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Ginger e Fred -

Regia:Federico Fellini
Vietato:No
Video:Ricordi Video, Vivivideo, Panarecord
DVD:Repubblica
Genere:Commedia
Tipologia:Mass media, Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Federico Fellini, Tonino Guerra
Sceneggiatura:Federico Fellini, Tonino Guerra
Fotografia:Tonino Delli Colli
Musiche:Ennio Morriconi, Nicola Piovani
Montaggio:Nino Baragli, Ugo de Rossi, Ruggero Mastroianni
Scenografia:Dante Ferretti
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Giulietta Masina, Marcello Mastroianni, Franco Fabrizi, Ezio Marand
Produzione:Pea (Roma) - Revcom Films (Paris) - Stella Film (Munchen)
Distribuzione:Istituto Luce - Italnoleggio
Origine:Italia, Francia, Germania
Anno:1986
Durata:

125'

Trama:

Poco più di quaranta anni or sono, Amelia Bonetti e Pippo Botticella si erano fatti una certa fama, ballando il "tip tap" nei locali di avanspettacolo. Con il nome d'arte di "Ginger e Fred", ripagavano, su scala ovviamente ben più modesta, le frenesie del pubblico per i due grandi ballerini d'oltre Oceano: Fred Astaire e Ginger Rogers. Sposatasi e rimasta vedova lei in una cittadina del Nord e vivacchiando lui alla meglio, essi si erano persi di vista, ma ora la TV nazionale li ha fortunosamente ripescati, proponendo ai due sessantenni soci di un tempo di inserirli in un nuovo, grandioso spettacolo televisivo, a testimonianza di una stagione e di un'atmosfera passate. Pippo ed Amelia si incontrano, dunque, di nuovo (lui a malapena riconosce la sua ex-compagna ed amica) in un albergo, dove la "troupe" della TV ha installato il suo frenetico quartier generale, e si trovano ad essere frastornati e travolti in una incredibile baraonda da una vera legione di partecipanti al programma di Natale: un variopinto campionario di dilettanti, giovani e anziani, di imitatori e tipi bizzarri (un transessuale, un fraticello che fa miracoli, un eroico ammiraglio in pensione e così via). Fred e Ginger, ormai vecchiotti ed abituati a ben diversi ambienti di spettacolo, nonchè ad una puntigliosa preparazione prima di andare in scena con il loro famoso numero, riescono a malapena a provare qualche passo, isolandosi in una delle grandi "toilettes" dell'albergo. Lei ha accettato di rifare quel "tip-tap" soprattutto per rivedere il suo "lui" e Pippo, già abbandonato dalla moglie e poi anche malato, sente riaffiorare in se stesso una nostalgia ed una tenerezza acute per quella donnina ancora vispa e gentile, che amava. Il denaro per la prestazione, che tanto gli premeva, sembra ora passare in second'ordine. Finalmente, un poco ansiosi e preoccupati (ma Amelia è sicurissima che tutto filerà liscio) i due vanno in scena sotto i fari abbaglianti dell'enorme studio televisivo. Mentre già si profila il successo, la luce viene improvvisamente a mancare: nel buio, Pippo propone alla sua Ginger di piantare tutto e tutti e di rinunciare ad un'esibizione che ormai gli appare patetica e vagamente ridicola. Amelia resiste, la luce ritorna e i due ballerini riprendono e concludono tra gli applausi il loro numero. Pippo accompagna alla stazione Amelia: una turbinosa, ma anche affettuosa, parentesi si chiude e i due si salutano, molto probabilmente per sempre.

Critica 1:Ponendo il tema dell'imitazione al centro del racconto e ricostruendo quasi tutto in studio. Ginger e Fred è il film migliore che sinora sia stato fatto sull'irrealtà in cui viviamo, codificata dalla TV. C'è da rallegrarsi che sia toccato a Fellini, un maestro del cinema, ricordarci, amaramente giocando, che da un bel po' siamo tutti dei sosia, e forse è per questo che sulla terra ci sentiamo spaesati. Non sappiamo più a chi dobbiamo assomigliare.
Autore critica:Giovanni Grazzini
Fonte criticaCorriere della sera
Data critica:

