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Atomic Café (The) - Atomic Cafe (The)

Regia:Kevin Rafferty; Pierce Rafferty; Jayne Loder
Vietato:No
Video:Futurama
DVD:
Genere:Documentario
Tipologia:La memoria del XX secolo
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:
Fotografia:
Musiche:Miklos Rosza
Montaggio:
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Jayne Loader, Pierce Rafferty
Produzione:
Distribuzione:Ventana
Origine:Usa
Anno:1982
Durata:

88'

Trama:



Critica 1:Ammirevole esempio di controinformazione, costato più di 5 anni di ricerche e di lavoro, è un film di montaggio senza una parola di commento che traccia la mappa dei modi e delle tecniche di propaganda con cui dal '45 al '60 il governo e i mass-media indottrinarono gli americani, insegnando a non preoccuparsi e ad amare la Bomba (atomica). È un'analisi critica (e satirica) della guerra fredda e delle sue isterie, della mistificante identificazione tra popolo, potere e religione. Non dimostra: mostra. E, seguendolo, non si sa mai se ridere, sorridere, piangere, rabbrividire, indignarsi, aver paura. In edizione originale con sottotitoli.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:A due anni dall'apparizione nell'“Officina veneziana” e grazie al suo passaggio a Bergamo Film Meeting, entra in circolazione The Atomic Café, lungometraggio di montaggio che analizza, in sostanza, l'atteggiamento dell'America riguardo la bomba e se stessa dotata di atomica dai primi esperimenti degli anni Quaranta fino alla fine degli anni Cinquanta, ovvero fino alla presidenza Kennedy e al superamento del periodo della guerra fredda. In Italia è stato pubblicizzato richiamando quello che, prima di The Day After, era stato l'unico autentico successo commerciale sull'argomento dell'atomica, ovvero il film di Kubrik Il dottor Stranamore insistendo sulla comicità delle situazioni e sulla promessa che esso ci permette di “provare a ridere della bomba”.
Che The Atomic Café suggerisca indubbiamente in più momenti delle risate nerissime è certo, anche se pone, però, dei problemi, almeno generazionali, di lettura e di decodificazione dei messaggi che gli autori esplicitano di fatto solo con quegli spettatori che posseggono un background di informazioni, e un po' meno forse di opinioni, affini alle loro.
Realizzato a sei mani, il documentario è un saggio pazientemente costruito dopo avere messo le mani su un vasto repertorio di materiale, soprattutto cinematografico, girato a suo tempo dall'esercito americano (e da pochi anni disponibile) e da altri operatori con scopi di informazione o, forse, di documentazione interna archiviato nelle cineteche di una ventina tra reti radiotelevisive, ministeri, fondazioni e istituti di variegata natura. Come quasi sempre per il documentario cinetelevisivo, la ricerca del materiale è guidata dall'esigenza chiaramente predeterminata di dimostrare, di supportare “empiricamente” una tesi intorno alla quale non si nutre ormai nessun dubbio. Questa tesi è fondamentalmente racchiudibile in due proposizioni: “gran parte di quanto è stato detto, scritto e fatto credere alla gente sulla bomba atomica negli anni Quaranta e Cinquanta è tendenzialmente falso e basato su pregiudizi che hanno permeato anche la cultura popolare” e “il Pentagono, il governo degli Stati Uniti, una parte della comunità scientifica hanno mentito scientemente e programmaticamente al popolo per perseguire fini loro propri non propriamente ascrivibili alla sfera di una onesta ricerca della pace”.
Tesi che viene riccamente confortata dal materiale montato e che, come se si volesse rimarcare che è il materiale in sé che la autodimostra e che ogni accusa di prevenzione si autosconfessa, per essere robustamente corroborata viene sostenuta utilizzando rigorosamente filmati dell'epoca, parole di personaggi di spicco della politica e della cronaca, ma anche di canzoni centrate sull'esaltazione della bomba, di slogan pubblicitari o di frasi illustrative sul come comportarsi in caso di aggressione atomica sovietica. Uso rigoroso che sposta nella struttura del film la voce degli autori. Parole loro, infatti, non ne mettono e sarebbero risultate fastidiosamente ridondanti. Le farneticanti affermazioni di Truman che tenta di convincere i concittadini che l'atomica americana è un dono della Provvidenza oppure la criminale idiozia di coloro che idolatravano la bomba come strumento per liberarsi dal male che percorre nei “diversi” (nella fattispecie i comunisti) la terra o gli assurdi e surreali filmati che mostrano come la famiglia patriottica, il ragazzo patriottico, l'americano “vero” deve muoversi per fare sopravvivere la grandezza dell'America parlano direttamente, da soli, allo spettatore.
Questa soluzione non è nuova. Quando Nico Naldini la praticò nel 1974 con Fascista, un film di montaggio costruito fondendo i discorsi e gli atteggiamenti di Mussolini così come erano stati registrati nei filmati di propaganda del regime, vi fu chi la criticò per la sua parzialità. Mussolini veniva trasformato in un farsesco buffone che recitava stupidità a folle acclamanti: troppo deviante, qualcuno notava, troppo riduttivo rispetto al fascismo.
