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Albero delle pere (L') -

Regia:Francesca Archibugi
Vietato:No
Video:Bmg Video, Buena Vista Home Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Diventare grandi, I bambini ci guardano
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Francesca Archibugi
Sceneggiatura:Francesca Archibugi
Fotografia:Luca Bigazzi
Musiche:Battista Lena
Montaggio:Esmeralda Calabria
Scenografia:Mario Rossetti
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Victor Cavallo Coso, Giuseppe Del Bono, Maria Consagra, Francesca Di Giovanni Domitilla, Stefano Dionisi Roberto, Valeria Golino Silvia, Sergio Rubini Massimo
Produzione:Leo Pescarolo e Guido De Laurentiis per 3 Emme Cinematografica, Istituto Luce
Distribuzione:Istituto Luce
Origine:Italia
Anno:1998
Durata:

90'

Trama:

Siddartha, ragazzo di quattordici anni, abita a Roma con la madre Silvia che non lavora e vive di espedienti e varie amicizie. Il padre di Siddartha è Massimo, regista sperimentale che lavora in maniera saltuaria. Silvia ha anche una bambina di due anni, Domitilla, nata dalla relazione con Roberto, che lavora come avvocato nello studio del padre ed è l'unico sostegno della famiglia. Domitilla vive con il padre ma a Natale si trasferisce dalla madre e vive una vita del tutto diversa accanto al fratello. Succede che un pomeriggio, mentre Silvia è fuori casa, Domitilla trova nella borsa della madre una siringa e accidentalmente si punge. Siddartha se ne accorge per primo e decide di affrontare la situazione da solo, senza coinvolgere gli adulti e intenzionato a proteggere la madre. Al pronto soccorso e dallo specialista deve far finta di parlare per conto di altri e, dopo aver ritirato i risultati delle analisi, scappa dalla finestra dell'ufficio per non rivelare il nome della sorellina. Ma la situazione arriva alla fine in evidenza e tra i due padri e Silvia lo scontro è molto duro. Silvia è decisa a cambiare vita ma il suo proposito è di breve durata: muore in un incidente di macchina. Siddartha adesso si sente davvero solo. All'uscita da scuola, vede in lontananza i due padri e Domitilla da un lato, una ragazzina con cui ha una piccolo flirt dall'altro. Osserva perplesso i riferimenti della sua vita. Poi, con un balzo, decide di allontanarsi non visto.

Critica 1:Certi genitori non vogliono diventare adulti, restano ragazzi mai cresciuti, Peter Pan velleitari e confusi anche quando sono madri e padri di figli piccoli magari più maturi e responsabili di loro : Francesca Archibugi, dopo Verso sera e Il grande cocomero, torna a questo tema che le é caro, ai bambini e ragazzini che la interessano appassionatamente, con il primo film italiano in concorso alla Mostra, L'albero delle pere (“pere” é inteso nel senso di iniezioni di droga). Domitilla, neppure cinque anni, si graffia per caso con una siringa trovata tra gli oggetti di sua madre Valeria Golino, amorosa e distratta, bella e dannata, il cui slogan nell'uscire inquieto di casa é: Allora, io vado. Siddharta, il fratello adolescente, si allarma, teme che la piccola si sia infettata, ha paura ma non vuole parlarne con la madre per non darle preoccupazione, né vuole parlarne con i padri (il suo, quello della sorellina) Sergio Rubini e Stefano Dionisi, nei quali non ha fiducia: si prende la responsabilità di provvedere agli esami del sangue, di sapere, di trovare un rimedio come fa per tutto nella vita domestica. La morte della madre in uno scontro di automobili aprirà un vuoto immenso nella piccola famiglia, porterà cambiamento e in certo modo restituirà al ragazzino una libertà leggera de la sua età. Siamo alle vacanze di Natale del 1998, e i genitori del film paiono un poco diversamente datati, dislocati a un'epoca anteriore (magari agli ottanta di Piso Pisello di Peter Del Monte), fuori da questo tempo invece così pavidamente ordinato e conformista. Ma Francesca Archibugi sa raccontare come pochi la quotidianità, il linguaggio e i luoghi della gente comune: supermercato, Usl, scuola, l'oscurità domestica dei pomeriggi invernali, le ribellioni filiali repentine ma fiacche (“Se non vuoi che cresciamo, perché ci hai fatti?”), l'autoindulgenza paterna (“Eravamo così giovani...”), l'angustia di vite faticose, affaticate sin dall'infanzia.
Autore critica:Lietta Tornabuoni
Fonte criticaLa Stampa
Data critica:

