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Specchio (Lo) - Ayneh

Regia:Jafar Panahi
Vietato:No
Video:In uscita
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Infanzia di ogni colore
Eta' consigliata:Scuole elementari; Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Jafar Panahi
Sceneggiatura:Jafar Panahi
Fotografia:Fardat Jodat
Musiche:
Montaggio:B. Ardalan
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Mina Mohamed Khaniani, R. Mojdehi, N. Omoumi, T. Samadpour, M. Shirzad
Produzione:Jafar Panahi, Vahid Nikkah Azad
Distribuzione:Mikado
Origine:Iran
Anno:1997
Durata:

95'

Trama:

All'uscita di scuola, Mina, una bambina di undici anni, attende la madre che però tarda a farsi viva. Dopo aver tentato di telefonare, Mina si avvia da sola verso casa, sbaglia autobus dando così inizio ad una grande avventura.

Critica 1:A Teheran una bambina non trova sua madre all'uscita dalla scuola. Il film racconta come torna a casa, sola. Ma in autobus la bambina (è, con due anni in più, la stessa interprete di Il palloncino bianco) si stufa di recitare, si toglie il velo e il finto gesso dal braccio e se ne va, dimenticandosi di avere addosso il microfono. Il regista decide di seguirla a sua insaputa. Il film ricomincia. Allievo di A. Kiarostami, J. Panahi (1960) fa una deliziosa variazione su due temi di base del cinema iraniano: i bambini e il cinema nel cinema. Attraverso i bambini e il loro sguardo "ingenuo" si possono aggirare i veti della censura, togliendo il velo alla realtà sociale. Col secondo espediente si mette in discussione lo statuto della fiction e del cinema in presa diretta sulla vita per la strada. "Non succede niente", ma intenerisce, diverte, commuove, incanta e fa pensare. Pardo d'oro a Locarno 1997.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Nel traffico assordante di Teheran, un gruppo di scolarette attraversa un incrocio. La macchina da presa le segue per qualche metro, poi le abbandona. Il suo interesse è ora tutto per un vecchio esitante. Appoggiandosi a un bastone, l'uomo tenta di raggiungere il marciapiedi opposto: a metà dell'impresa torna sui suoi passi. Adesso, l'occhio dell'obbiettivo cade su due donne con una carrozzina. Seguendole al di là dell'incrocio, scopriamo una bimbetta di sei o sette anni, Mina (Mina Mohammad Khani). Su di lei, qualche minuto prima è iniziato Lo specchio (Ayneh, Iran, 1997). Avvolgente, circolare il cinema la raccoglie, la stringe a sé. Seduta su un muretto, da un po' è in attesa della madre. Ha il braccio sinistro ingessato. A noi pare che questo la renda ancora più insicura. La regia di Jafar Panahi sembra non aggiungere nulla alla sua pura presenza di fronte all'obbiettivo. Come già Aida Mohammad Khani - la piccola protagonista di Il palloncino bianco (Panahi, 1995) -, anche lei ha nello sguardo una trasparente ingenuità, che s'accompagna a una curiosità intelligente e coraggiosa. Forte dell'una e dell'altra, Mina decide d'affrontare il caos. Aggrappata ai vestiti d'una sconosciuta, attraversa la strada. Di là c'è un telefono. Arrampicandosi come meglio può, infila una monetina: dall'altra parte nessuno risponde. Le tocca dunque tornare alla scuola. Per farlo, si mette "al riparo" del vecchio esitante che, di nuovo, tenta di vincere il traffico. Ancora una volta, a metà rinuncia. Così, Mina si trova perduta, sola in mezzo a camion, auto, moto. Solo la narrazione cinematografica resta a prendersi cura di lei, e - ne siamo certi - ad accompagnarla, avvolgente, e circolare, fino a ritrovare la casa e la madre. È questo il primo tema del film, il più immediato: lo smarrimento di. Mina. Il suo piccolo coraggio, intelligente e curioso, è tutto ciò di cui dispone, in una città enorme, colma di vita, insieme ricca d'umanità e di rischi. Panahi la segue, la scruta, la racconta: prima sullo scooter d'un tale che s'è offerto d'aiutarla, poi su un autobus, in mezzo a donne e uomini che a stento s'accorgono di lei, presi come sono dal mestiere di stare al mondo. Fin qui, il film va a cercare le proprie immagini direttamente o indirettamente negli occhi di Mina. Quello che vediamo, appunto, è ora la sua espressione incuriosita e attenta, e ora invece il mondo che le brulica attorno, caotico. Suoni, volti, racconti, situazioni: tutto Panahi ci ridà così come giunge alla bambina, in un disordine amplificato dallo smarrimento. Intanto, da qualche radio e da più d'un commento sappiamo che è in corso una partita di calcio di grande importanza. Pare che, nello "specchio" del cinema, la regia lasci intravedere riflessi di vita. Ma l'avventura di Mina non è ancora finita, e con essa neppure la nostra in platea. All'improvviso, infatti, la bambina guarda in macchina: non ha più alcuna intenzione di recitare. Nonostante le proteste e le preghiere di Panahi, si toglie il finto gesso e abbandona il set. Lo specchio non riflette più alcunché. La vita ha fatto irruzione nel cinema, lo ha troncato. Che si tratti d'un imprevisto emergere della realtà dalla finzione? Così parrebbe far credere il film. Le immagini cambiano tonalità. Al posto degli attori, ora si vedono e si sentono gli uomini e le donne della troupe. D'altra parte, il caso ha voluto che Mina tenesse addosso il microfono. Il cinema può dunque continuare a seguirla, a sua insaputa e con un più forte "tasso di realtà". Se Lo specchio si limitasse a questo, non sarebbe che un buon film (già visto) sul rapporto tra verità e rappresentazione. E invece il suo senso è molto meno ovvio. Ora che nello specchio del cinema ha smesso di riflettersi la vita, scopriamo che il gioco si capovolge. Tutto quanto ha vissuto nella prima parte, infatti, Mina lo rivive nella seconda: lo smarrimento, la curiosità, il coraggio, la ricerca della casa. Non sarà proprio la vita uno specchio del cinema? D'altra parte, qualcosa nella ribellione di Mina ci dovrebbe mettere in sospetto. Nel momento in cui l'occhio della cinepresa subisce uno scacco, una seconda cinepresa e un secondo occhio sono già pronti a vedere, a mostrare. Così, il cinema prima riflette l'interruzione del riflesso del cinema e poi riflette il riflettersi del cinema nella vita... Ci siamo smarriti, anche noi. Come la piccola Mina, siamo soli in mezzo alle immagini, senza guide e ripari. Ma, proprio come Mina e senza che ce ne rendiamo conto, siamo ancora ben dentro la narrazione cinematografica: con lei, torniamo a casa, nella sicurezza che sta dietro una porta socchiusa. Forse, quello che abbiamo vissuto per poco più di 90 minuti è un riflesso assoluto, come se lo specchio e la realtà non fossero niente, a confronto delle immagini che ne nascono e che ci prendono, circolari e avvolgenti.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