15/1/1986

Critica 2:Nel corpo della scrittura di Ginger e Fred fluttuano stilemi e scampoli dei precedenti film di Fellini, ma insieme con essi pulsa un sotterraneo deposito memoriale. Ecco i nani, i culturisti, le creature ipersensibili e favolose, le voci fruscianti, ingorgate in una mescolanza di gerghi, suoni, fonemi, di parlate spinte ai limiti del suggerimento e dell'impercezione timbrica. La lezione di ginnastica facciale catturata en passant da una Tv ricorda, anche per la arguta caricaturalità della pronuncia, la maestra di ballo di Luci del varietà; i tagli di luce toccano alternativamente la magia surreale del circo e, specie nel piano delle torce elettriche, l'onirismo del filone notturno; la scenografia dello show televisivo ricalca i toni della Città delle donne.
Anche in Ginger e Fred Fellini è attratto da una materia rarefatta, composta di ombre e luci, di sostanza psichica e stupore aurorale. Il soffiare misterioso e impaurente del vento (già incontrato nelle profondità di Roma) scatena la danza dei sosia e mette in moto il meccanismo della fantasia: quasi evocando sensitivamente, e in ogni caso traendo fuori dall'involucro della piccolo - borghese, la poesia ingenua di una Cabiria che si abbandona chaplinianamente a un suo passo di danza e guarda stupita, come nel finale - bellissimo - de Le notti di Cabiria, la compagnia dei giovani che le sfila innanzi (ma stavolta i bolidi sono quelli spettrali di TobyDammit e Roma).
Correlativamente la simbologia animale dei mondo visualizzato (in Ginger e Fred significativamente una mucca con 18 mammelle) si lega a quelle affini de La dolce vita e del Casanova; l'antenna televisiva e lo spazio circostante replicano le costruzioni, stranianti e vagamente fantascientifiche, del finale di Otto e mezzo e l'aeroporto della Città delle donne. E l'autobus che trasporta all'inizio gli ospiti subito immette in una realtà eccitata e levantina (omologa di quella italiana e più specificatamente romana), che nei film precedenti metaforizzava anche grazie alla musica la tumultuosità e l'elettrica tensione del mondo attuale.
Fellini insomma cita se stesso; o come accade nella scrittura post - moderna, interpone spezzoni delle precedenti scritture per campire il tessuto informe di ciò che si è soliti chiamare modernità. Solo che nel caso di Ginger e Fred, il caravanserraglio scarrocciato in lungo e in largo sta in una realtà, che non è il frutto dei solo artifizio della fantasy (come in tanti illustri esempi), ma è l'immagine della situazione italiana nel viraggio irreale ed ipnotico dei materiali che essa presenta.
Il paesaggio - palude puteolente e infida abitata da fantasmi, drogati, montarozzi di macerie e immondizie - è l'esatto contrappunto visivo delle descrizioni apocalittiche dell'ultimo Pasolini; gli aiutanti di colore, l'elefantiaca accidia degli inservienti, la maleducazione di massa rigano cromaticamente il racconto con il loro effetto di verità; i deformi non sono più le tensive, patetiche creaturine già incontrate ne La strada, in Otto e mezzo, nel Satyricon e in Amarcord, ma bensì le insorgenze fenomeniche di un genocidio culturale e antropologico, conosciuto da tutti ma da tutti pienamente accettato.
I mostri di Ginger e Fred sono in primo luogo gli individui conformi alla dispersione e all'irrealtà codificate dalla televisione. La banda dei centenari; il sindaco di Borgosole con tanto di vacca, moglie e vicesindaco; l'ottuagenaria rantolante col marito giovane; la ragazza infatuata dell'extraterrestre e l'ex-prete che racconta la sua love story di fronte a milioni di persone; il frate volante ed il sequestrato; il boss della malavita (“A modo suo, è un divo pure isso”) e l'uomo che ingravida con lo sguardo; la spiritista e il mago della chirurgia plastica: via via - in un crescendo da climax - sino all'ideatore degli slip commestibili, alla vincitrice della gara di pasta e alla casalinga che, sottoposta alla prova di un mese senza televisione, riferisce gli spasimi