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Ispettore Callaghan: il caso Scorpio e' tuo! - Dirty Harry

Regia:Don Siegel
Vietato:14
Video:Warner Home Video
DVD:
Genere:Poliziesco
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dalla storia di Harry Julian, Rita M.e Dean Riesner Fink
Sceneggiatura:Harry Julian, Fink Rita M., Fink Dean Riesner
Fotografia:Bruce Surtees
Musiche:Lalo Schifrin
Montaggio:Carl Pingitore
Scenografia:Dale Hennessey
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Maurice S. Argent (Sid Keinman), Jo De Winter (Miss Willis), Clint Eastwood (Harry Callaghan), Lyn Edgington (Norma), Harry Guardino (Bressler),Craig Kelly (Serg. Reineke), Mae Mercer(Signora Russell), John Mitchum (De Georgio), Woodrow Parfrey (Jaffe), William Paterson (Bannerman), Andy Robinson (Scorpio), Reni Santoni (Chico Gonsales), Jsef Sommer (Rothko)
Produzione:Produzione: Malpaso Company - Warner Bros.
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1971
Durata:

192'

Trama:

A San Francisco l'ispettore Callaghan rende la vita difficile ai criminali. Ma un giorno un killer s'apposta sui tetti della città e spara ai passanti. Poi invia un biglietto alla polizia firmandosi Scorpio: si tratta di un assassino psicopatico, che ricatta la città minacciando di uccidere ancora se non riceverà 20.000 dollari. L'ispettore Callaghan viene incaricato del caso, Scorpio finisce in prigione ma viene subito scarcerato per mancanza di prove. A quel punto, Callaghan decide di agire al di fuori della legalità.

