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Mia Africa (La) - Out of Africa

Regia:Sydney Pollack
Vietato:No
Video:Cic Video, De Agostini
DVD:Universal
Genere:Drammatico
Tipologia:La condizione femminile, Letterature altre - 900
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di Karen Blixen
Sceneggiatura:Kurt Luedtke
Fotografia:David Watkin
Musiche:John Barry
Montaggio:Sheldon Kahn, J. Herring Pembroke, Fredrik Steinkamp, William Steinkamp
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Malick Bowens, Klaus Maria Brandauer, Mike Bugara, Robert Redford, Meryl Streep
Produzione:Mirage Enterprises
Distribuzione:Uip
Origine:Usa
Anno:1985
Durata:

161'

Trama:

Nel 1913, una giovane donna danese, Karen Dinesen parte per il Kenia. Lì sposerà Bror Blixen (fratello del suo nobile quanto rozzo ex amante), il quale le ha prospettato la cosa come un affare conveniente per entrambi: lui ci guadagnerà i tanti soldi della famiglia di Karen; lei il titolo nobiliare di Bror e la propria ritrovata onorabilità, gravemente compromessa dall'amante nel paese natio. In Africa, la nuova coppia acquista una fattoria, ma a mandarla avanti ed a tentare di dare un senso a quello strano matrimonio è solo Karen; Bror, infatti, è tutto preso dalla sua indolenza e fatuità, e l'unica cosa che riesce a "dare" alla moglie è una malattia venerea che la costringe a ritornare in Europa per curarsi. Rientrata in Kenia, con il matrimonio ormai fallito, Karen si dedica anima e corpo alla sua fattoria, cercando nello stesso tempo, pur osteggiata dalla comunità bianca del posto, di fare qualcosa per gli indigeni.

