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Quasi famosi - Almost Famous

Regia:Cameron Crowe
Vietato:No
Video:In uscita
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:La musica
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Cameron Crowe
Sceneggiatura:Cameron Crowe
Fotografia:John Toll
Musiche:Nancy Wilson
Montaggio:Joe Hutshing, Saar Klein
Scenografia:Clay A. Griffith, Clayton Hartley
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Billy Crudup (Russell Hammond), Frances Mcdormand (Elaine Miller), Kate Hudson (Penny Lane), Jason Lee (Jeff Bebe), Michael Angarano (William giovane), Zooey Deschanel (Anita Miller), Patrick Fugit (William Miller), Philip Seymour Hoffman (Lester Bangs), Anna Paquin (Polexia Aphrodesia), Noah Taylor (Dick Roswell)
Produzione:Dream Works Skg - Vinyl Fims
Distribuzione:Columbia
Origine:Usa
Anno:2000
Durata:

122'

Trama:


Nel 1969 William Miller ha undici anni, sebbene sia convinto di averne uno di più. Vive a San Diego con una madre salutista e iperprotettiva e una sorella ribelle che non può resistere al richiamo della libertà che caratterizza il periodo. Ricevuti in eredità i dischi della sorella, che se n’è andata a scoprire il mondo, Willy diventa un grande appassionato di rock. Entrato in contatto con Lester Bangs, un famoso giornalista musicale indipendente, riceve l’incarico di recensire un concerto dei Black Sabbath. Fa così conoscenza con gli Still Water, una formazione emergente, e in particolare diventa amico e confidente del chitarrista della band, Russell, e di Penny Lane, la giovane groupie innamorata di lui. La realizzazione di un’intervista esclusiva porta Willy a seguire il gruppo in un tour attraverso l’America, alla fine del quale il ragazzo ritornerà a casa profondamente disincantato.

Critica 1:Ispirata all’esperienza concreta dell’autore, collaboratore durante l’adolescenza della famosa rivista “Rolling Stone”, la storia di William Miller è un viaggio attraverso uno dei periodi più esaltanti della storia della musica rock. Presentato sin dall’inizio come troppo piccolo per gli ambienti che frequenta, Willy rappresenta infatti una chiave particolare per descrivere un mondo chiuso e apparentemente irraggiungibile. Coronando in giovane età il sogno di diventare un giornalista rock, il personaggio realizza il suo apprendistato alla vita concentrandolo nel percorso compiuto all’interno di quello specifico ambiente musicale. Una serie di situazioni ripropone tutti i topoi narrativi dell’immaginario rock, dalla devozione dei fan all’autodistruttività tipica dei leader, dalle rivalità all’interno delle band alla promiscuità sessuale praticata dai musicisti, dagli incidenti aerei che hanno nutrito la mitologia alla polemica nei confronti dello star system.
Il viaggio che si svolge dalla costa occidentale a quella orientale degli States, da San Francisco a New York, si pone come evidente metafora dell’ampiezza e della complessità dell’esperienza realizzata dal protagonista, al termine della quale ha avuto luogo una vera e propria desacralizzazione di quel divismo rock che spesso e volentieri rappresenta per gli adolescenti un modello da imitare. Willy è infatti una sorta di spettatore in scena, che da buon giornalista sa mescolarsi in mezzo ai personaggi che devono diventare i protagonisti del suo pezzo, con i quali costruisce un clima di confidenza e fiducia. Ma è proprio sul piano della confusione tra l’attività professionale e la vita privata che si consuma la delusione del personaggio, che imparerà a proprie spese il carattere interessato dei rapporti che si stabiliscono tra i musicisti e i rappresentanti dei mass media. Gli Still Water hanno bisogno di Willy come Willy ha bisogno di loro.
Partire per seguire la tournée degli Still Water significa per il personaggio affrancarsi dalla presenza invadente di una madre ossessionata dalle nuove mode giovanili, incentrate sulla libertà sessuale e sull’uso delle droghe. E quindi iniziare un percorso di crescita e formazione alla vita, all’interno del quale c’è posto anche per una relazione esclusiva, sospesa tra l’amicizia e l’innamoramento, nei confronti della giovane Penny Lane. La ragazza è un personaggio che ha già svolto pressoché interamente il suo apprendistato all’interno di quell’ambiente e che adesso desidera nuovamente mettersi in viaggio, ma questa volta per conoscere il mondo reale.
È significativo che il film si concluda con il ritorno a casa del protagonista profondamente prostrato, un approdo al quale non viene attribuito un ruolo esclusivamente negativo. Esso segna infatti il ristabilimento di una serie di rapporti personali (con la sorella, con la madre, con lo stesso musicista) che restituiscono dignità alla frequentazione di un ambiente che non sarà più quello delle prime pagine dei giornali, ma che è certamente più autentico.
Autore critica:Umberto Mosca
Fonte criticaAiace Torino
Data critica:



Critica 2:C’è aria da Nashville in giro; e aria da American Graffiti. Come eravamo e come non saremo mai più, con tenerezza critica e consapevolezza distante. Ma Quasi famosi non è un film sulla nostalgia dei "favolosi Settanta" (prima furono i Sessanta e tra un po' saranno gli ottanta e i Novanta), non tesse il rimpianto della giovinezza. É piuttosto un film sulla "Coming of Age", sulla maturazione di un ragazzo e sulla consunzione di un sogno, il sogno del rock che libera l'anima e la testa, e che invece, piano piano, finisce per sottostare ai piccoli e grandi tradimenti delle convenzioni, alla fascinazione del mercato. C'è un personaggio del film di Cameron Crowe che ha già capito tutto: il critico Lester Banqs, misantropo e scontento, sempre chiuso in casa, che dà al giovane William i suoi consigli. Quello fondamentale (“Devi farti una reputazione essendo soprattutto sincero e molto spietato”), quello storico (“Sei arrivato in un momento pericoloso per il rock: la guerra é finita e hanno vinto loro”), quello esistenziale (“L'unica moneta forte in questo mondo in bancarotta é ciò che scambi con un altro sfiqato”). Nelle parole di Lester Bangs c'è tutto il senso del film, dall'euforia alla crescente disillusione, c'è la sensazione che, certo, hanno vinto loro, ma noi siamo ancora qua. Crowe ricorda, non solo la sua storia (quando nel '73, quindicenne, si mise al seguito di un gruppo musicale per fare un reportage per "Rolling Stone") ma anche la "sua" musica e il "suo" cinema, e ritrova la meraviglia di quel mondo, il ritmo di quelle assonanze, la cadenza impagabile di quelle immagini. Un film di due ore e due minuti che fugge via con una leggerezza e una ricchezza che abbiamo dimenticato: storie, volti, telefonate, tappe dell'Almost Famous Tour 73 si intrecciano in un affresco che non cade mai nella maniera. L'autore agguanta un’immagine suggestiva (l'attacco di un concerto o una ragazza che balla da sola in una sala vuota), la incornicia, le da spazio, ma subito l'abbandona. Non c'è un metro di pellicola sprecato in Quasi famosi, né una battuta, un sorriso, una lacrima. É il cinema come dovrebbe essere.
Autore critica:Manuela Martini
Fonte critica:Film TV
Data critica:

2/5/2001

Critica 3:Anche Hollywood produce “film di nicchia”: sembra una contraddizione in termini, ma non troveremmo un modo migliore per definire Quasi famosi, che pure é stato candidato a numerosi Oscar e ha portato Cameron Crowe alla statuetta per il miglior copione, già sfiorata con il precedente JerryMaguire” interpretato da Tom Cruise. Quei film aveva “sdoganato” Crowe a Hollywood, dopo l'esordio giovanilista di Singles: la presenza di un divo e il tema molto “nazional-popolare” (lo sport professionistico e i suoi legami con i media e il mondo del business), avevano portato questa curiosa figura di ex reporter, inguaribilmente rockettaro e legato alla memoria dei “gloriosi” anni '70, ad un successo che non avrebbe mai osato immaginare quando scriveva piccole recensioni musicali per i quotidiani di San Diego. Quando ha iniziato a lavorare nei cinema, Crowe non ha rinnegato il passato: ha continuato ad avere la mentalità del cronista, realizzando un bellissimo libro-intervista con Billy Wilder, e poi ha deciso che a 43 anni avrebbe scommesso sui film della sua vita. Quasi famosi è spudoratamente autobiografico, e questo è uno dei tre, fondamentali motivi per cui lo definiamo “di nicchia”; alla grande industria di Hollywood interessano davvero poco le storie personali dei suoi subordinati, e nemmeno registi onnipotenti come Spielberg, Lucas e Coppola hanno mai messo in scena la propria infanzia (c'è andato vicino Scorsese, ma in modo più mediato). Gli altri due motivi sono il cast (non ci sono star, in un film che racconta anche la vita delle star) e l'argomento. Tutto può accadere, ma é difficile immaginare che Quasi famosi piaccia anche a chi odia il rock'n'roll. Chi invece era ragazzo negli anni 70, e impazziva per Paul Simon, Neil Young, Led Zeppelin, Allman Brothers (tutti gruppi ampiamente presenti in colonna sonora) si identificherà in Crowe e nella sua storia, e troverà in Quasi famosi il film che aspettava da anni. L'unico pudore dei regista consiste nei cambiarsi nome: si chiama William Miller, nel film. Per il resto, proprio come il piccolo Cameron, William se ne va di casa a 15 anni, con il permesso di mammà, per seguire la tournée di un gruppo rock che nel film ha l'immaginario nome di Stillwater (nella realtà furono gli Allman ). Il tour é un romanzo di formazione: girando l'America con quella gabbia di matti, il ragazzino viene svezzato moralmente, culturalmente e sessualmente. L'amore per una “groupie” - chiamata Penny Lane (come la canzone dei Beatles) lo segnerà per sempre, ma non mancherà neppure la riconciliazione con la madre. Toccante nel rievocare l'epoca, pieno di riferimenti che faranno la gioia dei fans, Quasi famosi ha due difetti: é fin troppo, orgogliosamente, privato; e ha molte cadute buoniste, che finiscono per trasformarlo in un sogno. Di un rock che forse non è mai esistito, di un'America che vorrebbe tanto esser così “umana”.
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte critica:l'Unità
Data critica:

5/5/2001

Libro da cui e' stato tratto il film
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