Critica 1:L'ispettore Harry Callaghan cattura Scorpio, maniaco omicida, che terrorizza San Francisco sparando dall'alto su vittime casuali. Il criminale è rilasciato per insufficienza di prove. Callaghan lo uccide e butta via il distintivo. Opera di rottura rispetto alla tradizione del poliziesco, ebbe grande successo e suscitò molte polemiche sull'uso che fa della violenza e dell'ideologia che le è sottesa. E, in realtà, un film di grande fascino visivo e di profonda ambiguità per l'intreccio del poliziesco hardboiled, del dramma sociale cronachistico, del racconto gotico: "... sfruttando la paura di un collasso dell'ordine pubblico, a un livello più profondo sfrutta la paura della sessualità" (A. Camon). Seguito da Una "44 Magnum" per l'ispettore Callaghan.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Girato in esterni naturali a San Francisco, spesso di notte, Dirty Harry fornisce a Eastwood, che lo incarna senza controfigure, il ruolo più popolare e controverso della sua carriera. Stroncato con un articolo durissimo («Saint Cop») da Pauline Kael, che lo definisce il film della «silent majority» nixoniana («directed by DS, formerly a liberal») e da Andrew Sarris, che lo accusa di «police paranoia» sul «Village Voice», il film solleva un tale polverone che i due principali accusati aspettano qualche tempo prima di replicare: Eastwood con decisione, difendendo i diritti delle vittime contro quelli dei criminali e un'idea di morale contro i formalismi della legge; Siegel in modo più confuso e ambiguo, ora con gli stessi argomenti usati dall'attore ora dichiarando di essersi limitato a mostrare in Harry un fanatico che non ama nessuno, un reazionario razzista che egli per primo non approva. In altre occasioni, meno affrettate, Siegel ha sostenuto invece che il lavoro di Harry, un «dirty job of social hygiene», è sicuramente un lavoro sporco e brutale ma che è anche altamente necessario; soprattutto per quelli che amano dimenticare che se è consentito loro muoversi con un minimo di sicurezza per le vie della città, questo accade grazie alla presenza degli Harry di turno; e che il suo film, in sintesi, lungi dall'essere una glorificazione si configura come un "morality play “ per nulla manicheo, ma problematico e irrisolto in quanto oggettivamente insolubile se non per mezzo di chiacchiere o di sindromi utopiche. (…)
Si diceva poc'anzi delle risposte fornite dal regista e dall'attore dopo le violente critiche portate da più parti a Dirty Harry e di come Eastwood, sicuramente, abbia replicato alle accuse in modo più spiccio. Ma c'è da aggiungere subito che evidentemente, al di là delle apparenze, quelle accuse lo hanno toccato davvero a fondo se da allora Eastwood è tornato per ben tre volte sul personaggio Callahan - 1973, 1976 e 1983 - con Magnum Force (Una 44 Magnum per l'ispettore Callaghan), The Enforcer (Cielo di piombo ispettore Callaghan) e Sudden Impact (Coraggio, fatti ammazzare!), nel tentativo, mai veramente risolto, di chiarire le ragioni, del suo eroe e servendosi di registi e collaboratori di diverso peso quali Ted Post, James Fargo, John Milius e Michael Cimino. Tentativo inutile, anche perché la critica ha, continuato imperterrita a ritenere il primo Harry - accanto al The French Connection (Il braccio violento della legge) di William Friedkin - il capostipite di un'ondata di polizieschi reazionari, comprendente opere svariate quali Badge 373 (Agente 373, Police Connection), The Laughing Policeman (L'ispettore Martin ha teso la trappola), Walking Tall (Un duro per la legge), Busting (Mani sporche sulla città), Mc Q (È una sporca faccenda, tenente Parker!), The Seven-ups (Squadra speciale), Cops and Robbers (Se ci provi... io ci sto!), White Lightning (Mc Klusly, metà uomo e metà odio), Death Wish (Il giustiziere della notte) e The New Centurions (I nuovi centurioni), firmate rispettivamente da Howard W. Koch, Stuart Rosenberg, Phil Karlson, Peter Hyams, John Sturges, Philip D'Antoni, Aram Avakian, Joseph Sargent, Michael Winner e Richard Fleischer. Opere in verità diversissime, non tutte frutto di una matrice apologetica. E nemmeno, ovviamente, di una volontà documentaristica, «life and work», intesa a illustrare il lavoro improbo, sottopagato, sottostimato, solitario, del poliziotto.
In realtà, è necessario andare oltre lo sporco realismo, tutto di superficie, di Dirty Harry, un realismo basato sulla triade «actual locations/strong language/heavy violence» e considerarlo come ha fatto Lovell, un miscuglio di tre ''generi'': l'influsso «hard boiled», con l'eroe moralmente scosso dal suo dover sguazzare nella palude della diffusa corruzione, quello sociale o giornalistico, col suo taglio naturalistico, e quello ''gotico'', evidente ad esempio nella definizione di Scorpio. Il quale, pazzo e bestiale, non riceve alcuna spiegazione esplicita, anche se alcune tracce (gli stivali da paracadutista o la fibbia del cinturone col simbolo pacifista), evocando il Vietnam e rivelando un bisogno psicotico di giustizia, lasciano scorgere un passato di orrori tale da giustificare la voglia omicida del killer. Scorpio, dunque, secondo le ''regole gotiche'' riempie la casella del male e, in quanto animale ferito che grida e che scappa, dovrà essere seguito, pugnalato e intrappolato da Harry secondo la scansione «search-location-capture-killing» della caccia.
Quanto ad Harry, ossessionato dalla voglia di scovare Scorpio ed eliminarlo per sempre, non ci sono parole che spieghino il suo comportamento: solo, senza relazioni sessuali o di amicizia, una moglie morta, procede contro tutto e tutti nella sua impresa - che pure sa inefficace, invischiato dentro un'ossessione (dentro un doverismo) che sono sembrati “vuoti'' e sospetti a molti critici che hanno indubbiamente a che fare con l'immagine del personaggio, identificandosi Harry col cavaliere solitario e incompreso. Sino a diventare, come ha commentato Richard Combs, un eroe statico e privo di sfumature, monoliticamente scolpito in un desiderio di purificazione, in un'ansia di bene, che lo conducono - lui puritano e moralista - a una «moral exhaustion», a una «emotional reticente», tanto più accentuate quanto maggiore è l'efficienza fisica del personaggio.
