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Storia del cammello che piange (La) - Die Geschichte vom weinenden Kamel

Regia:Byambasuren Davaa; Luigi Falorni
Vietato:No
Video:
DVD:Fandango
Genere:Drammatico
Tipologia:I bambini ci guardano, Infanzia di ogni colore, Natura e ambiente
Eta' consigliata:Scuole elementari
Soggetto:Byambasuren Davaa, Luigi Falorni
Sceneggiatura:Byambasuren Davaa, Luigi Falorni
Fotografia:Luigi Falorni
Musiche:Marcel Leniz, Marc Riedinger, Choigiw Sangidorj
Montaggio:Anja Pohl
Scenografia:
Costumi:Unorjargal Amgaabazar
Effetti:
Interpreti:Janchiv Ayurzana (Janchiv), Chimed Ohin (Chimed), Amgaabazar Gonson (Amgaa), Zeveljamz Nyam (Zevel), Ikhbayar Amgaabazar (Ikchee), Odgerel Ayusch (Odgoo), Enkhbulgan Ikhbayar (Dude), Uuganbaatar Ikhbayar (Ugna), Guntbaatar Ikhbayar (Guntee), Munkhbayar Lhagvaa (Munkbayar, maestra di violino)
Produzione:Tobias Siebert per Hochschule Für Fernsehen Und Film München (Hff) - Bayerischer Rundfunk (Br) - Film Munchen
Distribuzione:Fandango
Origine:Germania - Mongolia
Anno:2003
Durata:

90'

Trama:

Durante la primavera, nel deserto di Gobi, come ogni anno una famiglia di pastori nomadi assiste alla nascita dei cuccioli delle loro cammelle. Uno dei piccoli fatica a venire alla luce, ma la famiglia fa di tutto per aiutarlo a nascere. Il cucciolo è un raro cammello bianco. La madre, al suo primo parto, forse traumatizzata dalle difficoltà affrontate, non ne vuole sapere del suo cucciolo e rifiuta di dargli il latte e di prestargli le cure materne. Ma proprio quando tutte le speranze per la salvezza del piccolo sembrano svanire, il nonno, memore di un'antica tradizione, decide di mandare a dorso di cammello Dude, il nipote adolescente, ma assai responsabile, in città alla ricerca di un musicista, l'unico in grado di salvare il cucciolo. Il fratellino minore, Ugna, anche lui in grado di 'andare a cammello', chiede e ottiene di poterlo seguire per avere l'occasione, a sua volta, di scoprire il mondo.

Critica 1:Un gioiello. Non attori ma una vera famiglia – quattro generazioni – di pastori nomadi del Deserto dei Gobi in Mongolia, e le azioni sono quelle della loro vita quotidiana. Ma per ridurre l'approssimazione della definizione "documentario" bisogna quantomeno aggiungere "poetico". La ricchezza di questa famiglia sono i cammelli, la loro elementare economia ruota intorno a questi animali simbolo di tenacia e resistenza. Tra i rituali che si ripetono nella loro vita senza tempo c'è il parto del cammello femmina.
Questa volta è particolarmente faticoso, nasce un bel cucciolo bianco ma la madre lo respinge, si rifiuta di nutrirlo. Il piccolo piange in modo straziante, che fare? Vengono inviati in città i due bambini della famiglia. Devono cercare il musicista. Con il suo strumento rudimentale accompagnerà una litania che dovrà servire a commuovere la mamma cammello e salvare la vita al cucciolo. Non sarà facile, ma così sarà.
I due giovani registi, una mongola e un italiano che hanno studiato alla scuola di cinema di Monaco, non promuovono un'immagine pittoresca e ipocrita della perduta armonia primordiale: i bambini della famiglia, cresciuti gioiosamente nell'isolamento e giocando con i residui di plastica della "civiltà dei consumi", vorrebbero il gameboy e la tv. E l'avranno alla fine, misureranno l'essere se stessi con la contaminazione, figli di una cultura arcaica ma non chiusa.
Bell'esemplare nell'ambito della rinascita del documentario.
Autore critica:Paolo D'Agostini
Fonte criticaLa Repubblica
Data critica:

27/5/2005

Critica 2:Documentario che ha già fatto il giro del mondo dei festival raccogliendo consensi e quasi l'Oscar, La storia del cammello che piange nasce come lavoro di fine corso della scuola di cinema di Monaco, firmata dagli «studenti» Luigi Falorni e Byambasuren Davaa. Gli appassionati dei film del deserto aggiungeranno anche questo al loro elenco, anche se sono abituati a un immaginario più magico. Ma anche qui non manca la favola. Ambientato in Mongolia, paese completamente disastrato dopo la caduta dell'impero per via delle leggi di mercato, e dove per lo più a dorso di cammello i nomadi si sono avviati a eleggere proprio due giorni fa come presidente il comunista Nambariin Enkhbayar, capo del «Partito rivoluzionario del popolo mongolo», il film ci racconta una vicenda serena. Nel deserto dei Gobi una famiglia di pastori nomadi possiede un gran numero di cammelli e di pecore. È l'estate, si susseguono i parti, mentre la vita scorre semplice e organizzata, ognuno attende ai suoi compiti: il nonno racconta le storie e fuma, la nonna cucina, i bisnonni si riposano, i genitori accudiscono figli e animali, i piccoli giocano e i piccolissimi piangono. Il ciclo vitale si riproduce, ma c'è una cammella bizzarra che, la prima volta, ci mette tre giorni a partorire e dopo non ne vuole sapere del piccolo. Così si chiama lo specialista, un musicista che con un rito speciale, accompagnato dal canto femminile, scioglie il dolore dell'animale che, infine placato, accetta di allattare. Tutto torna nell'ordine del bucolico insieme, non fosse che il ragazzino ha scoperto in paese la televisione e infine riuscirà a farsi comprare «le immagini di vetro». Dolcezza, lieve humour, attenzione, agli eventi, come si addice a un lavoro fatto nell'ottica dei narratori come Flaherty, una tradizione di cinema etnografico che torna di moda.
Autore critica:Silvana Silvestri
Fonte critica:Il Manifesto
Data critica:

27/5/2005

Critica 3:
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Data critica:



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