcek e compagni erano stati tragicamente eliminati è, oltre tutto, ambientato negli anni Cinquanta.
Un doppio flash-back, quindi. Uno sforzo in più per gli spettatori viziati che siamo: quello d'immaginare un regista di quel breve momento di speranza che cerca di far digerire a dei comunisti nouvelle - vague una storia su altri comunisti perversi, stalinisti si direbbe, ma ormai superati.
Tutto ciò suona complicato sulla carta. Ma le immagini (specie quando sapienti come quelle di un grande del cinema dell'Est, oscarizzato con il celebre Treni strettamente sorvegliati, di appena due anni precedente a questo) servono pur sempre a qualcosa: anche a render possibile ogni utopia. E quelle di Menzel, al tempo stesso crudemente realistiche e favolisticamente fantastiche, sembrano nate apposta per rendere possibile l'impossibile.
Nell'immenso deposito di ferraglia che fa da sfondo al film (metafora evidente dei ferrivecchi ideologici ma anche materiali che circondano la società contemporanea) gli intellettuali e gli altri individualisti costretti ai lavori forzati rappresentano un quadro di cupa repressione. Ma l'arte di Menzel - ed il suo segreto per giungere all'utopia - sta nel trasformare il dramma in commedia. Come dice: "senza humour, non potete dire nulla di serio. E tutto ciò che è serio diventa comico. Grazie all'umorismo, potete trasmette la verità in modo indolore!"
È ciò che succede, con grazia commovente ma anche con introspezione analitica e grande lucidità nel film. La paura sfuma nell'ironia, l'autocritica in un'autocommiserazione satirica. Le allodole di Menzel sono in bilico sul filo: ma, osservate in quel modo, sono ormai liberate da ogni costrizione. Private della libertà, e più ancora della verità: ma affrancate nella loro dignità, poiché il regista le segue affettuosamente - ed ovviamente ironicamente - mentre continua a rimanere ineluttabilmente umane. Mentre si nutrono, si lavano o fanno all'amore. Mentre, insopprimibile occupazione, continuano ad amare e riflettere.
Autore critica:Fabio Fumagalli
Fonte critica:rtsi.ch/filmselezione
Data critica:

3/8/1990

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



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