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Piccola Vera (La) - Malenk’aja Vera

Regia:Vasilij Pichul
Vietato:No
Video:General Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Giovani in famiglia
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Mariya Khmelik
Sceneggiatura:Mariya Khmelik
Fotografia:Yefim Reznikov
Musiche:Vladimir Matetski
Montaggio:Yelena Zabolotskaya, Yelena Semyonovykh, Sofia Yaroslavskaja
Scenografia:Vladimir Pasternak
Costumi:Natalija Polyakh
Effetti:
Interpreti:Natalija Negoda (Vera), Andrej Sokolov (Sergej), Yuri Nazarov (il padre), Liudmila Zaitseva (la madre), Aleksandr Alekseyev-Negreba (Viktor), Aleksandra Tabakova (Christjakova), Andrej Formin (Andrej), Aleksandr Mironov (Tolik), Aleksandr Linkov (Mikhail Petrovich)
Produzione:Gorkij Studios
Distribuzione:Bim
Origine:Urss
Anno:1988
Durata:

134’

Trama:

La diciottenne Vera vive in una piccola città industriale sul Mar Nero col padre camionista e la madre operaia. La ragazza non sopporta l'autorità dei genitori. Il padre è sempre ubriaco, la madre - indifferente - prepara barattoli di sottaceti e conserve. Un giorno Vera conosce Sergej; tra i due nasce una storia, poi inaspettatamente il giovane chiede di sposarla e va a presentarsi alla famiglia. Vera lo accoglie in casa ma presto cominciano i contrasti coi genitori. Una sera il padre, ubriaco, ferisce Sergej con un coltello; il giovane viene ricoverato all'ospedale e la polizia apre un’inchiesta. La madre spinge Vera a testimoniare che il fidanzato si è ferito accidentalmente. Quando poi, in ospedale, Sergej la tratta con rancore, Vera si avvelena ma viene salvata dal fratello medico. Sergej torna a vivere con lei e i genitori: tutto sembra tornato alla normalità.

Critica 1:Attraverso la storia privata della giovane Vera, alle prese con le inquietudini e i turbamenti della sua età, il film offre uno spaccato estremamente realistico della povertà e, più in generale, della crisi in cui versa l’ex-Unione Sovietica. Vera vive in condizioni di estremo disagio economico, trascorre le sue giornate divertendosi come può, magari in squallide discoteche o sulla spiaggia coperta dalle immondizie e dalle macerie. Non c’è più alcuna fede nel comunismo né speranza che le cose possano migliorare adottando sistemi politico-economici diversi. La gioventù ucraina (ma potrebbe essere anche quella moscovita o siberiana) non ha più punti di riferimento né battaglie da combattere: restano soltanto la vodka, la droga, i piccoli furti e una libertà sessuale sbandierata come una conquista del presente.
Questa crisi trova, naturalmente, il suo specchio privilegiato nella famiglia, ormai incapace di costituire un modello di vita e una fonte di insegnamento. Il padre di Vera è alcolizzato e, quando non è alla guida del suo camion, si ubriaca in casa abbandonandosi a gesti violenti e a parole d’ira nei confronti della figlia. La madre, debole e subordinata alla figura del marito, finge che non vi siano problemi e passa il tempo alle prese con i suoi barattoli di sottaceti. Anche Viktor, il fratello maggiore di Vera, pur essendosi affrancato dalla famiglia e aver intrapreso la carriera di medico a Mosca, non rappresenta nulla per la protagonista se non una presenza lontana, e dunque un’assenza che disgrega ulteriormente il nucleo familiare. Il giovane, peraltro, sta divorziando e dimostra, se ancora ve ne fosse bisogno, che andarsene di casa non è necessariamente una soluzione.
In questa situazione si inserisce il personaggio di Sergej che, pur offrendo poche garanzie, diventa per Vera l’unica persona in grado di esserle d’aiuto. Il ragazzo, in fondo, è giovane come lei e condivide i suoi stessi drammi. Vera tenta di risolvere il proprio disagio psichico costruendo una famiglia dentro alla sua famiglia, ospitando Sergej in casa e restandone incinta. Le cose, tuttavia, si complicano poiché tra i genitori e Sergej nascono dei contrasti che si fanno via via più pesanti. Sergej odia il padre di Vera e questi non tollera che la figlia stia per sposare un ragazzo che ritiene inaffidabile. Quando l’uomo accoltella Sergej, il dramma di Vera si fa tragedia: pur detestando il padre e credendo di amare Sergej, la protagonista è costretta a testimoniare che si è trattato di un incidente, tradendo così l’unico uomo per cui prova un affetto sincero. A questo punto il tentativo di suicidio diventa l’unica via di fuga da una realtà insopportabile. Ancora una volta, però, i desideri della ragazza non si avverano e il cerchio si chiude ancor più stretto intorno a lei. Restituita alla famiglia e a un amore che ormai è solo tolleranza e sopportazione, Vera accetta la propria sconfitta e la sua drammatica esperienza diventa una parentesi, un atteggiamento che non si risolve in una scelta, la prova generale di un’esistenza mancata.
Autore critica:Stefano Boni
Fonte criticaAiace Torino
Data critica:



Critica 2:La piccola Vera inizia come un film di Brigitte Bardot, con un tocco di démodé malgrado la volontà di far perestrojka; e si trasforma in un happening provocatorio alla Cassavetes. Comincia una ragazzina pigra e sexy, minigonna e gomma da masticare che molla il fidanzatino per il bulletto dallo sguardo presunto assassino; come succedeva, più o meno, in Et Dieu créa la femme. Ma finisce fra i noti nodi di vipera del quotidiano familiare, tanto da ricordare certe atmosfere dell'inimitabile Family Life. In questo suo potere di metamorfosi, in questa facoltà di stravolgere il melodramma alla moda (il film di Pitchul, dopo essere stato vietato per sei mesi, è diventato un oggetto di culto per la gioventù sovietica, e di scandalo per il resto della popolazione: registrando comunque un record per gli URSS, oltre 50 milioni di spettatori)) in uno sguardo più che disincantato sulla vita piccolo-borghese di una cittadina di provincia (Jdanov, sul mare di Azov, i cantieri navali dell'epoca stalinista sostituiti da due impianti metallurgici, le ciminiere al posto del catrame sulla spiaggia, i medesimi casermoni d'abitazione) sta tutta la forza di questo film invero straordinario. Se questo succede, come in tutto il cinema autentico, è grazie allo stile, al modo del cineasta di fondere i personaggi all'ambiente, al suo modo di far entrare a viva forza una storia da rotocalco in uno spaccato d'epoca, in una cornice sociale quasi documentaristica. Tremendamente più vera e dissacrante di quel realismo naturalistico sul quale il film sembrava avviarsi alle prime note un po' scontate. La novità del film, il suo impatto provocatorio sulla società sovietica, si spiega non tanto con le frecciate verbali ormai celebri al comunismo o alla morale tradizionale. Ma con il suo tono estremamente libero e violento, ai limiti del cinismo. Pitchul usa ogni mezzo espressivo a sua disposizione per capovolgere quei valori sui quali si costruiva l'iconografia di regime, la famiglia, la società, l'ideologia e il porgi l'altra guancia alla marxi-leninista. Il dialogo sfrontato, certo; o l'uso del nudo. Poi, la scelta di uno stile quasi da super-otto, con la cinepresa in spalla e le inquadrature che sembrano rincorrere, fino a scovarli nell'intimità, i personaggi. Un montaggio cut, e delle scenografie (l'interno delle abitazioni) che paiono messe li apposta, per incastrare i personaggi nel loro disperato fallimento. E, naturalmente, la scelta e la direzione degli attori. Che si tratti di un incontro familiare attorno al tavolo (non si era più visto nulla di altrettanto violento dai tempi di Ken Loach), delle scene pur abusate di letto, alcool e rock and roll, o della solitudine su una spiaggia dal sole grigio, gli attori di Pitchul (prima fra tutti, ovviamente, la giovane rivelazione Natalia Negoda) fanno più che sbattere il mostro in prima pagina. Rivoltano i personaggi (si pensi ai rapporti fra padre e figlia) fino a sortirne ogni umore: con una specie di sadismo calmo e tranquillo, fra l'incoscienza e la lucidità, che certo lega queste piccole storie a quanto di più grosso sta succedendo attorno a loro.
Autore critica:Fabio Fumagalli
Fonte critica:rtsi.ch/filmselezione
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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