Sono osservazioni in parte da condividere. Lecite appaiono anche le letture di coloro che, utilizzando Fiedler e Reich, scorgono nell'avversione di Harry per la babelica città, notturna ed eléttrica, le tracce di una paura' dell'erotismo come «miscegenation». In questo caso Harry, sarebbe il soggetto che, espellendo da sé la propria violenza (proiettandola/situandola nel fuori), dedica poi la sua vita a una causa morale che si fa col tempo delirante. Diventa, insomma, un impotente voyeur del male, affascinato e inorridito dallo spettacolo del crimine, cultore di quell'Ersatz fallico che è la Magnum, dominato da un'idea fissa di purezza (la ragazzina sotterrata viva) come l'Edgar Allan Poe di «Berenice». Osservazioni, queste, riassunte nella definizione che Case ha dato del film: «an elegiac, necrophiliac, fascist love poem».
Se tutto ciò è verosimile, e lo è, nessuno dovrebbe allora stupirsi se i fantasmi di salvazione che agitano il personaggio percorrono ugualmente il pubblico, come rivela la poesia dedicata a Harry da Susan Hankla («Living with D. H.») in «The Film Journal»: «He is a hero. /I believe in him./ I believe in him. / It is necessary that I believe». Ma ciò che davvero conta per noi, a questo punto, è mettere in luce l'atteggiamento di Siegel nei confronti di Harry, nel film e dopo il film. E Siegel, qualunque cosa abbia detto a film terminato, ''è'' Harry. Di Harry condivide le fantasie di vendetta e di compensazione. Che ciò avvenga, che dal disgusto morale dell'autore, dalle sue frustrazioni, possano nascere fantasmi icariani e irenistici attorno al modello di un eroe forte, non è difficile da comprendere. Meno bene vanno le cose quando buona parte della critica, scrivendo come se non avesse né inconscio né fantasie né pulsioni, irride al regista dall'alto di una razionalità pura tanto più risibile perchè senza vita.
Ma torniamo a Siegel, per il quale Harry è personaggio cruciale e simbolico. Anzi, nel momento affannoso della corsa per la città (della corsa contro il tempo per evitare la morte della ragazzina), è un eroe del modo di invenzione tragico, come lo definisce Frye; e, insieme, un eroe ''alto-mimetico'' di enorme fascino perchè di esperto autocontrollo e di felici imprese, in grado di ''risolvere'' le situazioni più difficili (come si vede nella scena della rapina alla banca, osservata inizialmente dal bar, dove Harry, uno come noi, consuma un hot dog, e subito virilmente risolta, come noi non sapremmo fare, con intelligenza e freddezza). Fascino dell'eroe a tutto tondo, cavaliere solitario e senza donna, dedito alla giustizia per motivi che non è necessario dire, ma soggetto più che mai, questa volta, sia alla critica sociale che all'ordine naturale delle cose. Un eroe, allora, dell'epica western, frustratodal diverso orizzonte (urbano) in cui si trova a vivere col suo grande e incompreso professionismo. Un eroe western pieno di rabbia e di furori, che non giunge più da fuori per ripulire quella nuova Frontiera senza legge che è la città, anche perché non esiste più il ''fuori'' della città.
Così, nei punti decisivi del film, Siegel disegna Eastwood, come eroe western. Ad esempio, quando Harry, finalmente, appare in alto sul ponte, pronto a gettarsi sulla diligenza/pullman dentro la quale il malvagio Scorpio tiene in ostaggio, pistola in pugno, la scolaresca. O durante il duello finale, coi due - infine - soli e faccia a faccia in uno spiazzo deserto. L'apertura del film, dunque, con la dedica/monumento ai caduti della polizia, assume un rilievo che occorre necessariamente definire fordiano, specie quando si pensi a consimili motivi, celebrativi e commossi, dei tre film sulla cavalleria. A conti fatti, pertanto, Dirty Harry è molto più un film nostalgico di quanto Siegel medesimo, dopo, abbia voluto ammettere: un film in cui le ironie rivolte a Coogan e il rapporto contraddittorio con l'Eastwood di The Beguiled si decantano in un atteggiamento di più piena identificazione. Che poi Siegel scorga con chiarezza l'eccezionalità del suo personaggio e la sua improponibilità, oppure prenda le distanze politicamente dal suo mito, è un altro paio di maniche: si tratta di una complicazione a posteriori, che rivela in lui e in tutti gli spettatori avvertiti l'esistenza di una schizofrenia fra la razionalità dei discorsi politici e gli investimenti pulsionali. Del resto, chiunque non ''superi'' l'impasse tematica del film ricorrendo ad altri fantasmi (ugualmente icariani anche se collettivi) di salvazione, deve ammettere che di fronte al guazzabuglio urbano ha almeno una volta sentito il fascino/nostalgia di essere/avere Harry. Il quale, come si sa, getta via con disgusto il suo distintivo come Siegel non ha mai fatto con il suo distintivo di regista e come qualcuno aveva fatto, in un western per l'appunto, High Noon (Mezzogiorno di fuoco), vent'anni prima.
Più dei critici, e dei loro facili scandalismi, hanno capito qualcosa di questo film incompreso coloro che, come Paul Nelson su «Rolling Stone», hanno visto in Harry un archetipo dell'eroe classico, dell'eroe pieno di forza e dignità e onore, a cui nessun spettatore o critico avrebbe mai chiesto spiegazioni circa il suo bisogno di giustizia` (Interrogato sulle sue motivazioni in The Enforcer, cinque anni più tardi, Harry schiverà la domanda pudicamente: «Se te lo dicessi, non mi crederesti mai».) Dirty Harry, dunque, è un poliziesco con fortissime riverberazioni iconiche western e il suo modello, più che il citato High Noon, è lo Shane (Il cavaliere della valle solitaria) di George Stevens, soprattutto per quell'aura di misteriosa solitudine e di vocazione al sacrificio cui Siegel contribuisce accentuando per il suo eroe, ferito al petto, la simbologia religiosa del Calvario e della Croce.
Si potrà dire, di gesto archetipo ormai anacronistico, ''sporco'' e alla deriva nel cinema degli anni settanta (alla deriva come i protagonisti di The Wild Bunch), che è un film di Eastwood; che la prova della sua reale paternità, ben oltre la ''firma'' ufficiale, risiede nella scomparsa della finezza siegeliana, che lascia il posto alle «oversimplifications» dell'interprete. È tutto vero, ma è anche vero che Siegel, questo film, lo ha girato con palese nostalgia del suo eroe."
Autore critica:Roberto Vaccino
Fonte critica:Don Siegel, Il Castoro Cinema
Data critica:



Critica 3:
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