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Falsario (Il) -

Regia:Stefan Ruzowitzky
Vietato:No
Video:
DVD:Cecchi Gori
Genere:Drammatico
Tipologia:La memoria del XX secolo, Minoranze etniche, Razzismo e antirazzismo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:tratto dal libro "Des Teufels Werkstatt" di Adolf Burger
Sceneggiatura:Stefan Ruzowitzky
Fotografia:Benedict Neuenfels
Musiche:Marius Ruhland
Montaggio:Britta Nahler
Scenografia:Isidor Wimmer
Costumi:Nicole Fischnaller
Effetti:Christian Pundschus, Markus Degen
Interpreti:Karl Markovics (Salomon Sorowitsch), August Diehl (Adolf Burger), Devid Striesow (Friedrich Herzog), Martin Brambach (Holst), August Zirner (Dottor Klinger), Marie Bäumer (Aglaya), Veit Stübner (Atze), Sebastian Urzendowsky (Kolya Karloff), Andreas Schmidt (Zilinski), Tilo Prückner (Dottor Viktor Hahn), Lenn Kudrjawizki (Loszek), Arndt Schwering-Sohnrey (Hans), Werner Daehn (Rosenthal)
Produzione:Aichholzer Filmproduktion, Magnolia Filmproduktion, Babelsberg Film Gmbh, Studio Babelsberg Motion Pictures Gmbh, Babelsberg Film Zdf
Distribuzione:Lady Film
Origine:Austria-Germania
Anno:2007
Durata:

98’

Trama:

Berlino, 1936: Solomon Sorowitsch è considerato il Re dei falsari, un vero e proprio artista della riproduzione di banconote e documenti falsi. Mandato nel campo di concentramento di Mathausen, e successivamente a Sachsenhausen, ritrova Herzog, l'ispettore che lo aveva arrestato. L'uomo incarica Solomon ed altri prigionieri di falsificare banconote inglesi e americane, nel tentativo di mettere in ginocchio l'economia dei paesi nemici, in cambio di un trattamento di favore.

Critica 1:Era una delle sorprese dell'ultimo festival di Berlino. È uno dei cinque stranieri candidati all'Oscar, e non certo il meno autorevole. Ma soprattutto è uno dei lavori più vitali e spiazzanti che il cinema abbia dedicato alla Shoah. Per almeno due ragioni fondamentali. La prima è naturalmente la storia stessa del film diretto dall'austriaco Stefan Ruzowitzky (oltre alla bontà della sua fattura), ispirato alla vicenda autentica degli "esperti" ebrei che nel lager di Sachsenhausen lavorarono per tre anni alla cosiddetta "Operazione Bernhard", consistente nel fabbricare milioni di sterline e poi di dollari falsi per finanziare lo sforzo bellico minando al contempo l'economia dei nemici.
Guidati dall'ebreo russo Salomon Sorowitsch (nella realtà Smolianoff), artista mancato, falsario professionista, individualista cinico e seduttore malgrado la bruttezza (uno dei più bei personaggi di questi anni: solo la proverbiale dabbenaggine delle giurie ha impedito allo straordinario Karl Markowics, noto al grande pubblico grazie al Commissario Rex, di vincere un meritatissimo orso d'oro a Berlino), i detenuti di Sachsenhausen erano infatti dei privilegiati. Dormivano in branda, mangiavano regolarmente, ascoltavano musica durante il lavoro; e in segno di incoraggiamento, come racconta appunto Il falsario, ricevettero perfino un tavolo da ping-pong. Come sarebbe accaduto di lì a poco in tante industrie moderne e democratiche ansiose di incrementare la produttività, dice fra le righe il film che come ogni pellicola storica tiene un piede nel passato e l'altro piantato nel presente.
Anche se a risultare davvero avvincente in questo thriller storico di insolita asciuttezza è l'atroce dilemma che attanaglia i prigionieri, tipografi, bancari, artigiani di vario genere, selezionati dai nazisti per portare a termine quella missione segretissima. Collaborare, salvandosi, o sabotare, facendosi trucidare? Sopportare, mentre appena oltre il muro i loro fratelli vengono sterminati? O ribellarsi e con quali prospettive?
Difficile tradurre in termini più incalzanti una questione che potrebbe sembrare teorica, o peggio chiusa in un passato irripetibile, mentre è scelta drammatica e quotidiana per chiunque viva in condizioni di oppressione. In questo senso il film di Ruzowitzky, con tutte le sue (sobrie) concessioni allo "spettacolo", parla davvero a noi, qui e ora. E il dilemma che tortura i protagonisti si fa ancora più concreto (è la seconda ragione della forza del film) manifestandosi in termini di lavoro comune, di mansioni precise, di problemi da risolvere, giorno per giorno, insieme ai loro aguzzini. Magari scoprendosi a esultare con loro quando la Bank of England cade nella trappola. Un film scomodo e appassionante, che sarebbe davvero un peccato perdere.
Autore critica:Fabio Ferzetti
Fonte criticaIl Messaggero
Data critica:

25/1/2008

Critica 2:Niente sconti per nessuno. Da Solomon pagano tutti, quelli che hanno soldi e quelli che non ne hanno. Le donne, se vogliono, in natura. Solomon fornisce: lasciapassare, documenti, passaporti, tutti falsi, tutti utili, specie se sei un ebreo in Germania negli anni del nazismo. Specie se c’è la guerra e se rimani ti uccideranno comunque, che tu combatta oppure no. Ma Solomon no, lui è troppo furbo per morire. Baro, traffichino, falsario, ma anche pittore senza ambizioni perché, ama ripetere, "fare soldi facendo i soldi è più diretto che fare soldi vendendo arte". Poco importa che a pagare siano altri ebrei come lui, la cosa non lo riguarda che "lui è lui, e gli altri sono gli altri". E così, bassezza dopo bassezza, il nostro si ritrova, da semita, a fare un patto col diavolo, ossia con un capo delle SS in persona: potrà sopravvivere nei campi di concentramento - dove verrà spedito comunque - se metterà al servizio del Reich le sue formidabili qualità di falsificatore. Obiettivo? Produrre una mole inimmaginabile di sterline e dollari falsi tale da sabotare l’economia anglo-americana. "Non affrettiamoci a giudicarlo: che differenza c’è fra Solomon che gioca a ping pong a pochi metri dalle camera a gas e noi che facciamo vacanze nei resort di paesi dove la gente muore di fame e di guerra?". È solo una delle provocazioni lanciate dall’austriaco Stefan Ruzowitzky, ad oggi sconosciuto regista di due modestissimi horror (…), e ora artefice de Il falsario, (…)un film che – come tutti quelli che toccano il delicato tema della Shoah – è destinato ad alimentare polemiche: "Quando si vive in un Paese come l'Austria, dove i partiti populisti di destra, con la loro intollerabile ideologia nazista, si prendono il 20% dei voti e partecipano al governo del Paese, affrontare un tema come questo diventa un'urgenza morale" si schermisce lui. Ma la precisazione non gli ha risparmiato un coro di critiche in Germania, dove il tema è ancora di quelli che scottano e Il falsario, presentato in anteprima all’ultima Berlinale, è stato candidato all'Oscar come miglior film straniero: "Ho il merito e la colpa di aver trattato in modo non convenzionale il tema dell’Olocausto", dice Ruzowitzsky, che, come altri suoi giovani colleghi quali von Donnersmark (Le vite degli altri) e Becker (Good bye, Lenin!) fa parte di una generazione in grado di avvicinarsi alla storia europea con uno sguardo nuovo. "Oggi possiamo fare film diversi, dall’approccio emotivo piuttosto che politico. A differenza della generazione dei Wenders o dei Fassbinder non ci sentiamo responsabili delle colpe dei padri. Le colpe ormai sono quelle dei nostri nonni". Ad accompagnare il regista all'anteprima romana il novantaduenne Adolf Burger, ebreo slovacco, uno del gruppo di falsari ancora in vita (nel film è il tipografo comunista che stringe una particolare amicizia con Solomon). La sceneggiatura è tratta proprio dal libro che Burger ha scritto a memoria della sua esperienza, The Devil's Workshop ("L'officina del diavolo"), inedito in Italia. "Quando quell'esperienza terribile è finita – racconta l'ex deportato – una delle mie sorelle che viveva in Palestina ha cercato di convincermi ad andare via con lei. Io però son voluto rimanere in Europa, perchè era qui che ancora avevano bisogno di me". Profetico. Burger, che ad Auschwitz ha pure perso la moglie, se ne sta in disparte, finchè: "Nel 1972 ricevo dalla Germania un volantino, in cui un neonazista (Erwin Schoenberg, ndr) offre 10.000 marchi a chiunque possa dimostrare di aver visto un solo ebreo entrare nelle camere a gas. Era il colmo. Decisi di muovermi, raccogliere documentazioni, foto, testimonianze. Il risultato di queste ricerche è tutto in questo libro e nelle lezioni che, da allora, tengo nelle scuole europee, perchè sempre più giovani sappiano cos'è veramente accaduto". Tornando a Solomon, a vestirne i panni è Karl Marcovics, lo Stocki del telefilm Il commissario Rex. Un personaggio, quello di Solomon, tutt’altro che fittizio, ricorda Burger. Il suo vero cognome era Smolianoff, detto Sally, un ebreo impi
egato dai nazisti in quella che fu ribattezzata Operazione Bernhard: 132 milioni di sterline perfettamente contraffatte destinate al mercato del regno di Sua Maestà. Alla liberazione dei campi Smolianoff mancava all’appello. A lungo ricercato dalla giustizia internazionale come criminale comune fu ritrovato solo nel 1960, morto. Si era rifugiato in Argentina, forse condividendo l’infame destino di qualcuno dei suoi "amici" proibiti.
Autore critica:Gianluca Arnone
Fonte critica:cinematografo.it
Data critica:

14/1/2008

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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