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Manila paloma blanca -

Regia:Daniele Segre
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Video Club Luce
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Le diversità
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Carlo Colnaghi, Daniele Segre
Sceneggiatura:Davide Ferrario, Daniele Segre
Fotografia:Luca Bigazzi
Musiche:Giuseppe Napoli
Montaggio:Claudio Cormio
Scenografia:Elena Bosio
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Lou Castel (Guido), Carlo Colnaghi (Carlo Carbone), Alessandra Comerio (Sara Treves), Eugenia D'Aquino (Esther), Leone Ferrero (Paolo Farina), Laura Panti (Bianca Treves), Barbara Valmorin (Maria Luisa)
Produzione:I Cammelli S.N.C.
Distribuzione:Istituto Luce
Origine:Italia
Anno:1992
Durata:

90’

Trama:

Carlo Carbone, una quarantina d'anni, ex attore, più volte ricoverato in reparti psichiatrici, vive una vita di espedienti tra mense e dormitori pubblici. Un giorno conosce Sara e tra di loro nasce una strana relazione. Per il resto la vita di Carlo, da cui Sara è tenuta al di fuori è quella di sempre: piccoli trucchi, le solite frequentazioni, fantasie di riscatto da un passato bruciato. La donna diventa l'unico elemento concreto e positivo della sua vita. Un contatto con un vecchio amico dei tempi in cui faceva teatro riavvicina Carlo al mondo che era stato suo ed egli intraprende la stesura di una sceneggiatura teatrale. Sara, coinvolta dal rapporto al punto da trascurare il proprio lavoro, segue Carlo nell'elaborazione del testo ma vittima della sua follia, subisce un'aggressione.

