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Family Life - Family Life

Regia:Ken Loach
Vietato:No
Video:Multivision
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Giovani in famiglia, La condizione femminile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:David Mercer
Sceneggiatura:David Mercer
Fotografia:Charles Stewart
Musiche:Mark McCrow
Montaggio:Roy Watts
Scenografia:William McCrow
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Grace Cave, Bill Dean, Alan Macnaughtan, Hilary Martyn, Sandy Ratcliff, Michael Riddal, Malcom Tierney
Produzione:Emi Kestrel
Distribuzione:Cineteca Griffith - Zari Film
Origine:Gran Bretagna
Anno:1971
Durata:

108'

Trama:

Janice è una giovane di famiglia piccolo-borghese. Dopo un’infanzia apparentemente serena, inizia a manifestare disturbi psichici e comportamenti schizofrenici. Affidata alle cure dello psichiatra Mike Donaldson, che adotta metodi terapeutici in contrasto con la medicina ufficiale – egli preferisce evitare interventi traumatici, sostituendoli a momenti di dialogo con la ragazza e con la sua famiglia – Janice individua poco alla volta la natura del suo male. La causa del suo disagio psichico è la famiglia, in modo particolare la madre, autoritaria e perbenista, che l’ha costretta ad abortire e che, sotto un velo di falsa bontà, le vieta qualsiasi libertà. Nonostante i progressi terapeutici, il dottor Mike viene però ben presto licenziato dall’ospedale, per via del suo anticonformismo, e Janice sottoposta a numerose sedute di elettroshock. Ne uscirà completamente distrutta, ridotta a caso clinico da mostrare nelle aule universitarie.

Critica 1:Racconto-inchiesta dalla scrittura sciolta, rigorosa, onesta che alterna momenti descrittivi a squarci drammatici. La bravura di S. Ratcliff nel disegnare il personaggio che s'inabissa nella malattia è esemplare. Tratto dal teledramma In Two Minds di David Mercer e ispirato alle teorie di Ronald D. Laing.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Il film mette sul banco degli imputati, senza tanti filtri e senza remore, la famiglia borghese, ovvero quell’istituzione che, almeno secondo le costituzioni democratiche, le religioni, l’etica tradizionale, dovrebbe essere depositaria dei valori più nobili della convivenza civile (la libertà, l’accoglienza, la fratellanza), nonché responsabile dell’educazione delle generazioni più giovani. Descrizione che vale solo in teoria e che anzi trova nella pratica un modello di applicazione opposto ai suoi principi ideali.
La famiglia di Janice è assolutamente “normale” ed è questo il suo più grosso difetto: un padre tutto sommato tranquillo, grato alla moglie per aver educato e cresciuto le sue figlie mentre lui lavorava per portare a casa i soldi; una madre che, almeno all’inizio, appare semplicemente un po’ demodé, incapace di accettare le eccentricità dei giovani, ma desiderosa di aiutare in tutti i modi la figlia; una ragazza un po’ eccentrica e insicura, come normalmente sono tutte le ragazze e i ragazzi a quell’età. Ma è proprio contro il concetto di normalità che il film si scaglia: dietro a quelle che potrebbero sembrare premure, richieste di affetto e di rispetto da parte dei genitori si cela un sistema di regole così rigido che ingabbia inevitabilmente qualsiasi personalità.
Tali regole, non dettate dal giudizio ma da assoluto conformismo (la madre non vuole nemmeno pronunciare la parola aborto, ma poi, di fatto, costringe la figlia a interrompere una gravidanza non gradita), vanno a colpire le persone più deboli, ovvero i figli. Quelle che appaiono piccole sofferenze dell’adolescenza, piccole stravaganze o insicurezze sono in realtà vere lacerazioni dell’animo, tali da portare, in assenza di modelli alternativi – come il dottor Mike – a problemi psichici, schizofrenie, disturbi mentali.
Il conformismo, la normalità, il convenzionalismo colpiscono irrimediabilmente il processo di costruzione del sé dei giovani individui, costringendo chi sta formando il proprio carattere e la propria personalità ad adeguarsi al modello di riferimento o a diventare un escluso. La metafora del quartiere piccolo borghese in cui vive la famiglia di Janice è in tal senso lampante. Nelle numerose riprese del sobborgo londinese si vedono chilometri e chilometri di case tutte uguali, fatte con lo stesso stile, dello stesso color mattone, con lo stesso piccolo giardino, tutte in fila come militari in divisa rossa. Nessun paesaggio alternativo appare sulla scena, al modello di normalità piccolo borghese non esiste un’alternativa, almeno per chi arriva da quel contesto sociale.
Anche la psicanalisi, e più in generale la scienza ufficiale, che ha come scopo la guarigione dell’individuo, sono in realtà al servizio del modello borghese. Il dr. Mike è licenziato perché prova a liberare Janice dai suoi legami sociali e soprattutto perché punta il dito sui veri responsabili della sua malattia, i genitori. Scegliendo di tratteggiare una figura di medico fuori dagli schemi, Ken Loach dà voce al movimento dell’Antipsichiatria che proprio in quegli anni proponeva metodologie decisamente opposte alla psichiatria tradizionale. Il finale del film, nel quale Janice viene presentata come caso clinico in un’aula dell’università, ormai senza più un’anima e una personalità, ci dà l’idea di quanto il movimento guidato da Laing e Cooper tentasse, così come il dr Mike, di ribaltare canoni troppo codificati, impaludati, spesso alienanti rispetto all’umanità dell’individuo. Un tentativo che ha avuto certamente più fortuna (almeno nella lotta contro l’elettroshock) di quanto il finale pessimista del film lasciasse intendere.
Autore critica:Marco Dalla Gassa
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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