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Concorrenza sleale -

Regia:Ettore Scola
Vietato:No
Video:Medusa
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:La memoria del XX secolo, Razzismo e antirazzismo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Furio Scarpelli
Sceneggiatura:Ettore Scola, Silvia Scola, Furio Scarpelli, Giacomo Scarpelli
Fotografia:Franco Di Giacomo
Musiche:Armando Trovajoli
Montaggio:Raimondo Crociani
Scenografia:Luciano Ricceri
Costumi:Odette Nicoletti
Effetti:
Interpreti:Diego Abatantuono, Sergio Castellitto, Gérard Depardieu, Antonella Attili, Claudio Bigagli, Sandra Collodel, Gioia Spaziani, Sabrina Impacciatore
Produzione:Medusa - Franco Committeri per la Massfilm S.r.l.
Distribuzione:Medusa
Origine:Italia
Anno:2000
Durata:

110'

Trama:

Nel 1938 l'Italia è scossa dalle leggi razziali, due commercianti di stoffe che hanno negozi attigui e rivali riescono a mettere da parte il desiderio di farsi concorrenza facendo nascere un'amicizia saldata sulle ingiustizie subite dal commerciante ebreo.

Critica 1:Il soggetto di Furio Scarpelli parte da uno spunto originale: la concorrenza di due negozi contigui, una sartoria di tradizione in calo gestita da Umberto e una merceria emergente sotto la spinta di Leone, che si trasforma ben presto (forse troppo) in una solidarietà quando interviene la campagna razziale. I rivali sono Diego Abatantuono e Sergio Castellitto ed entrerà nelle antologie la scena in cui scoppiano a ridere sulla disavventura di un parente fascista che si è sparato al piede. In un film che tende a privilegiare la descrizione sulla narrazione, Scola si conferma un maestro nel far rivivere al naturale gli ambienti e i personaggi dell'epoca che già illustrò nel suo capolavoro Una giornata particolare. Concorrenza sleale è prodotto alla grande da Franco Committeri, con una strada che sembra vera creata dallo scenografo Luciano Ricceri, una espressiva fotografia di Franco Di Giacomo e un commento musicale 'firmato' al pianoforte dal grande Armando Trovajoli.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte criticaCorriere della Sera
Data critica:

