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In questo mondo libero... -

Regia:Ken Loach
Vietato:No
Video:
DVD:01
Genere:Drammatico
Tipologia:Il lavoro
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:
Sceneggiatura:Paul Laverty
Fotografia:Nigel Willoughby
Musiche:George Fenton
Montaggio:Jonathan Morris
Scenografia:Fergus Clegg
Costumi:Carole K. Millar
Effetti:
Interpreti:Kierston Wareing (Angie), Juliet Ellis (Rose), Leslaw Zurek (Karol), Colin Caughlin (Geoff), Joe Siffleet (Jamie), Faruk Pruti (Emir), Branko Tomovic (Milan), Radoslaw Kaim (Jan), Serge Soric (Toni), Nadine Marshall (Diane), Frank Gilhooley (Derek), Raymond Mearns (Andy), Steve Lorrigan (sergente di polizia)
Produzione:Ken Loach, Rebecca O'Brien, Piotr Reisch, Rafal Buks per Sixteen Films Ltd., Tornasol Films S.A., Spi International, Filmstiftung Nordrhein-Westfalen, Filmfour, Emc Produktion, Bim Distribuzione
Distribuzione:Bim
Origine:Germania-Gran Bretagna-Italia-Spagna
Anno:2007
Durata:

96’

Trama:

Inghilterra. Angie, impiegata di un'agenzia di collocamento, non ha avuto una vita semplice né tanto meno un'educazione e un'istruzione accurate, ma è una ragazza giovane ed energica, dotata di forte senso pratico, ambizione e coraggio. Ha alle spalle una vita disordinata in cui non è riuscita a costruirsi un futuro e ha bisogno di dimostrare a se stessa e agli altri che può farcela da sola, senza l'aiuto di nessuno. Dopo essere stata licenziata per aver risposto male ad un cliente, Angie si rende conto che per lei è arrivato il momento di dare una svolta decisiva alla sua vita. Così, insieme alla sua coinquilina Rose, decide di aprire una propria agenzia per inserire nel mondo del lavoro i numerosi immigrati in cerca di un'occupazione. La loro è una sfida difficile e, senza alcuna preparazione, le due ragazze si trovano a dover affrontare la periferia e lavorare tra criminali, uffici di collocamento in cui si potrebbe impazzire, burocrazia e immigrati disperati alla ricerca di un misero impiego, capendo il vero significato di parole come 'lavoro flessibile, precariato e globalizzazione'.

Critica 1:Ken Loach e i co.co.co., Ken Loach e la legge Biagi, Ken Loach e il lavoro interinale... Ken Loach e il cinema; fortunatamente: It's a Free World (« È un mondo libero») è prima di tutto un bel film di quelli che il compagno Ken riesce a fare quando è ispirato, quando le urgenze sociali e sociologiche rimangono sullo sfondo e trionfano i personaggi, i loro sogni; le loro lotte, le loro delusioni. Lo pensiamo da anni, diciamolo una volta di più: Ken Loach, apparentemente il cineasta più militante sulla piazza; é rimasto l'ultimo a fare il vero «cinema hollywoodiano», ovvero quel cinema fatto di personaggi forti; di ottimi attori, di sceneggiature di ferro e di conflitti narrati senza mediazioni intellettualistiche. Fateci caso: nei film di Ken Loach non ci si rende mai conto di quel che fa la macchina da presa, non si notano i. movimenti di macchina e le «belle» inquadrature. Non perché non ci siano, ma perché Loach le nasconde sotto la forza della vecchia, benedetta trama. Sapete chi era il maestro di questo stile, l'uomo che teorizzava l'invisibilità del regista e della messinscena? Howard Hawks, il regista di Susanna e del Fiume rosso. E prima di lui Charlie Chaplin, inglese come Loach.
Poi, certo, ci sono i co.co.co. Che in Gran Bretagna hanno un nome diverso e sono quasi tutti. stranieri. It's a Free World parla di loro. Ma soprattutto parla di Angie, una ragazza poco più che trentenne (interpretata da un'esordiente stupenda Keirston Wareing), un'inglese tosta, divorziata con figlio a carico e con genitori anziani che dopo 10 minuti di film viene licenziata. Angie lavora in un'agenzia di lavoro interinale specializzata nel reclutare lavoratori nell'Europa dell'Est: è brava, ma ha il difetto di rifiutare sempre le avances dei colleghi. Rimasta a spasso, decide di aprire - assieme all'amica Rose, un'inglese di colore con la quale convive – un'agenzia in proprio.
Gli inizi sono difficili, e un «ufficio» nel retro di un pub non è il massimo del «trendy», ma quando i datori di lavoro si vedono arrivare in fabbrica Angie a bordo della sua moto, fasciata in abiti di pelle che lasciano poco all'immaginazione, ci cascano quasi tutti e fanno affari con lei. Affari che vanno benino... ma andrebbero anche meglio se Angie e Rose rinunciassero a far tutto secondo le regole. In fondo, che male c'è a subaffittare un appartamento a lavoratori stranieri che dormono a turno? O a trovare un impiego (e un passaporto falso) anche per un clandestino? I guai cominciano quando una squadra di operai polacchi non viene pagata perché la ditta per cui lavorano fallisce, ed Angie deve trovare 40.000 sterline in contanti: altrimenti ci andrà di mezzo suo figlio, un bambino difficile che vive con i nonni e si chiede sempre che lavoro faccia sua madre...
Loach e il suo sceneggiatore Paul Laverty costruiscono il film come un duro «j'accuse» sulle condizioni di lavoro nella «libera» Inghilterra, ma non hanno paura di virare sul giallo, quando serve: e lo sanno fare, a differenza di tanti italiani che ora non abbiamo voglia di nominare. Ne esce un apologo sul capitalismo, un sistema nel quale nessuno può rimanere puro con i propri sogni; ma ne esce anche un signor film, che si segue con il fiato sospeso, facendo il tifo per Angie e arrabbiandosi con lei quando diventa una padroncina cinica e spietata. (…)
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte criticaL'Unità
Data critica:

2/9/2007

Critica 2:Lo sguardo di Angie (Kierston Wareing) è di ghiaccio, svuotato di emozioni. O forse in esso trionfa l'unica emozione ancora possibile: quella d'una solitudine impaurita e furente, che si fa stile di vita. Attorno a questa solitudine si sviluppa la storia, anch'essa di giaccio, di In questo mondo libero (…).
Con lo sceneggiatore Paul Laverty, Ken Loach racconta un'umanità che alcuni osservatori da tempo chiamano "flessibile", e lo fa senza pesantezze sociologiche e senza cedere alla tentazione dell'ideologia. Che cos'è dunque la flessibilità di Angie? Nel film lo spiega lei stessa, con una consapevolezza che non chiede e non ammette consolazioni.
Il padre Geoff (Colin Caughlin) l'ha appena sorpresa a fare il suo mestiere di mercante di braccia. Vecchio operaio sindacalizzato, torna a vedere un'antica pratica che aveva creduto finita. A pagarne le conseguenze, aggiunge, sarà il nipote Jamie (Joe Siffleet), costretto a competere per un posto di lavoro insicuro e mal pagato con quegli stessi poveri esseri umani che Angie compra e vende al di fuori e contro ogni legge. Certo, aggiunge, lui non si mischierebbe mai "con quegli animali" del Fronte Nazionale. Eppure, implicito,c'è nelle sue parole il sospetto d'una disponibilità al rifiuto anche violento degli immigrati. A frenarlo, per ora, restano il suo passato e la sua appartenenza politica, che la sceneggiatura non dichiara, ma certo suggerisce. Insomma, Geoff ha un punto di vista sul mondo, una storia di vita. E in nome di tutto questo rinfaccia alla figlia il suo tradimento.
Al contrario, Angie non ha appartenenze, e non ha passato. Per trent'anni tu hai fatto lo stesso mestiere, dice al padre quasi con rimprovero. Quanto a lei, invece, a più di trent'anni non ne ha alcuno, di mestiere. La sua vita è segnata dal fallimento d'ogni tentativo di costruirsi una storia lineare e coerente. Non è legata ad alcun passato, Angie, e non spera in alcun futuro. O meglio, immagina che il suo futuro avrà il volto del suo presente: esposto al rischio, mutevole, privo di senso che non sia quello immediato e labile del denaro. D'altra parte,come dichiara al padre,non accetterebbe mai una condizione sociale misera come la sua. Questa è la sua "flessibilità", questa assenza di storia di vita, questa mancanza di stabilità e appartenenza e, insieme, questa volontà disperata di emergere, di avere successo da sé sola e per sé sola.
Non è morale lo sguardo di Angie sul mondo, e nemmeno immorale. In lei c'è piuttosto una scissione fredda tra un residuo senso morale e i comportamenti. Quando la socia Rose (Juliet Ellis) è presa da qualche scrupolo, o almeno da qualche timore, la sua risposta è netta, definitiva: «Lo fanno tutti». Non sembra ci sia ipocrisia, in queste parole. Davvero Angie è certa che non ci siano limiti e che non valgano regole, quando si tratta di emergere, o di affrancarsi anche solo un po' dalla sconfitta. Lo fanno tutti,e questo giustifica ognuno.
D'altra parte, chi sono questi "tutti"? Non sono un corpo sociale, e ancora meno una classe. Si tratta invece della somma algebrica di singoli egoisti, aggressivi e inaffidabili, ognuno in guerra con ognuno. Di questo è certa Angie. Lo è a tal punto, che nella stessa prospettiva vede e vive ogni sentimento, a parte l'amore per il figlio,e forse l'affetto per il padre. Nel suo mondo non ci sono relazioni che non siano economiche e quantitative. Anche l'amicizia,l'amore e il sesso si perdono in questa miseria contabile. Non ha pietà, ma neppure vero odio. Quando per caso ne è tentata, subito considera che non se li può permettere, nella guerra che ha dichiarato al mondo e che il mondo le ha dichiarato. Se per caso le capita di sorprendersi di fronte alle condizioni in cui vivono i suoi " clienti", poi fa in modo di trarne vantaggio. Perché dovrebbe comportarsi diversamente? Lo fanno tutti, appunto. Insomma, Angie immagina di essere sola in un mondo dove ognuno è solo, unico artefice di se stesso, tanto dei propri fallimenti quanto dei propri successi.
Anche in questo senso la sua mancata, frammentaria, "flessibile" storia di vita capovolge quella del padre, passata nella certezza d'esser parte di un gruppo, e di condividere con tanti altri suoi pari sia il merito delle vittorie sia la responsabilità delle sconfitte.
Tutto questo raccontano Ken Loach e Paul Laverty. E mai permettono che la sociologia o l'ideologia si sovrappongano allo sgomento dei loro e dei nostri occhi, di fronte alla guerra che Angie dichiara al mondo, e che con lei dichiarano i molti smarriti nella sua stessa solitudine impaurita e furente.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Il Sole 24 Ore
Data critica:

7/10/2007

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



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