Critica 1:Sette premi Oscar (film, regia, musica, scenografie, sceneggiatura, suono, fotografia) per il più accademico dei film di S. Pollack: prolisso, un po' leccato, romanticissimo, quasi fotoromanzo. Ma c'è un lirismo autentico di fondo che lo riscatta. Per chi ha il mal d'Africa. Sceneggiatura di Kurt Luedtke, basata sul libro omonimo (1937) di ricordi di Isak Dinesen, pseudonimo di K. Blixen (1885-1962).
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:(…) La mia Africa è un film costruito su questa «incertezza» (altri forse direbbe: polisemia) delle sue unità «discrete» di racconto. Nulla in questa pellicola è mai soltanto quel che appare, o meglio, anche quando appare si percepisce che la sua indiscutibile apparenza nasconde altre dimensioni, altri sensi. In una parola, è cinema. Lo è a tal punto che - come sempre (per ammissione del regista stesso) nei film di Pollack - la prima sequenza, o meglio la sequenza dei titoli e dei credits riassume il significato intero della pellicola: un treno che avanza in teleobiettivo (cioè apparentemente vicino, ma in realtà lontanissimo), poi di traverso lungo la pianura, poi ancora nella pianura ma colto lontano dall'alto (un'immagine che riporta alla fuga di Alva Star in Questa ragazza è di tutti) in modo che il suo fumo invada parte dello spazio per dirci che lì qualcosa si sta muovendo. Forse lo spirito stesso della protagonista (e vedremo presto che questa affermazione è meno retorica di quel che sembra).
Ma non basta. Da una posizione bassa che nell'insieme del take percorre per lo meno 90°, il treno viene ripreso mentre passa dalla sinistra alla destra dello schermo; ma proprio in quel momento di passaggio, attraverso un abile gioco di filtri la luminosità della giornata si fa notte. Il trucco è vecchio, d'accordo, ma questa volta è congegnato in modo tale che lo spettatore non se ne accorge, giungendo così a vedere nello stesso take il giorno e la notte come due sue normali componenti: cioè a dire, accettando come regolari momenti diversi che siglano il passaggio del tempo anche quando essi sono pressoché uniti. Nel mondo di Pollack la notte è il giorno e viceversa. Esso è da sempre un mondo mitico, atemporale, le contrazioni o le estensioni del Tempo non devono meravigliarci poiché sono lì per dirci quanto diverso è il mondo della mente da quello della realtà. (...)
In questa storia di «educazione» femminile al di là dai modelli femminili tutto avviene - come è di regola nella tradizione iniziatica - fuori dal Tempo. I piccoli africani giustamente indietreggiano davanti al cucù che ritma le ore e che non a caso è uno fra i primi oggetti a giungere in Kenya con la proprietaria, e - compiuta la parabola - ad andarsene con un primissimo piano che segue, nella sintassi narrativa del film, l'assurdo appuntamento fra lei e Denys («A venerdì»). Assurdo perché, stuzzicato, il Tempo non perdona, perché Denys non verrà mai a quell'appuntamento, ma anche perché non c'è scansione giornaliera nella terra del mito, sulla Montagna che conosce solo l'alternarsi del giorno e della notte (in modo non dissimile dalle simboliche altitudini di Corvo rosso, non avrai il mio scalpo!). Per questa ragione Pollack ci fornisce in alcune occasioni un'indicazione di data (il 1913 all'inizio, il 1919 durante la festa di Capodanno, ecc.) senza mai sottolinearle: nel corso dell'intero film nessun personaggio dice mai chiaramente in che anno siamo, nessun calendario è ripreso in primo o primissimo piano a comunicarci direttamente un'informazione che, in realtà, conta ben poco. Karen e le altre signore della comunità britannica potrebbero essere vestite in abiti del tutto contemporanei a noi: la pellicola rimarrebbe quella che è, la guerra di cui parla è una qualunque guerra del nostro secolo (proprio come la battaglia di Milazzo è sineddoche per qualsiasi scontro militare a sfondo economico in un poemetto anch'esso di non minore spessore mitologico: La terra desolata di T.S. Eliot), le piantagioni, le foreste, le tribù indigene, le fiere non hanno età. Solo quando assistiamo all'addio fra la protagonista e Farah cogliamo finalmente un cenno di carattere storico-politico: ma sempre in forma di racconto, di ricordo, di immagine esemplare (il fuoco acceso da Farah, il fuoco - che dovrà essere «molto grande» - di Karen che attenderà il recupero storico del continente africano). (...)
(...) Nel Kenya di Pollack un volo in aereo (a parte l'ovvia metafora di sapore storicamente femminista) è «uno sguardo sul mondo attraverso l'occhio di Dio», l'acqua è trattata come un individuo («abita a Mombasa»), quando un assalto di leoni è scongiurato la conclusione è che «Dio è dalla nostra parte», ci viene ricordato che al mondo «siamo solo di passaggio», si citano poeti che parlano di diavolo e di preghiere, vien detto che «Dio sta arrivando» quando depositi e macchinari della fattoria prendono fuoco. L'Africa di Pollack, oltre ad essere un'immagine del mondo (nella comunità di Karen si colgono le razze e le nazionalità più svariate: britannici, danesi, indiani, cinesi e naturalmente africani), è dunque un enorme tempio dove si celebrano riti di eternità, dove si reinscenano di continuo immagini e modelli di esperienza spirituale e dove l'amore e le preghiere si confondono identificandosi («Avrà pregato bene chi molto ha amato» legge un verso citato da Denys, probabilmente tratto da A.E. Housman). In questa Africa non meraviglia di trovare i Masai, nativi che, come dice Denys, «sono diversi da tutti, muoiono in prigione, vivono il presente, non pensano al futuro, per questo motivo muoiono». Denys e i Masai sono la stessa cosa, esattamente come gli animali liberi e vitali di quel continente. II presente è il tempo del mito; ma quando vi entra la Storia tutto si corrompe, come lo stesso Conrad aveva ben capito in Nostromo. Tuttavia l'Africa di Pollack non è quella dello scrittore anglo-polacco, non è il «nero» di cui si parla con terrore in Cuore di tenebra (e se è per questo, perché no?, anche nel Benito Cereno di Melville), non è il simbolo di un inconscio incontrollabile, inconoscibile, impraticabile. Se di inconscio si tratta, esso è qui la spinta che porta istintivamente ad amare e ad onorare la vita, a guardare con meraviglia, stupore, gioia ogni sua forma.