24/2/ 2001

Critica 2:Concorrenza sleale di Ettore Scola, lo dico subito, è un film del quale vorrei parlare non bene ma benissimo. E vorrei censurare i dubbi e le perplessità che invece il film mi suggerisce. Mi è piaciuto subito, al "profumo" delle prime scene, che il film discende dritto dritto da quello che è stato probabilmente il capolavoro del regista, e cioè Una giornata particolare. Non solo attraversa gli stessi riferimenti storico-cronologici e ambientali e quindi costumistico-scenografici, ma ne ricalca anche lo spirito. Con una scelta narrativa ancora più spinta, più estrema e più azzardata nel tenere fuori dalla scena, quasi del tutto, ogni elemento informativo relativo al contesto generale. L'obiettivo cinematografico, e la sensibilità di Scola, rimangono stretti stretti sui casi umani di due personaggi e delle loro famiglie. Il massimo allargamento della visuale è la strada nella quale questi casi vivono, molto lontani e attutiti vi giungono gli echi degli accadimenti contemporanei. E l'epoca dei fatti è suggerita attraverso un compiaciuto, nostalgico, sorridente e anche autoironico inventario oggettistico. La gazzosa con la pallina, il Meccàno, le calze con la riga, l'introvabile figurina del Feroce Saladino, I Quattro Moschettieri alla radio, il bigliettaio del tram che dice "avanti, c'è posto", Amedeo Nazzari sulle copertine dei rotocalchi.
Di che si parla? Lungo una via romana, interamente costruita dallo scenografo Luciano Ricceri a Cinecittà evocando una strada tra il quartiere Prati, Castel S. Angelo e il Vaticano alla fine degli anni Trenta, il sarto Umberto (Diego Abatantuono) e il merciaio Leone (Sergio Castellitto) sono vicini di negozio. Il secondo vende abiti confezionati e conosce più modernamente del primo l'anima del commercio, e a suon di prezzi scontati e di astute campagne promozionali - diremmo oggi - minaccia seriamente il fatturato del vicino, che non deroga ai principi della sua solida e un po' rigida morale artigianale. La concorrenza, sleale secondo Umberto, li porta alle mani e davanti al funzionario fascistissimo del commissariato rionale tratteggiato con pochi tocchi essenziali da Claudio Bigagli.
Anche se tutt'intorno ai due fioriscono gli intrecci di buon vicinato, con relativi ma bonari pettegolezzi - entrambe le famiglie abitano al portone affianco alle botteghe - d'amore e di amicizia. Hanno figli della stessa età: i due maschietti sono compagni di scuola e di giochi, il ragazzo e la ragazza flirtano per lettera con la complicità dei fratellini messaggeri d'amore tra un piano e l'altro.
Passata la visita di Hitler a Roma, quella del maggio '38 che faceva da sfondo alla giornata particolare di Sofia e Marcello, l'ordinaria ostilità quotidiana tra Umberto e Leone comincia a conoscere un'imprevista interferenza, molto gradualmente e lentamente, con la sorpresa che si prova verso le novità che appaiono ridicole e non certo con l'immediata consapevolezza del grande pericolo annunciato.
Sono state promulgate da Mussolini le leggi razziali e lo stillicidio delle loro conseguenze si snoda, lungo il crescendo dei mesi, tra l'incredulità generale, molte reazioni tiepidamente antagoniste - ma poco più che barzellette da osteria - e qualche allineamento altrettanto tiepidamente conformista. Gli ebrei non possono possedere apparecchi radio. Gli ebrei non posso avere alle loro dipendenze domestiche ariane. Gli ebrei, docenti e studenti, sono esclusi dalle scuole statali.
Leone e la sua famiglia, dirlo solo ora corrisponde pienamente all'umore del film e all'improvvisa doccia fredda che la nuova disciplina provoca sul corpo sociale, sono ebrei. Da questo momento, fornendo ai due coprotagonisti l'occasione di una prova d'attore che non eguaglia il precedente di Una giornata particolare solo perché lo stato di grazia dell'armonia assoluta non viene concessa a un'artista più d'una volta (ma lo sapevate che, vecchio progetto nel cassetto, questo film doveva essere per Gassman e Sordi, rinnovata coppia della grande guerra?), inizia la seconda parte.
Quello di Abatantuono è l'uomo comune succube e coartefice del conformismo e non basta il fratello professore (un Depardieu forse un po' troppo "antifascista" rispetto alla verosimiglianza assoluta della "medietà" generale dell'ambiente) a liberarlo dai condizionamenti della moglie, della commessa, del cognato lavativo che trova finalmente una personalità mettendosi in stivali e orbace, del gerarca che viene a farsi cucire gli abiti e il cliente ha sempre ragione. Non è né sarà un ribelle e tantomeno un eroe. Dire che la sua sarà una presa di coscienza vorrebbe dire usare parole grosse, troppo più grosse di lui. Il pregio del film, e delle due interpretazioni alla cui qualità contribuisce quella di tutte le altre che le circondano, è quello di registrare i microscopici spostamenti del pensiero, delle sensibilità, del comportamento in persone - vale per tutt'e due - incapaci di elaborare e formulare un pensiero articolato di fronte a una così mostruosa e monumentale ingiustizia che colgono per istinto nello spicciolo dipanarsi degli eventi quotidiani: i due bambini sconvolti dalla separazione, la servetta che piange perché non vuole andarsene. E infatti l'apice del film è in quella visita di Umberto a Leone a letto con l'ulcera: non sanno che dirsi, non hanno niente da dirsi, non comunicano con i discorsi che non sanno fare ma scoppiando a ridere parlando del cognato fascistone di Umberto che si è maldestramente sparato su un piede e forse lo perderà. In tono è il finale inconcluso, inconclusa come lo è la verità che a sua volta non è un film con un inizio e una fine, con Umberto e i suoi, attoniti, commossi e impotenti di fronte al carretto che si porta via Leone con i familiari e le suppellettili. Tutti, tutti bravi gli attori di questo teatrino delle piccole grandi verità che devono pesare senza alibi su tutte le nostre coscienze di italiani. Oggi come ieri. Limitiamoci qui a citare due dei più giovani: Sabrina Impacciatore e Rolando Ravello. Un inchino ai contributi di classe di Furio Scarpelli, di Franco Di Giacomo, di Armando Trovajoli. Il timore è che l'aver imboccato con coraggio questa strada del sottotono assoluto, senza una lucetta di consolazione, senza un'ombra di riscatto, possa danneggiare l'esito del film. Lo spettatore - entità astratta ma ragionevolmente immaginabile è la sua aspettativa di un finale emotivamente più soddisfacente - potrebbe rimanere deluso. E rimpiangere la facilità comunicativa ed ecumenica del Benigni di La vita è bella.
Autore critica:Paolo D'Agostini
Fonte critica:Kwcinema
Data critica:



Critica 3:
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Libro da cui e' stato tratto il film
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