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Promesse (La) - Promesse (La)

Regia:Jean-Pierre Dardenne; Luc Dardenne
Vietato:No
Video:Lucky Red Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diritti dei minori, Disagio giovanile, Il lavoro, Migrazioni
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Sceneggiatura:Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Fotografia:Alain Marcoen
Musiche:Jean-Marie Bylly
Montaggio:Marie Helene Dozo
Scenografia:Igor Gabriel
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Lyazzide Bakouche, Frederic Bodson, Florian Delain, Olivier Gourmet, Hachemi Haddad, Sophie Leboutte, Assita Ouedraogo, Rasmane Quedraogo
Produzione:Luc Dardenne, Hassen Daldoul, Jacqueline Pierreux, Claude Waringo
Distribuzione:Lucky Red
Origine:Belgio
Anno:1996
Durata:

92'

Trama:

In Belgio Igor, ragazzo sui quindici anni, non va a scuola, lavora ufficialmente in una officina, ma in realtà passa la giornata ad aiutare il padre Roger nei suoi traffici illegali di manodopera clandestina. Roger affitta misere stanze di un palazzo semidiroccato a uomini e famiglie di extracomunitari (africani soprattutto ma anche asiatici) che non hanno permesso di soggiorno, offre loro lavoro come muratori naturalmente in nero, dando paghe occasionali e pretendendo affitti e pagamenti per qualunque richiesta (acqua corrente, riscaldamento, luce...). Il giovane Igor partecipa con incoscienza a queste losche attività, trovando ogni tanto il tempo per giocare con alcuni coetanei. Un giorno però l'africano Hamidou cade accidentalmente da un'impalcatura e, prima di morire, chiede ad Igor di promettergli di badare alla moglie Assita e al figlioletto Seydou. Igor promette e, mentre il padre nasconde il corpo dentro il cemento e dice ad Assita che il marito è partito, sente crescere in sé un sentimento misto di rabbia e di paura per l'attività del padre. Capisce che Roger vuole spedire Assita in Germania per liberarsene definitivamente e allora, anche andando contro la volontà paterna, fugge con lei, la aiuta a curare il figlioletto malato, la convince a raggiungere alcuni parenti in Italia. Alla stazione Igor avverte che è il momento di dirle la verità sulla morte del marito. I due si guardano in silenzio. Un futuro difficile ma più consapevole aspetta entrambi.

Critica 1:Non ci sono mostri, in La promesse. Se Roger avesse la malvagità dichiarata e trionfante che ci piace attribuire ai razzisti, lo ricondurremmo alla misura d’un giudizio morale. Ci convinceremmo che la morte di Hamidou non è che l’effetto mostruoso d’una cupidigia che arriva ad annichilire ogni compassione, ogni solidarietà, ogni umanità. Ma Roger non è un mostro. Al contrario, potrebbe essere uno di noi, ben mimetizzato nelle bassure della vita quotidiana, se non proprio uno come noi (un’ipotesi, questa, che vorremmo proprio infondata). Se solo arrivasse a porsi la questione, egli stesso si considererebbe normale: normalmente affettuoso con il figlio, normalmente intento a eludere la legge, normalmente occupato a campare la vita. I razzisti, penserebbe, hanno un’altra faccia, un’altra ideologia, un’altra morale. Luc e Jean Pierre Dardenne fanno della normalità la dimensione narrativa del loro film. Mai la loro macchina da presa assume un punto di vista esterno ai fatti raccontati. Anzi, tende a dar l’idea che non ci sia affatto, un racconto, ma solo una riproduzione oggettiva d’accadimenti. Per aumentare questo “effetto di realtà”, i due fratelli scelgono la tecnica del piano sequenza. Invece di montare inquadrature brevi, ognuna con un diverso punto di vista, muovono la macchina da presa modificandone il punto di vista all’interno d’inquadrature lunghe, senza interruzioni, come farebbe il nostro occhio. Ci pare così di seguire senza mediazione cinematografica la vita di Roger e di Igor. Il nostro sguardo si sovrappone al loro. La loro vita si confonde con la nostra, o almeno con quella dei tanti di noi che sono a contatto diretto con africani, asiatici, slavi… Quanti di noi, appunto, condannerebbero davvero Roger per il suo commercio d’uomini? In fondo, s’ingegna a dare quello che gli viene richiesto: uno stratagemma per entrare in Europa, qualche documento falso, una parvenza di casa, un lavoro qualsiasi. Se Hamidou non cadesse dall’impalcatura, tutto filerebbe via nella più normale delle indifferenze. Forse Roger finirebbe per dare il suo voto a uno dei tanti movimenti xenofobi che dilagano in Europa, o forse no. Forse Igor si farebbe tatuare una svastica sul braccio, o forse no. Che cosa impedisce a molti di vedere in questo commercio d’uomini un crimine? La risposta sta, implicita, nel comportamento di Roger di fronte a Hamidou steso nel suo sangue. È forse qualcuno che sta per morire, Hamidou? No, Hamidou è qualcosa che dà fastidio, che crea problemi, che mette in rischio il gruzzoletto accumulato anno dopo anno. Lasciandolo morire, non si uccide un uomo. Solo, si rimuove un ostacolo materiale, tecnico. Allo stesso modo, Roger non compra e non vende uomini, ma commercia materialmente e tecnicamente in africani, asiatici, slavi… Noi siamo uomini, infatti, non loro. Noi abbiamo aspettative legittime, un futuro da costruire e difendere. Noi abbiamo una storia, cioè una biografia che sta dentro un racconto generale condiviso. Ce li confermiamo ininterrottamente l’un l’altro, questo racconto e quella storia, con il colore della nostra pelle, con l’odore dei nostri corpi, con il suono delle nostre parole. Loro, invece, hanno colori, odori e suoni senza storia . Dunque, non hanno aspettative, non hanno futuro. Non sono qualcuno, ma qualcosa. Di questo è convinto anche Igor, del tutto immerso nella stessa storia del padre. E potrebbe mai non esserlo, sicuro com’è che i soli colori e odori e suoni umani siano quelli in cui vive da sempre? Esita, ma solo un po’, quando si tratta di nascondere sotto squallidi detriti Hamidou che muore e, poi, di seppellirlo nel cemento. Ed è un’esitazione la cui traccia scompare alla svelta, come le macchie del sangue di Hamidou sotto la doccia. Anche per lui non era un uomo, quello che è morto. A Igor capita, però, di gettare pian piano lo sguardo al di là della (sua) normalità, all’inizio quasi solo incuriosito, poi sempre più attratto da una scoperta sconvolgente. Anche Assita ha delle aspettative, un futuro, una biografia spezzata dalla morte di Hamidou. I suoi dèi sono altri dèi, i suoi riti altri riti, le sue verità altre verità. Ma sono, senza dubbio, dèi e riti e verità. Ora Igor non può più seguire il padre, e non perché sia diventato più buono, più umano, meno mostruoso. In lui non è avvenuto un “miglioramento” d’ordine morale, ma qualcosa di ben più radicale e difficile: un mutamento, un ampliamento d’ordine narrativo. Per lui, cioè, la sua storia ha smesso d’essere la sola narrabile, ed è diventata una delle infinite che rendono uomini gli uomini. Ai suoi occhi i colori di Assita, i suoi odori e suoni hanno finito per intrecciarsi, anch’essi, nella trama umana, molto umana d’una storia di vita. Quel che ora si trova di fronte non è più qualcosa ma irriducibilmente, dolorosamente qualcuno.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte criticaSole 24 Ore
Data critica:



