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Invictus - Invictus

Regia:Clint Eastwood
Vietato:No
Video:
DVD:Warner Home Video
Genere:Storico
Tipologia:Conflitti sociali, La memoria del XX secolo, Le diversità, Letteratura americana - 900, Razzismo e antirazzismo
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:tratto da libro "Ama il tuo nemico" di John Carlin
Sceneggiatura:Anthony Peckham
Fotografia:Tom Stern
Musiche:Kyle Eastwood, Michael Stevens
Montaggio:Joel Cox, Gary Roach
Scenografia:James J. Murakami
Costumi:Deborah Hopper
Effetti:Cordell McQueen, Geoffrey Hancock, CIS Vancouver
Interpreti:Morgan Freeman (Nelson Mandela), Matt Damon (Francois Pienaar), Tony Kgoroge (Jason Tshabalala), Patrick Mofokeng (Linga Moonsamy), Matt Stern (Hendrick Booyens), Julian Lewis Jones (Etienne Feyder), Adjoa Andoh (Brenda Mazibuko), Marguerite Wheatley (Nerine), Leleti Khumalo (Mary), Sibongile Nojila (Eunice), Bonnie Henna (Zindzi), Robin Smith (Johan De Villiers), Refiloe Mpakanyane (Jessie), McNeil Hendricks (Chester Williams), Zak Feaunati (Jonah Lumu), Kgosi Mongake (Sipho)
Produzione:Clint Eastwood, Robert Lorenz, Lori Mccreary, Mace Neufeld E Kel Symons per Malpaso Productions-Revelations Entertainment-Spyglass Entertainment-Mace Neufeld Productions
Distribuzione:Warner Bros. Italia
Origine:Usa
Anno:2009
Durata:

133’

Trama:

Sconfitto l'apartheid, Nelson Mandela, capo carismatico della lotta contro le leggi razziali, diventa presidente del Sudafrica grazie alle libere elezioni. Anche il mondo dello sport viene coinvolto dall'evento: il Sudafrica si vede assegnato il mondiale di Rugby del 1995 e sulla scena internazionale ritornano gli Springboks, la nazionale sudafricana che, dagli anni '80, era stata bandita dai campi di tutto il mondo a causa dell'apartheid. Il rugby, infatti, è sempre stato lo sport più seguito dagli Afrikaner e ai cittadini sudafricani di colore veniva riservato negli stadi un misero settore, di solito occupato per tifare la squadra avversaria. In occasione della cerimonia di apertura del campionato mondiale, l'ingresso in campo del presidente Mandela che indossa la verde maglia di jersey degli Springboks segna un passo decisivo nel cammino verso la pace tra bianchi e neri.

Critica 1:Difficile ormai giudicare l'opera di un artista in costante crescita come Clint Eastwood, 80 anni il prossimo maggio e un curriculum cinematografico (come attore, regista, produttore, musicista) impressionante. Usciamo estasiati dall'ultimo capolavoro di Gran Torino , storia di un veterano incazzato della guerra di Corea che impara - nel giro delle due ore del film - a convivere con i suoi vicini coreani, per ritrovarci a soli due anni di distanza davanti a quell'immenso evento che fu la fine dell'apartheid (almeno legalmente) in Sudafrica e l'avvento del presidente Mandela. Una storia gigantesca da raccontare, ma grazie al cielo Eastwood si è ritrovato per le mani una sceneggiatura (tratta dal libro "Playing the Enemy" di John Carlin) perfetta allo scopo. Perché concentrata sul primissimo periodo presidenziale di Mandela e sulle prime, fondamentali, scelte politiche finalizzate ad integrare come possibile afrikaners di origini olandesi e inglesi alla maggioranza della popolazione nera e ad evitare una guerra civile.
Stretto su un breve periodo storico (il 1995), Eastwood sceglie due eventi attraverso cui forzare il senso dell'operazione: l'inserimento nel suo servizio d'ordine formato da uomini dell'Anc di vecchi agenti fedeli alla presidenza de Klerk (lo Special Branch, che non poche volte aveva torturato e incarcerato i primi) e la scelta di contrastare la volontà del popolo nero di abbattere tutti i simboli del vecchio governo, in primis l'inno nazionale e la amatissima - dagli afrikaners - squadra di rugby degli Springboks, la più forte nel mondo assieme ai neozelandesi All Blacks. Alleandosi con il capitano della squadra Francois Pienaar (interpretato da un grande Matt Damon), e affascinandolo con i versi di William E. Henley che furono il suo mantra nei 27 anni di prigionia ( Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la pergamena, Io sono il padrone del mio destino: Io sono il capitano della mia anima), Mandela gioca da fine politico e stratega, inimicandosi inizialmente anche i suoi più stretti collaboratori. Ma l'intuizione è giusta: niente unisce la gente più del tifo sportivo, niente può fare miracoli quanto una bella vittoria su un campo da gioco. Il resto è storia, anche se un po' sviolinata. Nel 1995 i frastornati Springboks (che Eastwood rende un po' più ex-perdenti di quanto siano stati in realtà) prevalgono sugli invincibili All Black, e alla loro Haka (la danza maori) contrappongono il doppio inno della nuova Africa: il "Die Stem" di origine olandese e il nuovo "Nkosi Sikelei i Afrika" in lingua xhosa.
Nonostante qualche forzatura narrativa (oltre alla già citata, la rappresentazione di una squadra di afrikaner - un solo nero, il grande Chester Williams - molto più tollerante di quanto fosse in realtà), e nonostante la scelta di Eastwood di rispettare in modo canonico le regole del film storico-politico intrecciato a quello sportivo, il tocco del maestro si sente comunque. Soprattutto nelle magnifiche scene in campo, nelle mischie strette tra le due squadre, nell'intreccio dei corpi maschili, nei suoni gutturali (bellissima, come sempre, la colonna sonora curata da Eastwood figlio, Kyle), nei ralenti che vedono trasformare la guerra di posizione in magiche corse verso la mèta. Due le nomination agli Oscar, per Morgan Freeman e Matt Damon.
Autore critica:Roberta Ronconi
Fonte criticaLiberazione
Data critica:

24/2/2010

Critica 2:
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Critica 3:
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