25/7/1999

Critica 3:Come in uno specchio, la prima e la seconda parte del film si riflettono uguali e opposte. Se lo scopo della ragazzina rimane lo stesso in entrambe le situazioni (quello di trovare la via di casa), il punto di vista dello spettatore e la narrazione cinematografica mutano radicalmente: da una parte assistiamo alla storia di Mina all’interno della cornice classica della fiction, nella quale la presenza del regista è nascosta tra le righe della storia; dall’altra, grazie al colpo di scena che ci porta sul set del film, la stessa ricerca è narrata attraverso la tecnica della candid camera, nella quale la piccola bambina non sa di essere filmata.
Cambia anche la prospettiva dello spettatore: lo svelamento del mezzo cinematografico dà al pubblico una maggiore sensazione di realismo, essendo venuto meno un filtro tra il reale e la sua rappresentazione. La doppia avventura di Mina ci costringe a meditare su interrogativi di ordine etico: cosa è vero e cosa non è vero di quello che vediamo sullo schermo? Cosa è giusto e cosa non è giusto riprendere? Fino a che punto il cinema sa cogliere le peculiarità della vita umana?
L’infanzia diventa in tal modo un volano per la riflessione (nel doppio senso del verbo), un mezzo per capire che la realtà non è poi diversa dal cinema (le due parti del film si assomigliano), ma anche che il cinema non può controllare la realtà (si vedano le difficoltà a filmare Mina in mezzo al traffico della città) e ha dei limiti che non può superare (la porta di casa di Mina chiusa in faccia alla troupe).
La lettura critica de Lo specchio non si esaurisce certo nel gioco metalinguistico. Al centro del film c’è, infatti, una bambina e quello che le succede. Sia nella parte “funzionale” del racconto che in quella “documentaria” ci troviamo di fronte a un grido di dolore. Mina è, innanzi tutto, sola e sperduta in mezzo alla città. Gli adulti non sono in grado di aiutarla, ma prima ancora non sono capaci di ascoltarla. Per di più, almeno nella prima parte del film, la ragazzina è metaforicamente impedita nei suoi movimenti e nel suo desiderio di esprimersi: il gesso alla mano, le scarpe scomode (che si toglierà appena fuori dal set cinematografico), il chador in testa.
Da questo punto di vista, la ribellione del personaggio dai vincoli della finzione, il suo togliersi il gesso e le scarpe, indicano un desiderio di rivalsa della piccola che, in particolare nella società iraniana, rimanda a una voglia di libertà che coinvolge proprio i gruppi sociali che Mina rappresenta: i bambini e le donne. Tuttavia questo desiderio di emancipazione pare non avere successo: nella seconda parte della pellicola, Mina non recita più le battute suggerite dal cineasta del film, ma, di fatto, ripete le stesse esperienze e gli stessi atteggiamenti che già aveva quando faceva l’attrice.
Al bus e alla motocicletta si sostituisce, nella parte “realistica” del racconto, il taxi, senza che alcun mezzo di locomozione porti la ragazzina a casa; la partita di calcio, che ascoltiamo alla radio, continua imperterrita, così come il caos del traffico e lo scacco delle relazioni intergenerazionali con gli adulti. Qualsiasi rivolta, sia essa alla crudeltà del cinema o della realtà, non produce, sembra dirci il film, nessun cambiamento. La porta chiusa in faccia da Mina alla troupe è così il rifiuto di qualsiasi intrusione, la consapevolezza che in questo mondo forse il modo migliore per cavarsela è fare affidamento solo su di sé.
Autore critica:Marco Dalla Gassa
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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