dell'astinenza, per concludere con un gorgheggiante “Mai più!”, cui tiene ovviamente dietro la pubblicità della superporchetta Fulvio Lombardoni (che sta in tutta evidenza per Fulvio Berlusconi, che Fellini avrebbe voluto in un primo momento volgere in Lambrusconi). Le marcature linguistiche di Ginger e Fred sono quelle dell'accumulo e della contrapposizione. I dettagli ed i caratteri, le movenze ed i giuochi verbali sciamano in una congerie da capogiro, oppure si traspongono nel contrasto patente: vedi il caso del parlamentare che digiuna contrappuntato dalla pubblicità dei fischioni giganti; oppure l'inquadratura in cui la scritta parenetica “Roma pulita” si lega ossimoricamente al sottostante mare di sacchetti e rifiuti.
In questa infilata di teratologia da fantascienza nostrana, la visionarietà di Fellini scatena fusioni di schizofrenia e demenzialità, capaci di competere coi “Drive in”, ma disformi da una tanta piattezza e scempiaggiane grazie all'inventiva e alla implicita coscienza critica. Ginger e Fred descrive l'orrida comunità di destino dell'esclusione sociale (i barboni autentici che debbono prender parte alla rubrica “Ai margini della metropoli”) e biologica (il transessuale, alias “benefattrice carceraria” visitante reclusi per destino e vocazione); mostra i simulacri e le manipolazioni del potere; mette sotto accusa, attraverso la metafora dell'abiezione televisiva, la nuova civiltà dell'immagine che tutto riduce a spettacolo e volgarità. Non è la prima volta che Fellini affronta la tematica dei media, sia pure in senso lato: la fascinazione del fumetto si accompagnava in Lo sceicco bianco alla critica di costume, e ne La dolce vita c'è tutta l'invadenza del mezzo moderno. Quanto alla pressione occulta e non dichiarata se ne incontrano esempi ne La città delle donne e, prima ancora, ne Le tentazioni del dottor Antonio. Ma è la prima volta che un film del regista riminese racconta drittamente la gran baraonda del consumismo televisivo. Lo stile prescelto è il grottesco, applicato agli spot pubblicitari (il povero Alighieri che fiorentineggia su un orologio da polso, il ralenti della salsiccia arrotolata sulla polenta, gli slogan: “Vado pazza per la pizza”, “Ma che volete di più dalla vita?”), ma anche decalcato sui caratteri e sulle situazioni.
L'ironia felliniana (non immediatamente politica, dunque non violenta) ha impennate di sulfurea causticità, ma bordeggia appena il tasso di bassezza e orribilità dei programmi televisivi. Allo stesso modo la Tv raccontata nel film - ha ragione Umberto Eco - non è quella dissociata e circolare dell'indistinto e canceroso proliferare di un identico schema, la Tv che noi si ha sotto gli occhi specie negli esempi delle private.
Tutto vero: ma nell'uno caso e nell'altro non si tratta di obiezioni imputabili al film. Ginger e Fred non è infatti in nessun istante il racconto, o resoconto oggettivo, dello stato odierno delle comunicazioni di massa coi suoi effetti di rimbecillimento e degenerazione. Ma diventa una metafora - da cui il suo valore, estetico morale e ovviamente anche liberatorio - della moderna società dello spettacolo e, per estensione, della decadenza ed entropia del mondo moderno.
Ginger e Fred è un'opera epocale in cui la fantasia interviene come universo di pulsioni che s'oppongono all'alienazione. Dice un personaggio del film (è l'intronato ammiraglio sabaudo): “lo amo gli artisti: sono dei benefattori dell'umanità. Oh, sì, io Ii amo”. Il riflesso abbagliante dell'arte dell'immagine non disgiunta di significato e di connotati estetici - è la figura che riconosce la creatività del soggetto contro l'oppressione del banale.