Il fatto è che questo tipo di film è volutamente parziale perché vuole sintetizzare il giudizio su un'epoca da un punto di vista prescelto. Eventualmente si può valutare se a questa parzialità (che si contrappone a parzialità di ben altre dimensioni e assai più rivolte a mistificare la realtà) corrisponde una deformazione falsificante per giudicare una politica, i comportamenti delle istituzioni, della stampa, degli intellettuali, ovvero se questa parzialità è cosi fuorviante da non permetterci di comprendere i valori, i fenomeni principali, le caratteristiche specifiche di un periodo.
A noi pare che gli autori abbiano efficacemente ricostruito, il clima complessivo di un'epoca. Accortamente non hanno soltanto adoperato dati che si riferivano alla classe dirigente o agli strumenti di rafforzamento del consenso, bensì anche elementi che estrinsecano i modi di pensare e di giudicare della società in senso più generale. Questo, a noi pare, è il pregio maggiore del film, la peculiarità che lo differenzia radicalmente da un lavoro di propaganda.
La combinazione delle affermazioni del presidente, della propaganda di stato, della cultura di massa con immagini della gente comune che crede in quanto gli viene detto, tende da una parte a rimarcare l'opportunità di porsi di fronte al potere, anche a quello legittimamente costituito, con una posizione di scambio, di confronto, di non dipendenza. Quelli che continuamente predicano il patriottismo e l'anticomunismo, sottolinea il film, non sono gli eredi dei valori genuinamente americani della libertà personale concretamente esercitata e dell'autonomia soggettiva di giudizio. E solo se un cittadino salvaguarda questi valori squisitamente liberali, se si pone senza pregiudizi ma senza paure dinanzi al potere può sperare di non venire turlupinato, di servire la verità. Ecco che il giudizio su un'epoca storica (che viene definita come percorsa da una sorta di eclissi dei valori fondamentali della storia americana) diviene un giudizio politico sul come deve essere praticato il rapporto tra stato e cittadino. Ma, paiono sostenere gli autori, non bisogna dimenticare che se il governo ha avuto la responsabilità di spingerci a credere in quelle che attualmente riteniamo delle scemenze, questo è dipeso anche dagli americani.
Da questo punto di vista The Atomic Café è un film più formativo che di propaganda, un'operazione che promuove l'autocoscienza di più di una generazione, una riflessione storica che permette di trarre conclusioni fruttuose sul presente.
Come si rilevava sopra, però, la sua lettura presenta qualche difficoltà. È piuttosto incisivo per chi “c'era” riconoscere nei volti pacifici o animati da un'apprensione che si colora di convinzione senza incrinature Truman o Nixon, inoltre i riferimenti a determinati avvenimenti di tensione interna agli States o di guerra ravvivano una memoria che è consolidata da molteplici sedimentazioni. Più difficile è per un ventenne sintonizzarsi con i molteplici messaggi che il film comunica e con gli stimoli che riesce a suscitare. In altre parole non è un film a misura di un pubblico indifferenziato privo di memoria storica. Per apprezzarne la ricchezza è necessario non solo essere già convinti della follia di chi da sempre cerca di farci convivere senza preoccupazioni, anzi con gioia, con la bomba e con la sicurezza che deriverebbe dalla sua illimitata signoria, ma anche possedere dei codici minimi per afferrare da una sequenza o da un'intervista brani di storia americana che, da mezzo secolo in qua, è immancabilmente anche nostra storia.
Inoltre, si può ritenere che per lo spettatore europeo assumano un risalto particolare alcuni aspetti che gli autori hanno reiteratamente segnalato. Ad esempio quello dei richiami ricorrenti a Dio che i politici e la propaganda effettuano per spiegare determinate scelte e il perché bisogna agire in un determinato modo. Questa angosciosa ricerca per trovare una legittimazione sovrannaturale a tutto ciò che l'America è e fa ci risuona ridicola o blasfema (la reazione è probabilmente influenzata dalle sensibilità personali). Così come il semplicismo e la povertà di una propaganda che tratta i cittadini come dei deficienti da manipolare o l'uso ideologico e propagandistico anche delle canzoni e della musica popolare.
The Atomic Café è un ottimo documentario anche perché non sottintende che per capire la questione della bomba bisogna tenere conto di un sistema sociale e di un quadro politico e perché permette di ragionare sull'“infanzia” dell'era nucleare con sufficiente distacco, senza banalizzazioni, ma con convinta partecipazione. Come per i film di Kubrick e di Watkins si può affermare che il tema della bomba viene inserito in un ambito di riflessione non riduttivo e condizionato da esigenze di spettacolo: occuparsi della bomba vuol dire capire il mondo di oggi e prendere posizioni politiche di parte, ovviamente.
Autore critica:Gianluigi Bozza
Fonte critica:Cineforum n. 232
Data critica:

3/1984

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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