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Man On the Moon - Man On the Moon

Regia:Milos Forman
Vietato:No
Video:Warner Home Video
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Scott Alexander, Larry Karaszewski
Sceneggiatura:Scott Alexander, Larry Karaszewski
Fotografia:Anastas N. Michos
Musiche:Peter Buck, Mike Mills, Michael Stipe
Montaggio:Lynzee Klingman, Christopher Tellefsen
Scenografia:Patrizia Von Brandenstein
Costumi:Jeffrey Kurland
Effetti:Virgil Sanchez
Interpreti:Jim Carrey (Andy Kaufman), Danny De Vito (George Shapiro), Courtney Love, Pamela Abdy (Diane Barnett), Gerry Becker (Stanley Kaufman), Budd Friedman (Budd Friedman), Leslie Lyles (Janice Kaufman), Wendy Polland (Wendy), George Shapiro (Mr. Besserman)
Produzione:Danny De Vito, Michael Shamberg, Stacy Sher - Universal Pictures, Jersey Films
Distribuzione:Warner Bros.
Origine:USA
Anno:1999
Durata:

118’

Trama:

La storia dello scomparso Andy Kaufman, considerato uno degli artisti più innovativi, eccentrici ed enigmatici del suo tempo. Magistrale nel raggirare il pubblico, Kaufman riusciva a provocare fragorose risate, gelidi silenzi, lacrime o schiamazzi. Sia che proponesse comicità per bambini, sia che sfidasse le signore a un incontro misto di wrestling, era abilissimo nel dar vita a performance così realistiche che perfino i suoi più cari amici non sapevano dove finisse lo scherzo e dove cominciasse la realtà.

Critica 1:Quanti uomini sulla luna ci ha proposto Milos Forman in quasi quarant'anni di carriera? Dal ragazzino trasognato e poco incline a conformarsi alla famiglia di L'asso di picche (1963), al vitalissimo teppistello di Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975), al rozzo e lunare Amadeus (1984), l'attenzione del regista ceco si é sempre concentrata su personaggi alieni dalle regole, ribelli a qualsiasi tipo di norma codificata. L'Andy Kaufman protagonista di Man on the Moon arricchisce questa galleria dl personaggi forti e indimenticabili. Intrattenitore televisivo assolutamente controcorrente, capace di deliziare le platee e un minuto dopo rendersi francamente antipatico, Kaufman è diventato quasi un mito, dopo la sua prematura scomparsa. Forman rende omaggio all'uomo Kaufman e alla sua coerenza nello scardinare, pezzo dopo pezzo, il buonismo e la falsa realtà della televisione americana, contrapponendole la risata feroce, lo sguardo straniato, la provocazione estrema, lo sberleffo al vetriolo. Un omaggio allo stesso tempo divertito e commosso (la geniale apertura in bianco e nero con Kaufman che presenta il film, il doppio finale con il filmato postumo di Kaufman al suo funerale e l'apparizione misteriosa del suo alter ego a un anno dalla scomparsa), che diventa ancor più emozionante grazie alla performance strepitosa di Jim Carrey. Altro «uomo sulla luna», Carrey rappresenta per il cinema quello che Kaufman é stato per tv e cabaret. Attore, trasformista, clown, maschera e volto, Carrey raccoglie l'eredità provocatoria dell'ormai integrato Robin Williams e si ritaglia un posto solitario nel firmamento degli attori americani. Tanto bravo e incredibile nel sovrapporsi letteralmente al suo personaggio, da essere ignorato per il secondo anno consecutivo nelle candidature agli Oscar. Troppo conformi e codificati per riconoscere il valore di un alieno come lui.
Autore critica:Valerio Guslandi
Fonte criticaCiak
Data critica:

1/5/2000

Critica 2:Ogni tanto (sempre più di rado) escono film che si distaccano dalla mediocrità e diventano delle bussole, con le quali orientarsi in questa nostra faticosa modernità. E' successo nel '99 con La sottile linea rossa e con Eyes Wide Shut, succede in questo primo scorcio di 2000 con Man on the Moon. È il nuovo film di Milos Forman, cecoslovacco d'America, pluri-vincitore di Oscar con Qualcuno volò sui nido dei cuculo e con Amadeus. Ed è la storia di Andy Kaufman, meteora comica dello spettacolo americano morto troppo giovane, a 35 anni, nel 1984: brillò nel Saturday Night Live di Belushi & soci e nella sit-com Taxi, ma soprattutto sorprese l'America con i suoi spettacoli lunari e beffardi, con le sue multiformi e misteriose identità. I R.E.M. gli dedicarono nel '92 una bellissima canzone, Man on the Moon appunto, alla quale il film di Forman deve il proprio titolo. Emir Kusturica, che ha studiato cinema a Praga e che di Forman è il più geniale allievo, ha detto una frase che fotografa in modo lapidario lo «stato dell'arte» : «Non capisco come una forma espressiva moderna come il cinema si occupi ancora di una cosa ottocentesca come la psicologia». Man on the Moon è la risposta a questa provocazione: ed è, a sua volta, un film provocatorio. Parte da una sindrome psicologica - Kaufman era un uomo che «usava» la recitazione per non svelare la propria identità profonda: probabilmente era affetto da personalità multipla - non per analizzarla, ma per usarla a sua volta come specchio deformante per l'identità del pubblico, quindi di tutti noi. Kaufman è un situazionista allo stato puro (esattamente come i Sex Pistols: il paragone con la musica punk è nel film ed è quanto mai pertinente): i suoi non sono show ma performances, lo scopo è destabilizzare il pubblico. In teatro la gente vuole che lui faccia Latka, il personaggio di Taxi che gli ha dato la fama? E lui la punisce leggendo dalla prima all'ultima pagina li grande Gatsby di Scott Fitzgeiald (la scena è nel film, ed è rigorosamente storica). La gente ama il wrestling pur sapendo che non è sport ma finzione? E lui la provoca proponendosi come campione di wrestling anti-femminista, che sfida esclusivamente le donne. E così via. Man on the Moon non è banalmente un'analisi del confine, sempre più labile, fra finzione e realtà; né una parabola sull'invadenza dei media nella nostra vita. E' la rappresentazione - lucida, ironica, impassibile: quindi perturbante - di come i media e le finzioni scavino nel profondo della nostra psiche e la modifichino. C'è una doppia morale nel film. In prima battuta è una morale ovvia; quando Andy comunica a parenti e amici di avere il cancro, e nessuno gli crede, con tutti gli scherzi che ha combinato in vita sua; ma diventa assai più subdola quando il funerale di Andy si tramuta in un suo show (tramite filmato, con karaoke incorporato). È la morte che si fa spettacolo, o è lo spettacolo che è sempre e comunque mortuario? La risposta non c'è, come vedrete nel finale (da non rivelare). E del resto Man on the Moon dovrebbe in realtà durare 2 minuti e finire con i titoli di testa (guai a voi se li perdete: vietato entrare in sala a spettacolo iniziato!). Ma, c'è, poi, una realtà? Se c'è, si nasconde nella sovrumana bravura di Jim Carrey, che per questo film meriterebbe il Nobel e invece non è nemmeno candidato all'Oscar: forse per gli zombie dell'Academy tutto ciò suona sinistramente autobiografico. Da vedere assolutamente, alla faccia loro.
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte critica:l'Unità
Data critica:

24/6/2000

Critica 3:La faccia di Jim Carrey che spunta dal bordo dello schermo, saluta il pubblico e lo ringrazia con quella vocetta stridula, fa l'effetto di un'apparizione dall'aldilà - dal luogo dove abitano i divi e i morti - per dare ancora un brivido agli essere umani. Andy Kaufman può vivere finalmente la sua personalità multipla, e dire le cose non dette nei suoi brevi 35 anni di vita. L'anti-comico, il situazionista, "il guerrigliero Zen" torna nel film di Milos Forman, Man on the moon, per scuotere una platea anestetizzata dalla simil comicità e spingerla verso l'enigma della vita. Andy Kaufman, morto di cancro giovanissimo, era un John Belushi ancor più demenziale, parola coniata per il Blues Brother, e che significa gioco di assurdità e di nonsense, come massima sintesi dell'arte. Haiku e mai barzellette. Esempio. Jim Carrey nelle vesti di Andy Kaufman, infastidito da un pubblico predisposto alla risata facile, legge dalla prima parola all'ultima Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Il teatro si svuota rapidamente, c'è chi resiste tra gli sbadigli. Tutti si aspettavano la performance di Andy nel ruolo del meccanico Latka Gravas, un terrificante orrendo omone aggressivo e sputasentenze, interpretato nella sit-com Taxi. Ma lui provoca, e resiste davanti alla platea vuota. Un solo spettatore stremato alla fine applaude. Andy impettito, con gli occhi fissi e rotanti, cala il sipario di velluto rosso, estasiato. In tv era diventato famoso anche per Saturday night life, nella band di Belushi, ma il suo comportamento imprevedibile aveva fatto impazzire tutti, compreso il suo manager, interpretato da Danny De Vito (l'attore aveva lavorato con Andy in Taxi). Diventerà il più adorato e detestato degli anti-comici. Destino che condivide con Jimmy Carrey. Infatti, il perturbante attore è diventato il "caso" dell'Oscar '99 e 2000. Escluso l'anno scorso a sorpresa dalle candidature (era lo stralunato eroe di Truman Show), anche ora, dopo il Golden Globe, è scomparso dalle nomination per il "miglior attore". L'Oscar virtualmente è suo, ma lo vincerà Kevin Spacey, bravissimo in American Beauty. Carrey però è stupefacente, eppure l'Academy lo detesta. Perché, come Andy Kaufman, lascia il pubblico stizzito a chiedersi "non so bene cosa fa ridere e cosa non fa ridere", cosa è umano e cosa non lo è. "Penso che meritasse la candidatura... - dice Forman - Non ho mai visto un attore che si dedica anima e corpo al lavoro in quel modo... E' così bravo che non vedi Jim Carrey che recita, ma vedi Andy Kaufman". Andy, che se ne andava in punta di piedi, cattivissimo e vulnerabile, e non faceva mai "spettacolo", si rifiutava di rispettare le leggi del successo e del business. E veniva cacciato, quasi sempre. Il suo sogno era recitare al Carnegie Hall, e mettere su i suoi dischi preferiti in un piccolo giradischi collocato su un tavolino, per poi cantare in un play-back esilarante. I Rem gli renderanno omaggio nel 1992 con una canzone bellissima Man on the moon, l'uomo sulla luna. L'uomo che era sempre fuori di sé, impenetrabile come un robot, estremo travestimento, ruolo interpretato nel film di Alan Arkush, Hearthbeeps. Andy, accanto a Bernadette Peters, ragazza meccanica e metallica, si muoveva a passo uno, impacciato di fronte all'amore. Proprio come Jim Carrey di fronte al corpo snodabile da pugilessa di Courtney Love, che fa la parte della ragazza di Andy, anzi della complice quando lui si finge campione di wrestling e sfida le donne, chiamandole sul ring, urlando buffe offese all'altro sesso. Milos Forman, che prima di vincere l'Oscar per Qualcuno volò sul nido del cuculo, aveva girato in Cecolosvacchia l'adorabile Gli amori di una bionda, scopre un tocco ancora nuovo - dopo il memorabile Larry Flint - e batte tutti i nuovi talenti da "notte delle stelle" con questo omaggio a Andy e a Jim, viaggiatori senza meta "persi in questo secolo". Destabilizzante come i Sex Pistols, meteora che pochi vedranno nel cielo degli anni Settanta, Kaufman si frantumava ogni volta in qualcuno di diverso. Era un travolgente Elvis Presley, che Carrey rifà vestito di bianco e di borchie d'argento, spalle al pubblico... "un uomo che canta e che danza" come amava definirsi. Era anche il folksinger Tony Clifton, il bambino capriccioso, il macho, il rockettaro, il pazzo. E il malato di cancro. Quando lo disse agli amici, tutti risero. Che trovata il funerale con lo schermo gigante, e la performance del suo doppio fantasma a ogni anniversario... Andy è tutti ed è dovunque. E' Jim, l'unico che lo ha fatto davvero resuscitare.
Autore critica:Mariuccia Ciotta
Fonte critica:il Manifesto
Data critica:

25/3/2000

Libro da cui e' stato tratto il film
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