Due dei termini del fantastico felliniano - quello pascoliano dello “stupore” di fronte alle luci e ai colori, stupore che s'allarga al “meraviglioso” delle creature difformi; lo smantellamento della struttura dei mondo reale, attraverso una satira che richiama Marziale ma anche i vignettisti e gli umoristi -, in Ginger e Fred agiscono come poli contrapposti allo stupidario di massa. I mostri autentici del film si controtipano sulle immagini esteriori che giornali e Tv hanno loro imposto; sono simbolicamente i sosia, i doppi privati della loro realtà individuale: Clark Gable e Kafka, la regina Elisabetta, “Marcello” Proust; e poi Celentano, Woody Allen, Villa, Dalla, la Dietrich e BB, Bette Davis e Ronald Reagan. Mostri per effetto di una onnipresente, universale mercificazione.
In un tale universo retto dal l'acculturazione e dalla conformità ai modelli dominanti, la naturalità dei due ex-ballerini li rende diversi e stranieri, allo stesso modo in cui la poesia è una nota stonata e fuori luogo. Sotto l'ammasso di violenza e ridicolo, nulla parrebbe resistere. Senonché - e qui siamo al terzo nucleo dell'immaginazione felliniana - il “ricordo” fa rivivere la “verità”. Quando arrivano in scena (un carrello in avanti, l'altro in controcampo arretrante), da patetiche sopravvivenze del passato Amelia e Pippo ritornano ad essere Ginger e Fred: non lo stereotipo dell'immaginario di massa ripreso pedissequamente, ma la sua immagine nella nostalgia di Fellini. (...)
L'obiettivo trasloca sui corpi e le immagini di Fred e Ginger. La scena della danza, con la scolastica compitezza di lei, lo snobismo pronunciato dell'uomo, tecnicamente tanto più ammirevole quanto più risulta impacciato e inefficace; e poi le canzoni di Irving Berlin: tutto contribuisce a restituire il fascino del passato. Fascino fondato sulla naturale innocenza e immediatezza dei sentimenti.
Così, se i due ballerini sono il microcosmo incantante e lirico che si determina nel contrasto col macrocosmo dell'alienazione, la loro verità interiore è in fondo la più scoperta: quella della solitudine e dell'infelicità esistenziale, l'invecchiare del corpo e il presentimento della fine. Forse non a caso la trivialità degli altri - del presentatore (un incrocio tra una figura alla Mike Bongiorno e una voce tutta smancerie e sentimentalismo, molto ben resa da Alberto Lionello), dei segretari di produzione, degli infiniti pretendenti e scagnozzi - si accompagna alla ideologia dei giovanilismo.
Il patetismo di una condizione di estraneità al presente, estraneità provocata dal correre degli anni e dalla degradazione del quadro sociale, in un film come Ginger e Fred è ovviamente temperato dall'ironia. Amelia che si guarda allo specchio, provando a stirarsi la pelle e acconciandosi le rughe, ha il tono di chi dopotutto contempla il disastro con salomonica rassegnazione. Una diversa considerazione Fellini riserva al personaggio maschile: prediletto perché perdente (proiezione struggente e anche scherzosa della propria nostalgia); irridente e fragile; gratificato persino di un ribellismo anarcoide, inedito nel regista romagnolo.
Se nel tratteggio di una malinconia tutta virile dell'invecchiamento, Marcello Mastroianni (dopo aver costruito in maniera impressionante e angosciosa la senilità di Casanova ne Il mondo nuovo) è eccezionale in quel suo scivolare dall'istrionismo alla pena, dalla rabbia all'impotenza alla cialtroneria, Giulietta Masina appare perfetta nel suo ritratto di piccolo -borghese, coi suoi cappellini, la mantella a scacchi moderatamente elegante, la camicia col fiocco (merito qui di quel grande costumista che è Danilo Donati), ma anche nella ingenuità innocente di una Alice che s'affaccia nel mondo delle meraviglie, in ciò ricordando i suoi due personaggi più memorabili: Gelsomina e Cabiria.
L'ultima sequenza dei film si chiude su una ritmica serrata ed oscura. Poi, coi titoli di coda, ritorna la musica del ricordo. Il mito di un passato anch'esso nutrito di finzioni, riprende a fluire incontaminato nell'immaginario degli spettatori: giacché in “questo film, più che in altri, la memoria assolve, ed è assolta di fronte alla volgarità dei presente”.
Autore critica:Gualtiero De Santi
Fonte critica:Cineforum n. 252
Data critica:

3/1986

Critica 3:
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