Critica 2:La trasformazione di Igor nel corso del film appare emblematica di un percorso di crescita e di costruzione della propria identità, nel segno di una maggiore autonomia e capacità di giudizio di fronte alla complessità del mondo e della vita. Inizialmente, il protagonista non sembra particolarmente accattivante e simpatico. Il suo primo gesto, il furto del portafoglio e la successiva menzogna, lo designa come piccolo delinquente, ma la successiva scoperta delle sue relazioni familiari e della sua impossibilità ad apprendere un mestiere legale a causa delle interferenze paterne rende tutto più complesso. Sarà così per tutto il film, con un procedimento narrativo che crea regolarmente slittamenti tra ciò che appare e ciò che si scopre successivamente.
Il rapporto tra Igor e Roger è una cifra di tale ambiguità. La consonanza dei nomi trova subito una contraddizione nella differente fisicità dei due: il figlio biondino, smilzo, con lo sguardo penetrante e sfuggente a un tempo, il padre rotondo, bruno, con lo sguardo miope dietro gli spessi occhiali. D'altronde non solo manca assolutamente la figura materna - che verrà cercata da Igor in Assita, la persona apparentemente più lontana da lui - ma ci sono dubbi sull'effettiva paternità, poiché l'uomo rimprovera Igor quando lo chiama papà, invitandolo a chiamarlo Roger: nome che contiene le stesse lettere di ogre, ovvero orco.
Il padre tratta Igor come se fosse un dipendente e non un figlio, con sfuriate di violenza improvvise e altrettanto repentini gesti di affetto, che si rivelano però dei mezzi per cooptare ulteriormente l'adolescente. In questo rapporto Igor apprende da Roger semplicemente eseguendo, ovvero mettendo in pratica ciò che vede fare all'adulto. La macchina da presa dei Dardenne raddoppia tale istintualità marcando stretto il protagonista con piani ravvicinati e un utilizzo programmatico della camera a mano, che acuisce sia l'aspetto vorticoso sia l'estrema precarietà che ritmano il quotidiano di Igor. Circondato quasi sempre da adulti, a parte i rari momenti in cui riesce a costruire il motorino con i coetanei e a giocare con loro, in tutta la prima parte del film Igor vive i rapporti intergenerazionali nel segno dello sfruttamento e della paura, mai del calore umano.
In questo senso il film è anche una riflessione acuta sul fenomeno dell'emigrazione, raccontata attraverso lo sfruttamento quotidiano e il giro di interessi di chi lucra sulla vita delle persone. L'indifferenza di Roger, per cui non conta il colore della pelle purché si paghi, si trasforma in mostruosità quando non dà sepoltura a Hamidou. Proprio quella sequenza, centrale al punto da fornire il titolo al film, apre gli occhi a Igor, che per la prima volta non esegue gli ordini del padre. Come in ogni racconto di formazione, la via della crescita è lunga, complessa e irta di ostacoli: così il rapporto tra Igor e Assita non è affatto scontato e anzi sembra completamente giocato sulle differenze: uomo-donna, bianco-nero, adolescente-adulto, figlio-madre. Questa rilevanza delle differenze, intese come risorsa e non come limiti, permette ai Dardenne di offrire molti spunti sulla valenza formativa dell'interculturalità, che qui non appare ridotta semplicemente alla nozione di razza, ma abbraccia dimensione più ampie.
Nel finale, che resta aperto, solo una cosa è certa: Igor è cresciuto, sa alzare lo sguardo, ha acquisito una propria coscienza e decide di non ingannare più Assita, senza calcoli, senza sapere cosa accadrà.
Autore critica:Aiace Torino
Fonte critica:
Data critica:



Critica 3:
Autore critica:
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Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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