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Testimone a rischio -

Regia:Pasquale Pozzessere
Vietato:No
Video:Medusa Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diritti umani - La politica e i diritti
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Pietro Calderoni, Pasquale Pozzessere, Giacomo Scarpelli
Sceneggiatura:Pietro Calderoni, Pasquale Pozzessere, Giacomo Scarpelli
Fotografia:Luca Bigazzi
Musiche:Franco Piersanti
Montaggio:Carlo Valerio
Scenografia:Francesco Frigeri
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Claudio Amendola, Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, Federica Cocuccioni, Maurizio Donadoni, Pierfrancesco Pergoli, Paolo Maria Scalondro
Produzione:Taodue Film, Istituto Luce
Distribuzione:Medusa
Origine:Italia
Anno:1997
Durata:

102'

Trama:

Il quarantenne Piero Nava vive e svolge nel Sud Italia la sua attività di rappresentante di commercio. La mattina del 21 settembre 1990, mentre si dirige ad un appuntamento con il suo agente siciliano, sulla superstrada Canicattì-Agrigento assiste casualmente all'assalto di un commando mafioso che uccide il giudice Livatino. Giunto in città, decide di andare alla polizia e raccontare tutto quello che ha visto. È l'inizio di un cambiamento di vita radicale. Nava diventa un testimone oculare, viene affiancato per la protezione dal commissario di polizia Nardelli, ma quello che faceva prima non potrà più continuare a farlo: la casa a Giffoni, il lavoro, la moglie, i due figli piccoli, tutto viene sconvolto. La famiglia Nava cambia residenza, si trasferisce prima a Montecatini dai genitori della moglie Franca, poi in altra località segreta. Nava cambia aspetto, va a testimoniare in Germania, viene licenziato dalla ditta, entra in collisione con la moglie perché la situazione impone livelli di tensione insopportabili. Quando arriva il giorno del processo, Nava recupera inaspettatamente tutto il proprio equilibrio e offre una deposizione lucida che consente di condannare gli esecutori del delitto. Subito dopo, la polizia consegna alla famiglia Nava nuovi documenti d'identità con cui lasciano l'Italia. Oggi vivono nel Nord Europa.

Critica 1:Storia di Pietro Nava, rappresentante di sistemi di sicurezza, che il 21 settembre 1990 sulla superstrada Canicattì-Agrigento fu il testimone oculare dell'assassinio di Rosario Livatino: come, fatto il suo dovere di cittadino, s'infilò in un tunnel da incubo con il sostegno incerto dello Stato. Ispirato al libro L'avventura di un uomo tranquillo di Pietro Calderoni (autore della sceneggiatura con Furio e Giacomo Scarpelli e il regista), è un film rischioso: un thriller, ma senza azione; una suspense dove la minaccia (della "stidda" agrigentina) è così invisibile da diventare astratta con un protagonista passivo (il bravo F. Bentivoglio) che ha messo in moto un ingranaggio senza averne previste le conseguenze. Suo antagonista finisce per essere lo Stato più che la mafia. La tensione è ricondotta all'interno della coppia: un uomo e una donna che si amano, ma che l'esistenza artefatta e anomala logora. Opera problematica di contenuta passione civile: vale la pena, a questo prezzo, difendere questo Stato, questa società? Sulla figura e l'assassinio del giudice Livatino esiste Il giudice ragazzino (1993) di Alessandro di Robilant.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Se c'è una vocazione del cinema italiano (oltre a quella per la commedia), è quella per il film civile. Impegno civile come politica, come analisi e denuncia di problemi sociali, storici e umani, come "giustizia": almeno dal neorealismo in avanti, ci ha accompagnato con alti e bassi per cinquant'anni. E se c'è un requisito essenziale del cinema civile è che questo sia anche e soprattutto "morale". Morale e rabbioso (raro, almeno da noi), come era quello dei tempi d'oro; morale ed eccessivo (ancora più raro), come è stato Petri in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto; morale e minuzioso, sofferto, commosso, come solo il neorealismo ha saputo essere; morale e autocontrollato come Gianni Amelio; morale e tormentato, quasi un po' autocritico, un po' spaventato, come i film sulla conseguenze del terrorismo prodotti negli anni recenti dagli autori ex giovani che hanno vissuto la politica e cercano di districarsi dalla retorica per, finalmente, raccontarla. Il rischio, invece, del cinema civile è quello della spettacolarizzazione dell'impegno, della retorica che si mangia l'anima del film e che mette a posto la coscienza di tutti gli spettatori: una trappola diffusissima, nella quale sono caduti (in buona e mala fede) fior di autori, che spesso, attraverso un didascalismo costellato di colpi bassi, annulla molte delle potenzialità analitiche del film. Dove, in pratica, l'assunto morale della storia viene contraddetto dall'immoralità della macchina da presa (della regia). Una vita annullata Pasquale Pozzessere con Testimone a rischio ha fatto un film sulla moralità, naturale e necessaria per ogni società (o almeno dovrebbe esserlo), senza svendere la propria storia all'effetto facile. Testimone a rischio, all'apparenza, vola basso. Racconta con naturalezza la storia di un rappresentante di commercio che, passando per una superstrada siciliana, assiste a un agguato di mafia e fa quello che naturalmente tutti dovrebbero fare: si mette immediatamente in contatto con la polizia e descrive quello e quelli che ha visto. La storia è quella di Piero Nava, che nel 1990 fu testimone dell'omicidio del giudice Livatino, e che non si è mai tirato indietro, nonostante la vita annullata, la fuga indispensabile, l'indifferenza colpevole dello stato, l'abbandono di amici e conoscenti. Pozzessere lavora soprattutto dall'interno: sono in soggettiva (la soggettiva di uno che passa in automobile) le immagini dell'omicidio Livatino; sono molti i movimenti di macchina che avvolgono e isolano il protagonista; sono minuziosi e accurati i particolari che ci mostrano la sua progressiva mutazione, la necessità di tenersi occupato, non più con il lavoro, ma con il bricolage o con la cucina. Film minimalista, ma non del minimalismo elementare e verboso cui ci ha abituato troppo cinema paratelevisivo. La regia c'è e si sente, non viene sostituita dalle parole; la tensione nasce soprattutto dal disorientamento dei personaggi, dalla paura impercettibile che cresce dentro di loro, dalle coincidenze inquietanti (bella la scena del telefono che suona, nessuno all'altro capo del filo, la moglie scomparsa, poi in realtà era solo andata dal parrucchiere e i due squilli telefonici erano il segnale convenuto tra i due coniugi). Bravissimo Fabrizio Bentivoglio in una parte che sembra cucita addosso alla sua "milanesità" contradditoria; e Claudio Amendola (che probabilmente è nato per interpretare il poliziotto) regge bene il sottotono, l'imbarazzo, l'aria un po' impacciata entro cui l'onestà della regia e della sceneggiatura lo contengono.
Autore critica:Emanuela Martini
Fonte critica:Film TV
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
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