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Rivolta (La) - Mur (Le)

Regia:Yilmaz Guney
Vietato:14
Video:DB Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Diritti umani - Esclusione sociale
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Yilmaz Guney
Sceneggiatura:Yilmaz Guney
Fotografia:Izzet Akay
Musiche:Setrak Bakirel, Ozan Garip Sahin
Montaggio:Sabine Mamou
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Ali Berktay, Jean Pierre Colin, Jacques Demanche, Isabelle Tissandier
Produzione:Mkz Tf1 Films Guney Production
Distribuzione:Bim
Origine:Francia
Anno:1983
Durata:

107'

Trama:

È quella di alcuni ragazzi del Dormitorio numero 4 della prigione di Ankara (Turchia). Nella prigione sono raccolti uomini e donne, detenuti politici e delinquenti comuni, ma l'obiettivo è puntato soprattutto sui giovanissimi, sempre umiliati, bastonati e seviziati. Lo scarso cibo, la mancanza di vetri alle finestre e di acqua, i parassiti e, più che ogni altra cosa, la gragnuola di botte che sadicamente si rovescia ogni giorno su di loro, spinge alcuni ragazzi tra i più animosi ad organizzare una rivolta: la quale ha come unico scopo quello di un trasferimento in altra prigione, che non può, a detta dei promotori, essere peggiore. Ma ad un regime oppressore e carcerario non è dato di sfuggire: dopo che il più giovane dei congiurati viene ucciso, perché desideroso di libertà, egli ha voluto evadere, anche la nuova prigione si presenta agli infelici ragazzi per quella che è, ossia il ben noto ambiente, con scarso cibo e ancora sevizie ed umiliazioni.