Critica 1:Ex attore, ricoverato più volte nei reparti psichiatrici degli ospedali di Torino, città che non è la sua e dove vivacchia di espedienti con domicilio variabile, Carlo (C. Colnaghi) fa figura di un "extraterrestre con un'oliva in mano". Conosce Sara Treves (A. Comerio) e, attraverso lei, il microcosmo ebraico torinese. S'installa nella bella casa di lei in una ambigua e casta relazione e cerca inutilmente di riaccostarsi al teatro, scrivendo un monologo. Anche Sara, impaurita, lo mette alla porta. Carlo ritorna alla vita, ai fantasmi, alle ossessioni di sempre. Film anomalo come un meteorite nel panorama del cinema italiano, rigoroso, ruvido, duro con momenti di struggente tenerezza, è imperniato, in bilico tra realtà e finzione, su Colnaghi, soggettista e soggetto, impressionante per la sua epica antirecitazione, maschera e volto, con cui il torinese D. Segre aveva già fatto il video di 44’ Tempo di riposo. Fotografia in 16 mm di Luca Bigazzi gonfiata in 35 mm.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Già il prologo - un tram che quasi sbanda nella città, lo scherno quotidiano al protagonista, la sua reazione, affidata all'incomprensibilità di una formula deprecatoria e alla forza esorcizzante di un ghigno che costituirà il trait d'union simbolico della vicenda - è di quelli che lasciano il segno, avvisaglia ineludibile di tonalità "alte". Poi, dopo le campane elettroniche sullo schermo nero dei titoli di testa, ecco l'incubo, "sgranato" nel misterioso livore del video, allucinazione ma anche coscienza di sé, spesso mediata dalla scrittura scenica: ossessione carnale, della gelosia, in Büchner, invettiva biblica in Shakespeare, metalinguaggio "professionale" in Pinter. Infine, più impressionante, il silenzio, contemplazione di sé «en abime», sospensione temporale di sconvolgente intensità tragica, che fa pendant con i lunghi, strazianti primi piani allo specchio. Tutto il film ha questo andamento schizoide, decisamente riassunto da una battuta del protagonista: «Lui era stato in manicomio... poveretto! Non sapeva a chi parlava». Segre scrive di un personaggio che ha staccato la spina di contatto con la realtà, di una sensibilità che lo porta a subire le violenze di un mondo che vive con altre regole e ritmi. Il film gli costruisce intorno con incisiva rapidità di connotazioni tre ambiti diversi. Innanzitutto quello dell'emarginazione (Porta Pazzo livida di mattino, la stanza angusta che Carlo divide con Guido, il refettorio gestito da religiosi, i corridoi dell'USL, l'Hotel Italia vicino alla stazione), con il suo brulicare di esistenze maleodoranti e borse di plastica stipate di stracci. C'è poi quello del teatro, assunto in una veste duplice. Come ricordo, talvolta commosso e commovente nella sua canagliesca ingenuità (l'aneddoto vero dei programmi del «Piccolo» venduti a prezzo doppio), talaltra sprezzante nella coscienza di chi non si è piegato alle "regole" (i due ex compagni di corso che hanno avuto successo, appaiono in televisione, «ma sono due teste di cazzo, non valgono due lire»). Come obiettivo attuale e ossessionante, tappa obbligata per il "rientro" in una più vasta accezione di normalità (in questo tentativo, Carlo da un lato è deluso dall'atteggiamento sfuggente del regista omosessuale, dall'altro è riconfermato nelle sue convinzioni dalla squallida "oggettività" della prova rissosa con i due attori). Infine, il milieu ebraico torinese. E in tutta evidenza quello che più interessa al regista, disposto a spendersi nel personaggio di Sara Treves ben oltre i limiti degli altri, semplici presenze funzionali al "caso Carlo". Con un rilevante investimento autobiografico, Segre carica di domande l'anomalo rapporto fra i due, senza sciogliere mai l'ambiguità che lo caratterizza. L'appartenenza, sia pure problematica, di Sara («Ma tu sei religiosa?» le domanda Carlo. «La mia famiglia. Io... non so» risponde la donna) si inscrive infatti nell'ambito della contraddittorietà. Membro di una comunità etnica che la storia ha caratterizzato come marginale, la donna è attratta da Carlo per una "curiosità" in cui gioca probabilmente anche il suo status di intellettuale, che le suggerisce sia un interesse "conoscitivo", sia una più generica pietas. Il rapporto con questo «extraterrestre con un'oliva in mano» finisce fatalmente per essere anche ricerca di sé, della propria "diversità": così, il film diventa la più lucida e toccante incursione nella cultura dell'ebraismo che mai ci abbia consegnato il cinema italiano, aprendoci le porte della sinagoga in una Torino mediorientale («Gerusalemme... laggiù, la vedi? C'è la porta di Damasco», scherza Carlo), reinventata con angolazioni che ce la raccontano come città straniera" e multiforme, quale appare agli osservatori meno distratti. Ma l'ambiente ebraico può anche funzionare in direzione opposta, come bozzolo rassicurante in cui rientrare tornando a sposarne le rigide convenzioni. Non è un caso che le avvisaglie della separazione fra il protagonista e la sua compagna maturino durante la celebrazione di un rito familiare. In una sequenza pregnante, giocata su un attentissimo montaggio alternato, Sara partecipa con i congiunti ad una cerimonia officiata dal padre, mentre Carlo, rimasto solo, mette in scena altri rituali, suggeritigli dalla propria mente disturbata. Il rientro in famiglia sembra significare per la donna il recupero della norma, tanto che il distacco si consuma quasi immediatamente. Carlo viene risospinto in pieno magma, con la sola prospettiva illusoria di un altrove, in Polonia o in Africa, a vivere l'indivisibilità fra maschera e volto, testimonianza estrema di un'umanità esorcizzata e imprescindibile, specchio in cui la gente si rilette e di cui per questo ha paura. E Carlo Colnaghi a ricordarcelo ancora una volta, guardando in macchina, con un'impressionante antirecitazione epica che commuove per disarmata "confusione" e sconvolge per risentita auto coscienza: «Voi lo sapete bene dove finisce il palcoscenico... Credete che basti una ribalta per fare il palcoscenico... Io sono stato per le strade, sono stato in America, ho visto cose che voi leggete solo sui libri. Ho visto la povera gente recitare una parte senza sapere chi l'aveva scritta per loro. Miserabili, gente in catene, fame. L'ho visto e questo mi ha fatto scappare. Mai più una cosa del genere».
Autore critica:Paolo Vecchi
Fonte critica:Cineforum n. 322
Data critica:

3/1993

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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