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Marpiccolo - Marpiccolo

Regia:Alessandro Di Robilant
Vietato:No
Video:
DVD:No
Genere:Drammatico
Tipologia:Disagio giovanile, Letteratura italiana - 900
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Andrea Cotti (dal romanzo “Stupido”), Leonardo Fasoli
Sceneggiatura:Andrea Cotti (dal romanzo “Stupido”), Leonardo Fasoli
Fotografia:David Scott
Musiche:Mokadelic
Montaggio:Roberto Missiroli
Scenografia:Sabrina Balestra
Costumi:Ilaria Albanese
Effetti:
Interpreti:Giulio Beranek (Tiziano), Anna Ferruzzo (Maria, madre di Tiziano), Selenia Orzella (Stella), Michele Riondino (Tonio, il boss locale), Nicola Rignanese (Franco), Roberto Bovenga (Trascene), Maria Pia Autorino (Luisa), Giorgio Colangeli (De Nicola, la guardia carceraria), Valentina Carnelutti (Prof.ssa Costa)
Produzione:Marco Donati per Overlook Production e Rai Cinema, con la partecipazione di Apulia Film Commission-Provincia di Taranto-Comune di Taranto-Taranto Film Commission Mibac
Distribuzione:Bolero Film
Origine:Italia
Anno:2009
Durata:

87’

Trama:

Taranto, quartiere Paolo VI, zona sud della città. E' qui che vive il 17enne Tiziano, tra strade dissestate e case prefabbricate, dove è inutile cercare librerie, farmacie o centri commerciali. Non c'è niente a parte pochi bar, alimentari e officine meccaniche, tutto gestito abusivamente o illegalmente. Tiziano va poco a scuola e la sua famiglia è piena di problemi. Sognando di potersene andare via, Tiziano fa dei lavoretti per Tanio, un boss locale, ma per lui il futuro sembra segnato, soprattutto quando finisce nel carcere minorile. Ma Tiziano non si arrende e con lui, disposti a dargli un'altra possibilità, ci sono anche una guardia carceraria, la sua ragazza, la sua sorellina, sua madre, suo padre e la professoressa di italiano della sua scuola.

Critica 1:Taranto è una città di confine. Non per quel mare che la invade- il Marpiccolo del titolo è quel bacino aperto che si insinua nella città, tra i ponti e il lungomare - ma per quel suo essere archetipo moderno del disagio economico, morale e sociale. E Alessandro Di Robilant, che tutti ricordiamo per Il giudice ragazzino, l'ha scelta per tornare col suo cinema civile gentile, fatto di sentimenti, storie e grandi temi che rimangono sullo sfondo, come location inevitabili.
Il regista, infatti, non si impelaga in un film didascalico ma in una favola nera con possibile e sofferto lieto fine, un romanzo di formazione di un adolescente (Giulio Beranek, esordiente notevolissimo) che passa la sua Linea d'ombra - libro citato, con una piccola e ingenua forzatura, dalla brava "professoressa" Valentina Carnelutti- tra il quartiere della periferia tarantina Paolo Vi e le vie più centrali, cercando fughe e scorciatoie da una realtà oppressiva come la cappa inquinante che viene dalla mastodontica e onnipresente Ilva. Taranto è la città dell'incredibile crack comunale e dei tumori galoppanti, è la polvere che si deposita ovunque, è la criminalità organizzata che si fa stato sociale e datore di lavoro. E Michele Riondino, giovane boss, è perfetto nel suo ruolo di rampante cinico e muscolare, mette dentro il personaggio tutta quell'infanzia personale passata proprio a Paolo VI, non sgarra nella facile retorica mafiosa e nello stereotipo, compare poco e bene, dando le sterzate giuste al film.
Suo ideale contrappunto è la bellezza fresca e genuina di Selenia Orzella, (ma)donnina dei sogni dell'uomo bambino che sceglie la strada anarchica di un crimine alla Gomorra - contro le leggi dello stato e contro quelle dei boss- per andar via da quella città che, come molto meridione, non è un paese per giovani onesti. In mezzo Anna Ferruzzo, straordinaria e poco conosciuta attrice, madre del ragazzo e moglie di un giocatore d'azzardo squallido e ricattabile, una che sa schiaffeggiare il potere costituito, ribellarsi con gesti forti (la protesta femminile e femminista che abbatte l'antenna telefonica è una bella ed essenziale scena madre) ma che non sa contrastare il lato oscuro della forza.
Un racconto semplice, come quello Stupido scritto da Cotti (quello di Un gioco da ragazze ), che sa essere formativo e informativo senza annoiarci né perdersi in facili schemi, una regia lineare e capace e interpretazioni solide e appassionate qui si uniscono in un compatto Bignami delle gioventù bruciate dei ragazzi di oggi. Non un capolavoro, ma uno di quei film che ti scaldano il cuore, maltrattandotelo il giusto, che ci mostrano rabbie e dolori di un mondo e di una generazione, non rinchiudendosi nel nichilismo. Non scomodate il capolavoro di Garrone, però, questo è un ottimo Di Robilant.
Autore critica:Boris Sollazzo
Fonte criticaLiberazione
Data critica:

6/11/2009

Critica 2:C'è un cuore antico, o classico, nel film di Di Robilant (Il giudice ragazzino). Più che fare seguito ai molti esempi recenti di cinema civile, la sua cultura sembra appellarsi ai modelli estetico-ideologici degli anni duri del dopoguerra. Al melodramma sociale da Giuseppe DeSantis al Kazan di "Fronte del porto". Nella sua Taranto avvelenata dall'Ilva si muovono personaggi ben profilati, ciascuno con il proprio destino. Al centro il ragazzo Tiziano, impaziente, intelligente, deciso a prendersi la vita a costo di bruciarsela. Intorno un coro nel quale i maschi sono negativi e le donne trasmettono invece coraggio. Costruito secondo parametri un po' rigidi ma con un risultato molto rispettabile.
Autore critica:Paolo D’Agostini
Fonte critica: La Repubblica
Data critica:

7/11/2009

Critica 3:L'hanno definito il Gomorra di Taranto, perché girato nel quartiere Paolo VI della città pugliese dove povertà e degrado ambientale rappresentano l'humus ideale per il proliferare della criminalità. Ma, a differenza del film di Garrone, Marpiccolo di Alessandro di Robilant, basato sul libro Stupido di Andrea Cotti (anche cosceneggiatore), non è un cupo affresco del Male, bensì il ritratto di un adolescente che, causa un problematico contesto socio-familiare, è coinvolto con la malavita e al contempo conserva il sogno di una vita migliore.
A volte troppo didascalico, il film è tuttavia felice nel disegnare Tiziano e i suoi rapporti con la trepida madre, la ragazza amata, la sorellina e il padre giocatore e perdente. E l'inedito interprete, il giostraio Giulio Beranek, è una bella scoperta.
Autore critica:Alessandra Levantesi
Fonte critica:La Stampa
Data critica:

6/11/2009

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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