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Mercoledi' da leoni (Un) - Big wednesday

Regia:John Milius
Vietato:No
Video:Warner Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diventare grandi, Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:John Milius
Sceneggiatura:John Milius
Fotografia:Bruce Surtees
Musiche:Basil Poledouris
Montaggio:Carroll Timothy O'Meara, Robert L. Wolfe
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Gary Busey (Leroy), Patti D'Arbanville (Sally),Darrell Fetty (Waxer), William Katt (Jack), Sam Melville (Bear), Lee Purcell (Peggy), Jan-Michael Vincent (Matt)
Produzione:A Team Warner Br
Distribuzione:Warner Bros.
Origine:Usa
Anno:1978
Durata:

120'

Trama:

Le spiagge della California sono a volte battute da venti che provocano mareggiate paurose. Sono l'occasione migliore per le esibizioni dei vecchi e nuovi campioni del "surf". Tre di questi - Jack Barlow, Matt Johnson e Leroy - si mettono in luce nell'estate 1962: sono i beniamini dello stravagante Bear, artigiano delle tavole per tale sport, ex campione, filosofo. Negli anni che seguono i tre amici si incamminano per strade che lentamente li separano: Matt si lega a Peggy che lo ha reso padre di Melissa; Jack frequenta Sally, ma non si decide a sposarla; Leroy, eterno vagabondo, non mette radici da nessuna parte; Bear si sposa, ma l'esperienza si dimostrerà disastrosa e lo indurrà a rifugiarsi nella pericolante baracca che possiede su di un pontile di legno. Il Vietnam irrompe nella vita dei tre giovani: con trucchi, Matt e Leroy lo evitano; Jack vi passa tre anni. In guerra muore Waxer, un comune amico, al cui funerale assiste solo Matt che ne subisce un forte trauma. Nella primavera del 1974 il mare si ingrossa spaventosamente. Bear chiama i tre che, inopinatamente rispondono all'appello e affrontano le gigantesche onde, sotto gli occhi impressionati della folla e dei nuovi aspiranti campioni. Quando Matt rischia di inabissarsi per avere osato troppo, Jack e Leroy lo soccorrono immediatamente. E' stato l'ultimo trionfo. Sanno di avere fatto epoca; ma sono anche coscienti che la loro stagione è finita. Si separano e forse non si vedranno più.

Critica 1:Tre inseparabili amici furoreggiano col surf sulle spiagge della California negli anni '60. Il tempo passa, la vita li divide, ma le grandi ondate ritornano. Scandito su quattro tempi che sono quattro stagioni e quattro celebri mareggiate (estate '62, autunno '65, inverno '68, primavera '74) e che quasi corrispondono alle burrasche politiche (dalla morte di Kennedy allo scandalo del Watergate), non è soltanto un film sul surf e la sua mistica eroica (come l'ha praticato lo stesso J. Milius), ma anche una malinconica saga sull'amicizia virile, su una generazione americana segnata dal malessere esistenziale e dalla guerra del Vietnam. Uno dei più misconosciuti film dei '70. Eppure la sua importanza non soltanto sociologica è pari a quella di Il cacciatore di Michael Cimino, uscito nello stesso anno.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:L'onda più imponente di tutti i tempi e tre amici pronti a cavalcarla. Non importa cosa ha portato con sé il tempo, i tre surfisti californiani Matt, Jack e Leroy sapevano che sarebbero rimasti uniti e pronti per la grande ed irripetibile onda che si sarebbe infine infranta sulla costa.
Un mercoledì da leoni celebra il surf con la stessa passione e devozione con cui un surfista incera la sua tavola. E c'è di più: è un'affascinante cronaca degli anni tra il 1962 e il 1974 che racconta di amicizie ed esistenze in transizione.
Autore critica:
Fonte critica:DVD.it
Data critica:



Critica 3:II «secolo americano», di cui Henry Luce indicava l'inizio intorno agli anni '40, è durato meno di un trentennio.La sua fine si iscrive in quell'arco di anni in cui si svolge l'azione del film. Qualche fatto: assassinio del primo-Kennedy (1963); esplosione dei ghetti (1967); abdicazione di Johnson e assassinii di Martin Luther King e del secondo Kennedy (1968); rivolta studentesca (1969-79); sospensione della convertibilità del dollaro (1971); accettazione della realtà cinese (1972); Watergate e cacciata di Nixon (1973-74). Su tutti domina la guerra dei Vietnam (1964-1973), la prima sconfitta bellica e diplomatica degli Stati Uniti. Tragedia per i 50.000 caduti e le loro famiglie; dramma per i due milioni di giovani che vi presero parte; trauma per duecento milioni di americani che, per la prima volta nella storia, vissero in diretta una loro guerra alla tv. La centralità dell'esperienza vietnamita - questo è il punto - non emerge solo in rapporto al ruolo degli Stati Uniti nel mondo, ma anche, e insieme agli altri momenti ricordati, in rapporto alla crisi della società statunitense, crisi vissuta in maniera più lacerante dalle nuove generazioni: non nel senso, ovviamente semplicistico, che il Vietnam è la «causa» di quella crisi, ma nel senso che i conflitti aperti dal Vietnam svolgono una funzione catalizzante nella presa di coscienza di altri conflitti sociali. Con il Vietnam, il sistema di checks and balances, ritenuto massimo presidio istituzionale della democrazia statunitense, rivela la sua grande fragilità. Anzi precipita di fronte al contrasto insanabile tra la logica dello scambio, vigente all'interno degli States, e quella della rigidità dogmatica imposta con la guerra all'esterno. Questo contrasto produce la frantumazione del consenso sui valori, fino ad allora fondamentale elemento di coesione nel sistema. Di qui la politicizzazione di vasti settori dell'opinione pubblica, dagli studenti agli intellettuali, dai negri ai chicanos. Di qui anche le loro proposte utopiche e, in molti casi, la loro violenza «politica». Matt, Jack e Leroy, i tre protagonisti del film di Milius, appartengono a quella fetta della Vecchia America sopravvissuta alle bufere degli anni '60 con un numero di adepti assai maggiore di quanto le cronache di allora lasciassero supporre. Portarla alla ribalta, meglio sullo schermo, costituisce un'opera di rottura nei confronti di falsi e abusati modelli. Ma non v'è quasi tempo di compiacersi della scelta di Milius per non avvertire quale feroce censura il regista s'imponga per dotare i suoi personaggi di tratti compiacenti o solo rispettabili. L'addebito a carico del regista non è quello di narrare una crisi «privata» negli anni dell'apocalisse, ma quello di escludere ogni interrelazione tra le due e perfino di negare la possibilità che, in quei giorni e in quell'America, altri giovani vivano altre crisi.
Come tutte le generazioni che li hanno preceduti, nel 'West come nell'East Coast, Matt, Jack e Leroy hanno un altare su cui campeggiano come immutabili idoli lo sport e, nell'ordine, la violenza privata (liti, risse, pugni), l'alcool, le donne. Divenuti adulti, ai vecchi aggiungono un nuovo idolo: la famiglia. Leroy, il più estroverso dei tre, offre un'antologia di quest'educazione modello americano. A casa di Jack, la sera della festa, si prepara all'esercizio della violenza (olocausto o rissa) ungendo il suo corpo. Quando balla abbraccia contemporaneamente due ragazze. Sconfinato in Messico, leva un inno alle «donne calienti e alla marijuana», poi seduce una ragazza con la quale fantastica di matrimonio per lasciarla subito dopo lungo una strada polverosa. Pochi anni più tardi, fattosi adulto, confessa: «E ora che rientri nella normalità, mi sistemi, paghi le tasse».
I tre amici vivono la loro vita come una gara ove si può vincere oppure perdere. Non si sentono fascisti e neppure lo sono. Credono nell'uguaglianza, nella solidarietà, nel sacrificio, nell'impegno supremo. Praticano la tolleranza verso quanti condividono la loro logica. Respingono i diversi: gli intrusi alla festa, il messicano intraprendente, l'hippie del Cosmic Bar, i vietnamiti. II tutto come i loro padri e gli avi pionieri. Non amano la patria quando questa si riveste di paramenti militari, ma neppure qui tradiscono la loro cultura. Gli Stati Uniti hanno praticato l'isolazionismo e a questo mito restano legati. Il loro rapporto forzato con la «periferia» dei mondo è nato quando Truman ha scoperto che «il sistema americano può sopravvivere in America solo se diviene un sistema mondiale», quando si sono visti imporre la necessità di trasformare la loro rigogliosa società civile in stato imperiale perchè la potenza statuale era la condizione necessaria all'espansione ininterrotta dello sviluppo economico. Jack, il più lucido, sensibile e analitico dei tre, accetta di partire per il fronte e ritorna a casa con un patchwork di nastrini colorati sul petto. Come Teddy Roosevelt e Ike. Come il già riluttante sergente York. Anche se questa guerra, per la prima volta, è una guerra persa. Emuli dei loro avi, Matt, Jack e Leroy non hanno coscienza dei parametri angusti in cui si iscrive la loro vita. Commemorando l'amico morto in Vietnam, Matt afferma: «Senza entrare in particolari, dico che era un bravo ragazzo». Non potrebbe diversamente. La stupidità sua diventa naturaliter metro di giudizio del comportamento degli altri.