5/9/1998

Critica 2:Vedo in giro qualcuno che fa boccuccia di fronte a L'albero delle pere di Francesca Archibugi. D'accordo, il titolo è brutto: ma lo deplora sullo schermo la stessa protagonista Silvia (la toccante Valeria Golino) perché così ha intitolato il video che su di lei va registrando l'ex marito Massimo (Sergio Rubini), cineasta velleitario. Il problema, comunque, sarebbe che all'interesse dello spunto non corrisponde uno svolgimento impeccabile. Ammettiamolo. E tuttavia mi chiedo: da quante proiezioni del festival si emerge rimescolati dentro, con la sensazione di aver conosciuto gente vera e addirittura con la curiosità di cosa gli succcederà dopo? Che ne sarà del ragazzo Siddharta (Niccolò Senni, una rivelazione), figlio 14enne di Silvia e Massimo, e della sorellina Domitilla (Francesca Di Giovanni), figlia del probo Roberto (Stefano Dionisi) altro “ex”? Per essersi punta con una siringa della madre tossica, la bimba di 5 anni si è beccata l'epatite C: e l'alacre fratellastro si prodiga per fronteggiare la situazione tenendone fuori l'amatissima Silvia. Il seguito potete vederlo al cinema, perché la pellicola è già in prima visione. Tutto si svolge nel quartiere romano del Testaccio, a cavallo delle festività di fine anno, ed è un'occasione per la Archibugi di riproporre un tema a lei caro: il fallimento di una generazione di genitori immaturi, la speranza in un mondo salvato dai ragazzini. Tra i quali Siddharta, ironizzando da solo sul suo nome tributario a una stupida moda d'epoca, prende coscienza di sé alternando lo studio della chitarra alle navigazioni su Internet. Più che la trama avvincono le varie situazioni intonate a quell'intimismo sociale che l'autrice aveva già sperimentato in Il grande cocomero. Non c'era bisogno, per dire la verità, di intromettere il video, di rivisitare Roma dall'alto di un aereoplano o di far sfilare certe manieristiche testimonianze al funerale. Però, rilievi a parte, è giusto inchinarsi ai film che hanno un'anima.
Autore critica:Tullio Kezich
Fonte critica:Corriere della Sera
Data critica:

5/9/1998

Critica 3:Crescere nonostante i genitori: lo slogan che ha accompagnato il film, sulle locandine e sui manifesti, è di impatto ma non rende completamente il percorso compiuto dal protagonista Siddharta, quattordicenne che nel breve periodo delle vacanze di Natale si rende conto non solo dell'inaffidabilità degli adulti che lo circondano, ma anche della necessità di costruirsi una propria autonomia, con la consapevolezza di dover fronteggiare situazioni difficili, lutti, dolori, ipocrisie.
Il film si incentra sul percorso di crescita del protagonista, che ironicamente si autodefinisce "Buddha da magro", e utilizza l'episodio della siringa e del rischio di infezione per Domitilla come pretesto narrativo che permette a Siddharta di superare la propria linea d'ombra. Ne emerge un ritratto problematico e poliedrico in cui il protagonista è sempre diverso: protettivo, esigente, arrabbiato, duro, tenero, fragile, risoluto, indeciso.
Il film traduce le discontinuità del protagonista, sempre in movimento sul suo motorino, con ricorrenti inquadrature dall'alto che ne enfatizzano i percorsi labirintici, in una Roma livida e indifferente; oppure con i frequenti cambi di ritmi musicali, ora melodici ora elettrici, che rendono il gioco di sentimenti a un tempo contrapposti e complementari.
Il senso di spaesamento da un lato e la necessità di organizzarsi in modo autonomo dall'altro derivano anche dalla constatazione di un mondo adulto tendenzialmente immaturo. Appare significativo che nelle relazioni intergenerazionali che tessono i rapporti degli altri personaggi con Siddharta, sia lui a fare l'adulto non solo nei confronti della piccola Domitilla, ma anche nei confronti di Silvia, in un rovesciamento del rapporto genitore-figlio. Viceversa, con le due figure paterne il legame sembra molto meno forte, tra l'indifferenza e la riprovazione per la loro mancanza di coraggio. Il rapporto con la madre è invece molto intenso e umano. Nonostante le manchevolezze e le debolezze di Silvia, il figlio riesce a trovare con lei una capacità comunicativa che sembra fondarsi sull'affetto più profondo, fatto di piccoli gesti e di sentimenti profondi più che di parole. È emblematica, in questa direzione, la sequenza del regalo di Natale, il volo aereo su Roma dolce e triste a un tempo.
La famiglia di Siddharta appare quindi molto eterogenea e sui generis: a prescindere da ogni riflessione sulla famiglia di fatto o su quella allargata, il film sembra voler sottolineare l'importanza non tanto dei legami di sangue in sé, quanto dei rapporti interpersonali che si vengono a creare, a partire da una effettiva capacità di comunicazione e di coinvolgimento reciproco. Anche se in apparenza i due personaggi femminili sembrano i meno affidabili - per motivi differenti: l'età di Domitilla e i problemi di Silvia -, è proprio con loro che Siddharta ha i rapporti migliori.
Sullo sfondo appare una società in crisi, tra precarietà lavorativa ed emarginazione, malattie infettive e tossicodipendenza. La droga assunta saltuariamente dalla madre appare però non tanto lo spunto per un'analisi sociologica, quanto l'ennesimo sintomo della debolezza degli adulti, che sembrano aver perso quella carica vitale e quella capacità di affrontare le cose della vita, che invece ritma ogni gesto di Siddharta. Che non a caso, nella simbolica sequenza finale, sceglierà di saltare con un balzo gli ostacoli e defilarsi dai familiari a vantaggio di una coetanea.
Autore critica:Michele Marangi
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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