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Corridoio della paura (Il) - Shock Corridor

Regia:Samuel Fuller
Vietato:14
Video:Biblioteca Rosta Nuova
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:La storia, Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Samuel Fuller
Sceneggiatura:Samuel Fuller
Fotografia:Stanley Cortez, Samuel Fuller
Musiche:Paul Dunlap
Montaggio:Jerome Thomas
Scenografia:
Costumi:
Effetti:Charles Duncan
Interpreti:Philip Ahn (Dottor Fong), Marie Devereux (la ninfomane), Paul Dubov ( Dottor Menkin), Gene Evans (Boden), Frank Gerstle (tenente di polizia), John Mathews (Dottor Cristo), Linda Randolph (maestra di ballo), Hari Rhodes (Tent), Chuck Roberson (Wilkes), Rachel Romen (ninfomane che canta), Constance Towers (Cathy), William Zuckert (Swanee)
Produzione:Fromkess Firks per Allied Artists
Distribuzione:Lab80
Origine:Usa
Anno:1963
Durata:

101'

Trama:

John Barrett, ambizioso giornalista in cerca di grossi "colpi", si finge malato per poter indagare su un omicidio compiuto in un manicomio. L'incontro con i diversi ricoverati è però traumatico e quando riesce a risolvere il caso, meritandosi la nomina al premio giornalistico Pulitzer per avere scoperto l'assassino della clinica psichiatrica, la sua mente è ormai offuscata dalla follia.

Critica 1:Giornalista si fa ricoverare in manicomio per scoprire un assassino. L'esperienza è terribile. Senza uscita. Girato esclusivamente in interni, è un allucinante "a porte chiuse" che punta sull'emozione più che sul ragionamento. S. Fuller fa un cinema da pugile, ma i suoi colpi sono i veicoli di un'idea da comunicare. Suggestivo bianconero del veterano Stanley Cortez (1908). In alcune copie c'è una sequenza onirica a colori.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:(…) Ne Il corridoio della paura ho parlato di cose che la gente ha paura di vedere o di cui evita di discutere. Anche se non ho visto molti film europei, mi piacerebbe che ce ne fossero di più che ci mostrassero ciò che non va a Parigi, Londra o Roma. Io, nel mio film, non mi vergogno, mostro ciò che non va. Rimango un giornalista. La maggior parte della gente pensa che è compito dei giornali parlare di questi problemi. Io affermo, al contrario, che bisogna dare ad essi una forma drammatica. Il corridoio della paura è prima di tutto un film sull'odio. A questo mondo, per una ragione o per l'altra, ci piace odiare. Viviamo in un mondo nel quale se qualcuno fa un discorso e dice: «Bisogna odiare questo o quello», ci sarà sempre qualcuno che l'ascolta e lo segue. E' stupido. Ne Il corridoio della paura c'è una scena che fa vedere ciò. Un giovane negro (Hari Rhodes), studente del Mississippi, come Meredith, incapace di accettare la segregazione, impazzisce, e lo chiudono in uni clinica psichiatrica. Egli crede d'essere un bianco, e crede d'essere alla testa del Ku-Klux-Klan. Va in giro con un cuscino in testa (come un cappuccio) e scatena nella clinica una rivolta razziale. Sale su un tavolo, parla con l'accento dei bianchi, e urla: «Li prenderemo, questi sporchi negri, e li cacceremo dal paese», ecc. La macchina da presa si gira e si vede che coloro che l'ascoltano sono dei malati mentali. Ecco il simbolo: queste persone sono le stesse che ascoltano queste tirate nel Sud. E improvvisamente egli vede un malato negro e urla «Fermate quel negro, prima che sposi mia figlia». Scatena una rivolta razziale e gli altri malati tentano di uccidere uno di loro. Questo è Il corridoio della paura. Un altro personaggio interpretato da James Best, che è regredito mentalmente all'epoca della guerra di secessione a causa del lavaggio del cervello subito in Corea da parte dei comunisti, è una sintesi di ventun uomini che durante questa guerra sono passati ai comunisti. Guardi, è anche scritto sul giornale. Due di essi stanno rientrando ora negli Stati Uniti. Ho fatto molte ricerche su questi soldati, e una donna ha persino scritto un libro che si chiama «21». Anche lei ha fatto molte ricerche sui loro antecedenti familiari, e si è giunti alla conclusione finale che la maggioranza di questi uomini avevano tutti avuto un'educazione identica e assai limitata. La maggior parte avevano dei problemi nel loro ambiente familiare, con i genitori, e tutti erano stati educati nella bigotteria: nessuno aveva un'immaginazione personale, la maggior parte erano battisti. Tre di essi erano negri e, di ciò che questo paese poteva loro offrire, non avevano la minima idea. Questi uomini sono diventati molto celebri negli Stati Uniti, perchè, di loro volontà, sono passati ai comunisti. Il mio personaggio, nessuno l'aveva convinto a tornare in patria, nè un civile, nè un politico, nè un prete, neppure un parente, nessuno era andato laggiù per fargli cambiare parere. E' stato sufficiente che un altro soldato gli parlasse della sua vita familiare perchè egli scoprisse una cosa che non aveva mai conosciuta, e per farlo piangere. Tutto ciò accade in Cina. Ho evitato ogni argomento patriottico. Ciò che ha motivato il suo ritorno è stata la rivelazione in un affetto che egli non aveva mai conosciuto. Non ho bisogno di raccontare in dettaglio ciò che è accaduto in Cina, perchè mi metto dal punto di vista del soggettista e dello sceneggiatore. Basta che si sappia che, quando si mette a piangere, è a causa di questa piccola cosa, questa cosa non l'ha fatto vergognare, ma l'ha fatto uscire dal suo torpore. Ha sentito, laggiù, che essa gli mancava. Poi appare il secondo elemento tragico: nessuno vuole avere a che fare con lui, negli Stati Uniti. Ed è allora che egli impazzisce, e noi lo troviamo in una clinica psichiatrica. E' un personaggio vero, basato su fatti reali. (…)
Mi divertii a fare il film. Mi piaceva l'idea di usare il colore per segnalare che gli ospiti del manicomio stavano riacquistando lucidità. Quando sono in preda alla pazzia, e stanno pensando a qualcosa, appena vediamo il colore capiamo che subito dopo torneranno in sè per alcuni minuti, perchè stanno ricordando. Così ognuno ebbe il suo pezzetto di film a colori. Per il soldato del Sud, usai il Giappone. Mentre sceglievo gli esterni per La casa di bambù girai per conto mio un'incredibile quantità di pellicola. Ecco cosa usai per il suo incubo. Ho circa 2500 metri di pellicola girata nel Mato Grosso. Andai là in cerca di esterni e vissi con le tribù degli indiani Kataja per sei o sette settimane. Usai quel materiale per l'allucinazione del Negro. In quella di Peter Breck verso la fine, la valanga d'acqua è quella della cascata Iguazu nel Mato Grosso. Avevo girato tutto in Cinemascope e in 16 mm. Non l'ho disanamorfizzato. Non feci altro che gonfiarlo a 35 mm. E così, eccolo pronto, con un effetto allucinante senza alcuna manipolazione. (…)
Autore critica:Samuel Fuller
Fonte critica:Il Cinema di Samuel Fuller (a cura di P. Tortolina e A. Rubini)
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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