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Clockers - Clockers

Regia:Spike Lee
Vietato:14
Video:Cic Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal libro omonimo di Richard Price
Sceneggiatura:Spike Lee, Richard Price
Fotografia:Malik Sayeed
Musiche:Terence Blanchard
Montaggio:Sam Pollard
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Keith David, Harvey Keitel, Delroy Lindo, Pee Wee Love, Mekhi Phifer, Regina Taylor, John Torturro, Isaiah Washington
Produzione:Martin Scorsese, Spike Lee
Distribuzione:Uip
Origine:Usa
Anno:1995
Durata:

128'

Trama:

Strike è un clocker, cioè uno spacciatore di crack al servizio di Rodney, che controlla lo smercio di droga nel quartiere e considera Strike come un figlio adottivo. Quando Rodney gli ordina di ammazzare un suo uomo, Strike accetta, ma nel momento decisivo non ha il coraggio di sparare e si rivolge al fratello Victor, che lavora duramente per mantenere la famiglia. Sarà lui a compiere l'esecuzione e a costituirsi. Il poliziotto Rocco non crede però alla sua versione, sospettando che voglia proteggere il fratello Strike, e inizia ad incalzare quest'ultimo quotidianamente perché confessi. Rodney è sempre più preoccupato che Strike possa fare il suo nome e lo minaccia pesantemente. Alla fine Rocco viene a sapere come sono andate veramente le cose ed aiuta Strike a scappare dal ghetto e dalla vendetta di Rodney.

Critica 1:Spike Lee, in Clockers , propone la difesa dell'integrità della persona umana. Non lo fa con un retorico appello ai principi. Ci arriva, sicuro della bontà delle proprie ragioni, ricorrendo a un linguaggio cinematografico che rappresenta, e non la rimuove, la drammaticità di una situazione. Non approfitta neppure di certi risvolti romanzeschi (per l'assassinio del "disubbidiente" va in prigione il fratello buono dello spacciatore) che lo sceneggiatore Richard Price gli aveva preparato. Li frantuma, li restituisce alla cronaca. La sua cinepresa, spostandosi nel quartiere, sostando fra gli spacciatori, non indietreggiando davanti ai corpi degli uccisi, raccogliendo frammenti dei dialoghi, fondendo piano visivo e piano sonoro (musica "rap"), ci spinge all'interno di un universo sporco, nel mezzo di episodi colti nel corso del loro svolgersi. Si badi, a prova della maturità narrativa di Lee, alla scena dello spaccio del "crack" con quel pellegrinaggio di compratori, con quello slogan di continuo ripetuto: "Prendi due e paghi uno".
Autore critica:Fabio Ferzetti
Fonte criticaIl Messaggero
Data critica:

31/10/95

Critica 2:Uno dei motivi di fondo di sempre del cinema di Spike Lee è come continuare a fare film (senza rimettereci) e al tempo stesso come stare sul mercato cinematografico bianco rivolgendosi in primo luogo ai neri.
Nelle pagine del diario di lavorazione di Malcolm X dal titolo chilometrico (By any ineans necessary. The Trials and tribulations of the making of Malcolin X...while ten million motherfuckers are fucking with you!, Spike Lee non si fa scrupolo di evidenziare come una parte integrante del suo cinema sia costituito dal marketing, che è, come tutti ben sappiamo, la scienza che insegna come piazzare un prodotto sul mercato: anzi, che ne fa sorgere il bisogno nei potenziali acquirenti. Prima ancora di pensare un film bisogna assicurarsi di avere un pubblico che lo vada a vedere. Ma è evidente che tale pubblico deve essere al corrente del fatto che c'è qualcuno che sta lavorando per lui. Scottato dalla mancata promozione con la quale in passato la distribuzione ha penalizzato alcuni suoi film (clamoroso il caso di School Daze), Lee decide di mettere sul piatto della bilancia delle sue valutazioni di cineasta afro-americano un argomento molto semplice: il potere d'acquisto del pubblico nero. Ciò che può sconcertare un osservatore europeo è l'assoluta lucidità con la quale Lee non solo accetta i meccanismi del capitale hollywoodiano, ma come con caparbietà bizantina li manipola e li piega ai propri scopi. Tutta la parabola di Spike Lee è inscrivibile, a nostro avviso, nella parola d'ordine Home Invasion teorizzata da Ice T: ossia vendere la cultura (rivoluzione) afroamericana ai bianchi e, attraverso la visibilità che questa acquista stando sul mercato, riavvicinarvi il pubblico di colore. Ma affinché questa strategia funzioni è necessario che i detentori bianchi del potere economico si rendano conto che la rivoluzione nera si può vendere. In un sistema merceologico tutto deve essere vagliato in base alla sua tenuta di mercato. Come spiegare altrimenti le invettive furenti che Amiri Baraka ha scagliato contro il film Malcolm X? Il più carismatico leader afroamericano non poteva essere (diventare) l'oggetto della più grande e complessa manovra di marketing della recente storia dello spettacolo statunitense. A ben vedere in questo modo Spike Lee ripropone l'annoso problema della popolazione di colore che non è padrona dei propri consumi e che subisce quelli imposti dal sistema delle merci dominanti. Da buon capitalista Spike ha compreso che le merci veicolano valori culturali e comportamentali, anche se è troppo scaltro per confondere le prime con quest'ultimi. Un sistema articolato di merci (consumi) alternativi finisce comunque per rimandare al complesso di valori che lo hanno posto in esistenza. Ossia il consumo è parte integrante delle pratiche immaginarie. La rivoluzione dunque riparte dall'immaginario e non è un caso che Clockers si apra con quel gruppo di b-boys che commentano lo stato di salute del rap contemporaneo. Ma non si tratta solo dell'ovvio legame che il cinema di Lee intrattiene con la musica, ma di un insieme di fattori culturali che sono esposti in continuazione ad un consumo mobile (creativo ... ), aperto che ne modifica costantemente il senso. Vi è un legame organico tra il rap e la cultura afro-americana che può addirittura essere retrodatata a quella oralità che in musica ritorna ad essere ritmo ed idea in movimento. Dunque il rap è un momento di autoriflessione, ma anche di teatralizzazione di un'identità collettiva della quale si avverte il bisogno che sia rinforzata costantemente. Clockers accetta di sviluppare questo colloquio sul medesimo livello immaginario. Se il gansta-rap è esibizione di un'identità collettiva lacerata che si vuole ricomporre attraverso un investimento spettacolare, allora Clockers rappresenta un tentativo, assolutamente riuscito per passione morale e rigore etico, nonché inventiva formale, di conciliare la tensione adrenalinica della blaxploitation (sempre odiata da Spike) e il bisogno di commentare il quotidiano del hip-hop che è la sua caratteristica principale. La parola nel cinema di Spike Lee ha un valore didattico, è risaputo: ma è la parola a garantire l'accesso nella polis. Quindi la parola è soprattutto un momento di consapevolezza, di avanzamento. Di conseguenza parola collettiva, polifonica. Il cinema di Spike Lee s'origina proprio dalla sua capacità di essere altro rispetto ad essa e non sua mera cassa di risonanza. Ossia le immagini doppiano, nel loro specifico, l'urgenza politica della parola. E per (continuare a) stare sul mercato non c'è niente di meglio della parola per promuovere i propri prodotti.