Critica 1:Ispirato a una sommossa accaduta nel 1976 in un carcere di Ankara, è la storia di una rivolta in un penitenziario turco per ottenere il trasferimento in un carcere meno duro dove "si potesse vedere il mare e la TV". Pur non trascurando gli altri settori (il politico, il femminile, quello dei "comuni" adulti), l'azione si concentra su quello minorile, e l'orrore, la compassione, l'indignazione sono incentivati. Occorreva un alto magistero stilistico per dominare una materia così calda e il regista lo mostra soltanto a tratti. È l'ultimo film di Y. Guney (1937-84), attore, sceneggiatore e regista, il n° 1 del cinema turco che passò qualche anno in carcere dove scrisse le sceneggiature di cinque film. Rilasciato con un permesso speciale nel 1982, espatriò clandestinamente e, girandolo in un'abbazia francese nei pressi di Senlis, diresse questo film, il primo dopo dieci anni. Gli interpreti furono trovati tra gli arabi nordafricani della periferia di Parigi e tra i turchi di Berlino.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Opera doppiamente maledetta, La rivolta: film d'esilio e film (quasi) postumo. Yilmaz Güney si ispira a un fatto avvenuto nel 1976 e che era stato al centro di un racconto di vita carceraria, scritto dal regista, allora prigioniero. Lunghissimo il titolo: “Noi vogliamo una stufa, i vetri per le finestre e due pani al giorno”. L'esperienza carceraria, che Güney patisce per dodici anni tra il 1960 e il 1980, è alla base di molti film dell'autore curdo. Prima di Yol e di La rivolta, compare tutta una galleria di titoli, inediti in Italia, che sembrano tratti di peso da un ambiente di miseria, paura, privazione della libertà: I fuggiaschi, I disperati, Speranza, Dolore, Inquietudine. Tutti film che trovano una solida base documentaristica nel vissuto dell'autore o delle persone con cui ha diviso la prigionia. “Il muro - dice il regista, spiegando il titolo originale dei suo ultimo film - è quella barriera da scavalcare, o, se necessario, da abbattere, perché l'individuo sia libero non soltanto politicamente, ma socialmente e moralmente”.
Per Güney scavalcare il muro ha significato abbandonare il proprio Paese, optare per l'esilio. Ma quest'esilio non equivale all'ingresso in un mondo nuovo, ma alla lancinante riflessione su quello abbandonato che, nella lontananza, s'impone come presenza ineludibile. Ed ecco il regista ricostruire la sua Turchia, la Turchia delle carceri, in una vecchia abbazia francese, e arruolare, quali interpreti, i turchi dell'emigrazione. Forse, attorno alla prigione cinematografica, gli alberi e i tetti hanno un'aria da regione parigina, ma il dato scenografico non muta il sentimento di cui è impregnato il film. Güney redige un messaggio dalla Turchia, anche se per inoltrarlo si affida ai servizi di un Paese terzo (emblematicamente gira il film in duplice versione, turca e francese). Il realismo del regista, in effetti, non ha bisogno di quinte, ma si anima di dati culturali che la lontananza conserva integri e forse potenzia. (...)
L'ambizione di fare di questa prigione una metafora della Turchia, ora governata direttamente dalle caserme ora tutelata dalle forze armate, incontra severi limiti. I propositi del regista si intravedono nella descrizione del mondo dei giovani reclusi e di quello dei carcerieri. I bambini prima vengono colti esitanti di fronte alle regole della segregazione, poi sempre più duttili nell'accettazione di un sistema che all'innocenza preferisce la scaltrezza. Una società in miniatura. Di scorcio il film entra negli alloggi delle guardie cercando di dare spessore umano alle loro figure, affiancando all'aguzzino il guardiano buono, distinguendo tra chi pensa di esercitare un mestiere ingrato, ma necessario alla società, e chi vuole approfittare di un potere che gli è stato delegato. Dentro le mura della prigione il regista cerca veramente di ricostruire tutta la Turchia in grigio -verde, ma fallisce perché veste i panni del militante radicale, pronto all'invettiva e al gesto gratuito, quando solo rivestendo quelli dei poeta avrebbe potuto convincerci. E così il film finisce per toccare le sue corde più vere solo quando si riduce all'espressione della sofferta disperazione del suo autore. Ancora una volta è attorno al personaggio di Shaban che si raccolgono le scene più esemplari: scene di morte. Il ragazzo viene abbattuto mentre fugge dalla prigione correndo senza una meta, come un animale che evade dalla gabbia. Güney, nel suo pessimismo, sembra concepire la libertà come meta impossibile. Anzi, solo come anelito. La libertà, per il regista curdo, è una meta che si staglia oltre l'orizzonte, impossibile da vedere. Ogni gesto, ogni sforzo dei personaggi è diretto ad avvicinarsi a quest'orizzonte, che inevitabilmente s'allontana con l'avvicinarsi dell'osservatore. Più che i germi di libertà espressi dalla rivolta, il regista mostra quest'interminabile corsa verso una linea immaginaria. Güney la mostra ripetutamente, cogliendo la sofferenza in ogni stazione. Rifiuta di ergersi al di sopra dei suoi personaggi, adottando un facile e non gratuito atteggiamento paternalistico, ma divide con essi una stessa disperazione. Anche se questa, nel regista, è più lancinante perché più lucida. Ed è a questo titolo che il film acquista una dignità che una certa facilità di stile rischia non di rado di compromettere.
L'urgenza della denuncia, cui forse non è estraneo, oltre che la condizione di esule, il count-down con la morte che lo avrebbe presto stroncato, impedisce a Güney di conferire a La rivolta quelle intonazioni poetiche che aveva saputo dare a Yol e a Il gregge. Il naturalismo e la mancanza di straniamento, al contempo, vietano a quest'opera, uscita postuma in Italia, la possibilità di approdare al delirio. Güney alterna rari momenti di maestosa bellezza (i preparativi dello sposalizio nel reparto femminile, la bimba al suo primo giorno di scuola) a ondate di furore. Il film è chiuso, soffocato, assediato. Un sentimento di paura domina tutti i personaggi: l'oppressione sembra cristallizzarsi su ciascuna persona, quasi a comporre una serie di quadri separati da sbarre, divisi in celle, refettori e cortili.
La macchina da presa sta addosso ai personaggi, alle loro facce, ai lividi dei loro corpi. Qualche volta li accarezza. Più spesso li domina dall'alto, quasi fosse piazzata su una delle torrette che circondano il penitenziario. Le inquadrature si ripetono monotone per trasmettere allo spettatore il senso di claustrofobia e di monotonia della vita della prigione. I bambini sono ripresi in piani americani, per rilevare attorno a loro la mancanza di spazio vitale. Molto spesso le stesse sbarre delimitano fisicamente l'inquadratura. Passando da un dormitorio all'altro, la macchina da presa scavalca i muri per trasmettere allo spettatore la sensazione di questa presenza incombente. Anche gli esterni non oltrepassano l'universo carcerario. La campagna che è teatro della fuga di Shaban è inquadrata dall'alto per far incombere sullo schermo la linea dell'orizzonte e negare al massimo la visione del cielo. Il trasferimento dei reclusi protagonisti della rivolta in un altro penitenziario, occasione sognata e ricercata per vedere il mondo e conoscere il mare, è rappresentato solo attraverso l'arrivo del cellulare. La conoscenza del nuovo carcere, nel quale i prigionieri - bambini sperano di trovare docce, tv e un campo di calcio, si risolve nel macabro rito della ripresa delle foto segnaletiche. Con le quali tutto resta immobile. Fisso per sempre.
Autore critica:Giorgio Rinaldi
Fonte critica:Cineforum n. 248
Data critica:

10/1985

Critica 3:
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Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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