Il codice di condotta dei tre amici è simile a quello dei pionieri del West. Dei western ritornano tutti i miti ancora proponibili. Qualche esempio. I giovani che si introducono in casa di Jack, la sera della festa, costituiscono la classica anonima banda della prateria, la cui esistenza risulta solo d'azione negativa che svolge all'interno della società. La rissa che segue si risolve in un combattimento a pugni nudi, nel quale, come nella tradizione western, non rifulgono soltanto il coraggio e la virilità dei contendenti ma anche le loro qualità morali. La rissa, poi, coinvolgendo tutti gli astanti, diventa comica, una sorta di happening da saloon, dove ganci e uppercuts non hanno più peso reale. La donna si identifica strettamente col suo ruolo immutabile fin dall'epoca dei pionieri. È madre, e allora è sempre ritratta tra le pareti domestiche. e compagna di vita, e allora accudisce alla casa ai figli al marito. È amante, e allora si ritroverà solo di mattina lungo una strada polverosa. Anche il Messico non si discosta dal cliché più convenzionale del genere: emerge soltanto come elemento di una scenografia, occasione di fiestas sempre ricche di colore. Last but not least, apparentato con la mitologia più classica del western è il rapporto con la prateria sconfinata. E poichè la conquistadell'Ovest ha da tempo raggiunto la costa del Pacifico e perché, oltre quella costa, la terra (Corea o Vietnam) è inospitale, la nuova prateria non potrà essere che l'oceano. L'oceano che Matt, Jack e Leroy percorrono solitari con i loro cavalli di legno a forma di tavole piatte.
Un mercoledì da leoni vuole essere il ritratto minuzioso del passaggio dall'adolescenza all'età matura di una certa generazione di americani. Di certo è autobiografico: Milius ha trascorso gli anni della sua giovinezza sulle spiagge della California esercitandosi nell'allora nascente sport del surf; il suo cosceneggiatore, Dennis Aaberg, è anche lui un ex-surfer. Il cast deliberatamente riflette l'essenziale di questo mondo sportivo durante gli anni '60. Jan-Michael Vincent e William Katt, gli attori che interpretano Matt e Jack, furono campioni di surf e campioni lo sono tuttora i surfers che si esibiscono nel «big Wednesday».
La descrizione che Un mercoledì da leoni fornisce della generazione dei suoi protagonisti è autentica o, almeno, attendibile. Il regista sfoglia il proprio album di famiglia, ma lo fa senza il necessario approfondimento critico. Lascia parlare le immagini, ma queste, nonostante il grande schermo, sembrano vuote. Vano è pure ogni sforzo di associare a queste immagini dei contenuti grazie al gioco ad incastro della conversione nell'opposto o del ribaltamento dell'affermazione (il gioco, per intenderci, secondo il quale il vuoto morale e la stupidità di Antoine Doinel servirebbero a Truffaut per documentare l'urgenza della rivolta). e vano perchè il contenitore fabbricato da Milius è così debole da non sopportare altri paesi da quelli quasi inesistenti che il regista vi inserisce. Matt, Jack e Leroy hanno speso la loro giovinezza, in mezzo a una folla di coetanei non meno anonimi, senza accorgersi che il procedere del tempo subiva un'accelerazione. Hanno seguito sull'oceano il corso delle onde, dimenticando che, surf a parte, nuotare o vivere rappresentano delle conquiste solo se compiute controcorrente. Si ritrovano alla fine, quasi improvvisamente, vecchi. Milius li ritrae in quest'itinerario mostrando una qualche conoscenza dei fenomeni e nessuna delle cause. Deride - così vogliamo credere - la scritta allo spray posta sulla scala d'accesso alla spiaggia («Surfers Rule. UCLA» (qualcosa come «Potere ai surfers. Firmato: Movimento Studentesco di Los Angeles), ma deride anche l'hippie che ha rilevato il Cosmic Bar degli happy days per trasformarlo in una sorta di Alice's Restaurant. Del nuovo il regista non apprezza nulla. Anzi, non scorge nulla, al pari dei suoi eroi che conversano in salotto mentre una televisione dimenticata contro una parete e a volume basso mostra in diretta i moti sociali del ghetto negro. (…)
Autore critica:Giorgio Rinaldi
Fonte critica:Cineforum n. 185
Data critica:

6-7/1979

Libro da cui e' stato tratto il film
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