È vero. Quello di Spike Lee è un cinema morale, nel senso che si sviluppa esclusivamente a partire dalla consapevolezza della propria specificità etnica e culturale. li cinema è chiamato dunque a mettere in forma (scena) questa identità, rendendo ragione dei conflitti che l'attraversano, restituendo, attraverso la decifrabilità dei suoi codici, tale specificità ad una dimensione universale troppo a lungo negata. Solo in questa direzione, crediamo possa essere compresa la disperata ricerca di Spike Lee di una classicità contemporanea, quella stessa che fa scrivere a Jean-Marc Lalanne che con Clockers il regista “s'affirme comme le plus americain des cineastes contemporains”. A ben vedere questa tensione si è manifestata compiutamente per la prima volta proprio con Malcolm X, sfortunatamente troppo facilmente scambiata per una resa nei confronti dei dettami del biopic hollywoodiano e della retorica integralista nera. Ma vi è qualcosa di intimamente sovversivo nella tenacia con la quale Lee contamina la classicità cinematografica bianca; vi è, a nostro avviso, il tentativo di espropriare uno degli strumenti privilegiati della retorica dominante per costringerla a parlare un linguaggio diverso. Insomma il cinema di Spike Lee continua a funzionare come un autentico virus culturale. D'altronde, a ben guardare, Clockers è un film che riguarda lo spaccio di crack solo ad un primo livello di analisi. Il problema di fondo ci sembra essere ancora quello della rappresentazione di una specificità culturale e i meccanismi di diffusione di questa. Il videogioco virrtuale gangsta riveste da questo punto di vista un'importanza decisiva. Questo è infatti un vero e proprio storyboard digitale che anticipa la conclusione stessa del film. Ma in questo modo Spike Lee ci segnala che i materiali dell'immaginario non solo anticipano il reale ma lo determinano ontologicamente. Non si tratta infatti solo di una superficiale coincidenza dei due livelli narrativi. Se il gansta rap è la teatralizzazione e la riscossa culturale del degrado della maggioranza della popolazione afroamericana è evidente che vi è un cortocircuito discorsivo. Il ghetto è il luogo dal quale fuggire, ma al tempo stesso è l'unico produttore di storie alla portata degli strumenti culturali (attualmente) a disposizio-ne di buona parte dell'intellighenzia nera. Non vi è via di scampo e co-munque si tratta di un mezzo attra-verso il quale riconoscersi e veicola-re solidarietà di gruppo. Il giochino
di Tyrone è quindi segno non solo di una sorta di predestinazione socio-culturale, ma addirittura mediale.
L'unica cosa che è rimasta da rac-contare è il malessere. Spike Lee, invece, come Malcolm X inizia a studiare il significato e il funziona-mento delle parole e come queste ri-mandino necessariamente a realtà diversificate (rese straordinaria-mente dalla geniale fotografia di Malik Hassan Sayeed). Bisogna in- somma decidere da quale parte di
realtà delle parole stare.
Inevitabilmente la presenza in qualità di produttore di Scorsese si fa sentire. Strike è il figlio sacrificato dal padre. Ma a sua volta Rodney è stato marchiato col sangue da Errrol, il quale porta la medesima maledizione nel suo stesso sangue. Ancora una volta sono le sole donne a farsi portatrici di ipotesi di salvezza che si muova oltre il presente. L'assenza dei padri e la loro abissale malvagità si tinge in Clockers di risonanze metafisico-bibliche. Strike è stritolato negli ingranaggi imperscrutabili delle macchinazioni mefistofeliche di Rodney. Il padre chiede al figlio di morire (uccidere Darryl), per adempiere alla sua volontà. È la disubbidienza a questa volontà a mettere in moto la tragedia e a collettivizzare la colpa anche se il suo epicentro è sempre Strike. Egli diventa il luogo simbolico dove si concentrano i peccati del mondo: un agnello sacrificale che sanguina internamente e che beve costantemente l'aceto che i suoi aguzzini gli porgono (ossia il beverone di cioccolato al quale è costantemente attaccato e che Tyrone inizia a bere per emulare Strike, la colpa). Ma soprattutto Clockers è il film del tradimento dei padri e della dannazione cui sono condannati coloro che li continuano a cercare. Per la verità André the Giant (nome dalle fortissime risonanze bíblico-sportive) si offre a Strike, ma questi non coincide con le aspettative immaginarie del ragazzo. Insomma si rifiuta di riconoscerlo. L'intuizione straordinaria di Lee è che questa assenza paterna si produce come una percezione adulterata del reale, facendo diventare in questo le istanze scorsesiane polemica politica ed estetica. Strike assume su
di sé le colpe del mondo, ma il mondo non ha bisogno di redenzione, ma solo della morte della vittima sacrificale. Quindi Strike fugge. Sarà renitente al volere del padre, non prima però di essere stato pestato di botte da André. Rinuncia definitiva alla sua vita precedente e, attraverso la mortificazione della carne (il pestaggio), versa il sangue malato che ancora gli avvelenava la vita: quindi l'espulsione del sangue sotto i colpi infertigli dal buono Andrè equivale ad una abiura delle sue colpe trascorse e, al tempo stesso, il loro riconoscimento più completo. La redenzione, cristologicamente, passa per il dolore e l'umiliazione. La tragedia di Strike è ovviamente riflessa nella disperazione di Tyrone e nella violazione della sua innocenza. È questa la reale posta in gioco. Bisogna insomma restituire a Tyrone la speranza delle parole, per restituirgli un mondo più ampio. Ma la crudeltà (la sua intransigente moralità) di Spike Lee risiede nel fatto che nel mondo di Tyrone non ci sarà mai più posto per Strike, l'incolpevole. L'espiazione serve solo a salvarsi la vita, non a esservi reintegrato. Spike Lee condanna Strike all'esilio perché questo è "l'appello finale". Il suo calvario, decisamente, non conduce al regno del padre.
Autore critica:Giona A. Nazzaro
Fonte critica:Cineforum n. 349
Data critica:

11/1995

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Clockers
Autore libro:Price Richard

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