In questa Africa, dicevamo, si compie un rito d'iniziazione che riguarda una persona ed insieme una donna; e solo quando un personaggio non a caso ieratico, misterioso e comunque molto religioso come Farah alla fine pronuncia per la prima volta il nome della protagonista comprendiamo che quel rito è terminato, che «il nome muore prima dell'uomo», come denuncia quel «Karen» da sempre stampato sui sacchi di caffé della fattoria. Questa è la ragione per cui anche quando la donna si reca in Danimarca per motivi di salute e la sua voce parla fuori campi la mdp continua a mostrarci immagini dell'Africa, stagioni che passano, sì, ma sempre in quel luogo della mente, della memoria, del cuore.
Pollack, tuttavia, sa bene che, a differenza da quanto si crede, il rito non è statico, che nella sua ripetizione esso è sempre diverso, sempre dinamico, che esso è esperienza e come tale denso di movimento. Per questo, a starci attenti, gli stacchi di montaggio riportano quasi regolarmente su personaggi o animali o cose che vanno veloci per lo schermo. Scimmie che sfuggono a un inseguimento, un negro che corre annunziando così che sta arrivando la stagione delle piogge, un cavallo, un'automobile e un carretto che, uno dopo l'altro, sfrecciano nella strada nello stesso take: ogni apertura di sequenza in questo film denota velocità, dinamismo. Non si tratta solo del carattere di Denys, sempre in moto, sempre irrequieto (la jeep, l'aereo, le sue sparizioni e le sue comparizioni). E l'intero film a vivere di movimento. Ecco dunque che una scelta formale si rivela cifra di significazione: la mobilità, la continua diversità del mito e del rito trovano concretizzazione in un elemento che caratterizza il modo narrativo. Sono cose come queste che fanno di Pollack il regista di prim'ordine che è. La sua delicatezza non è soltanto nell'abilità di osservazione e descrizione della nascita e dello sviluppo dei sentimenti, ma anche in questo rapporto fra la forma e quelle che qualche tempo fa si sarebbero definite «strutture profonde» dell'opera.
Naturalmente Pollack rimane il regista romantico (nobilmente romantico, s'intende) che è sempre stato. Naturalmente nessuno come lui sa oggi parlare d'amore senza cadere nella retorica di un modello vecchio come il mondo (e comunque molto più del cinema). Pollack, anzi, piuttosto che ripetere gli altri e se stesso preferisce addirittura soprassedere: La mia Africa infatti non mostra - lo dicevamo - alcuna scena d'amore, alcun amplesso tenero e dolce (si ricordi soprattutto I tre giorni del Condor), e quando il momento del rapporto arriva la mdp si concede pochissimi primissimi piani (un tipo di inquadratura che è invece di prammatica, in questi casi, nel cinema in generale e in Pollack in particolare) e poeticamente la scena si chiude prima ancor di aprirsi con quella confessione della donna: «Adesso se dirai qualcosa io ci crederò». Dunque anche nell'Eden bisogna stare attenti, anche lì qualcuno può mentire, persino contagiare (la sifilide), e solo l'amore - per definizione - sguarnisce le difese rendendo vulnerabile la già fragile fortezza di un'anima che nel suo stesso entusiasmo per il racconto, nella sua sbizzarrita fantasia favolistica denuncia lo scarto fra sé e il mondo. In questo senso la penna che Denys dona alla protagonista, accompagnata da un «Deve scrivere qualche volta», non è solo regalo allusivo che un personaggio centrale di quella che sarà la narrazione fornisce all'autrice, ma è - ancora una volta - elemento funzionale all'intera vicenda della pellicola stessa, immagine che rimanda a un percorso che è esattamente quello dell'iniziazione di Karen. Da orale la cultura della donna (e della Donna) deve passare a scritta; e quindi ella non è poi inizialmente così distante da Farah e dagli altri nativi, i quali anch'essi - come si diceva più sopra - hanno della strada da percorrere e ai quali Karen può fornire importanti indicazioni (il fuoco) per il cammino, così come loro hanno fatto con lei. Per questo fra lei e il più emblematico di loro, Farah, si instaura un rapporto che intuiamo (e intuiamo soltanto) particolare, privilegiato. Farah è la negritude che brucerà le tappe della civiltà, laddove i Masai sono invece l'anima fiera, immutabile dell'Africa, quel qualcosa che nessuna acculturazione potrà mai spegnere o cambiare. Denys è della stessa pasta: un Masai, sbucato dal nulla, assiste in disparte al suo funerale. «Non è mai stato nostro, non è mai stato mio», dice Karen. Certo: Denys - che ha sempre odiato l'aggettivo possessivo - non è mai stato di nessuno. Come l'Africa, che, a differenza da quanto dice il titolo italiano, non è affatto «mia». L'Africa, si diceva, è un luogo dello spirito. In relazione ad essa si può essere «in» o «out», ma solo nel secondo caso si recupera il Tempo e si rientra - tristemente e per sempre - nella Storia.
Autore critica:Franco La Polla
Fonte critica:Cineforum n. 253
Data critica:

4/1986

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:Mia Africa (La)
Autore libro:Blixen Karen

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