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Amadeus - Amadeus

Regia:Milos Forman
Vietato:No
Video:San Paolo
DVD:Warner Home Video
Genere:Drammatico
Tipologia:La musica, Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Peter Shaffer
Sceneggiatura:dal lavoro teatrale omonimo di Peter Shaffer
Fotografia:Miroslav Ondricek
Musiche:John Strass; da Wolfgang Amadeus Mozart, Antonio Salieri, Giovanni Pergolesi, Simon Preston (Salieri's March), Alan Boustead (Parodie da Mozart), Jaroslav Krcek (Arrang. Musiche popolari ceche e boeme)
Montaggio:Michael Chandler T.M. Christopher Nena Danevic
Scenografia:Patrizia Von Brandenstein
Costumi:Theodor Pistek
Effetti:Garth Inns
Interpreti:F. Murray Abraham (Antonio Salieri), Tom Hulce (Wolfgang Amadeus Mozart), Elizabeth Berridge (Costanza Mozart), Simon Callow (Emanuel Schikaneder), Roy Dotrice (Leopold Mozart), Kenny Baker (Commendatore), Lisabeth Bartleit (Papagena), Barbara Bryne (Frau Weber), Martin Cavani (Salieri giovane), Roderick Cook (Conte Von Strack), Christine Ebersole (Caterina Cavalieri), Richard Frank (Padre Vogler), Jeffrey Jones (Imperatore Giuseppe II), Patrick Hines (Kappellmeister Bonno), Charles Kay (Conte Orsini – Rosenberg), Nicholas Kepros (Arcivescovo Colloredo), Miroslaw Sekera (Mozart Giovane)
Produzione:Saul Zaentz Company
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1984
Durata:

158’

Trama:

Nella Vienna di Giuseppe II, figlio di Maria Teresa d'Austria, arriva Wolfgang Amadeus Mozart. Lo presenta Salieri, musicista di corte, rispettato e apprezzato ovunque. In breve tempo Mozart, con il suo immenso talento suscita grandi entusiasmi, ma anche inimicizie e gelosie. Salieri, che conosce i limiti della propria professionalità musicale, comincia così a nutrire verso di lui un autentico odio. Ne ammira l'arte ma deplora il suo comportamento insolente e il suo linguaggio sboccato. Ma Mozart sembra trionfare anche nell'animo del Sovrano, mentre Salieri, roso dall'invidia, giura a se stesso che non avrà pace finchè non lo vedrà morto. Nonostante i grandi successi, Mozart alla fine della sua breve vita si trova povero e abbandonato dalla moglie Costanza. Accetta di comporre un Requiem che detterà allo stesso Salieri perchè non è troppo malato. Tutto questo viene raccontato dallo stesso Salieri chiuso in un cronicario, ormai vecchio e senza pace.

Critica 1:Nel 1823 al manicomio di Vienna Antonio Salieri, acclamato musicista di Corte, confessa un tremendo segreto: ha consumato la vita nel tentativo di distruggere Mozart, volgare e libertino, indegno, secondo lui, dei doni divini. Sotto il segno del più scatenato gusto del gioco, è una riflessione sul contrasto tra genio e mediocrità e sull'invidia. Omaggio alla Cecoslovacchia. Immagini splendide. Due grandi interpreti. Quattro premi Oscar. Non tenendo conto che, in fondo, è un Mozart visto da Salieri i molti mozartiani di stretta osservanza hanno eccepito sulla fedeltà storica, specialmente sulle libertà prese per la genesi del Requiem, ma avrebbero da lamentarsi di più i pochi ammiratori di Salieri.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Amadeus è (…) costruito su una serie di antinomie (mediocrità e genio, arte e artigianato, creatività e morale, anarchia e conformismo) che prendono corpo nei due protagonisti.
Antonio Salieri si ritiene musicista per vocazione divina (la morte del padre che si oppone ai suoi progetti viene vista come un «segno»), si impone una ferrea autodisciplina che include la castità, sublimando nella creazione artistica e nei dolci (dal bicchiere di crema che i due servi usano per allettarlo nel prologo fino all'esplicitazione di quei «capezzoli di Venere» che egli offre a Costanza), gestisce con accorta diplomazia i rapporti col potere. Wolfgang Amadeus Mozart è artista istintivo, dedito senza misura ai piaceri, irriflessivo e incauto verso la committenza. In avvio, si tratta di una contrapposizione schematica nella sua embiematicità, ma ben presto il «gioco delle parti» si fa estremamente mobile, man mano che i personaggi si arricchiscono di un progressivo ispessimento psicologico, mentre lo sfondo storico sfuma in un pretesto per deliziose esercitazioni su un décor reinventato, in un'astrazione o indeterminatezza che tende ad assolutizzare atemporalmente i «temi» del film. I caratteri perdono la rispettiva connotazione di boia e vittima in cui il prologo sembra volerli racchiudere e diventare specularmente «simbolo di tutta la complessità della sventura umana». Sotto questo punto di vista, la figura di Mozart risulta più semplice nella sua coperta strumentalità. Moccioso maleducato, irresponsabile, sboccato, blasfemo, eppure seguito con simpatia e corteggiato con annotazioni deliziose (il suo desiderio di avere tre teste per poter indossare tutte le parrucche che il coiffeur gli fa provare), egli è attraversato da una sorta di sublime superficialità adolescenziale destinata forzatamente ad infrangersi contro una realtà con la quale egli risulta incapace di fare i conti. Il genio è un ragazzotto sciamannato e simpatico che la morte del padre tortura con un lacerante senso di colpa, un individuo a cui uno sfrontato candore preclude una gestione mediamente vantaggiosa delle proprie capacità artistiche, un robusto bevitore e un incallito puttaniere. Ma è purtuttavia un genio. E Salieri è l'unico a rendersene conto, essendo gli altri personaggi eminenti dell'establishment musicale viennese o imbecilli, o incompetenti, o in malafede. Il suo dramma è lì, in quegli spartiti senza una cancellatura, in quella musica attraversata dal soffitto divino della creazione. Distribuendo il talento con insensata parzialità, Dio ha voluto farsi beffe della sua pietas, facendogli rimbombare nelle orecchie il riso sgangherato e isterico del suo rivale. È il crollo di un universo di certezze che lascia spazio solo all'invidia, al livore, alla vendetta, non tanto verso Mozart quanto verso Dio e la sua ingiustizia. E la vendetta, la soddisfazione del livore e dell'invidia, dovranno essere totali. Sarebbe sin troppo facile, infatti, annientare lo sprovveduto Mozart sul piano delle conquiste personali e «sociali» (il letto della Cavalieri, la simpatia dell'imperatore).
Perché, anche se Amadeus farà fiasco (l'indimenticabile sequenza della prima del Don Giovanni, tra l'attenzione annoiata degli spettatori e la disperata duplicità dell'atteggiamento di Salieri, lividamente felice per l'insuccesso ma anche, in quanto vero musicista, tragicamente conscio dell'irripetibile grandezza della musica che sta ascoltando), rimarrà comunque per lui come termine di paragone di una mediocrità irredimibile. Anche l'annientamento, prima psicologico e poi fisico per il quale la macchinazione di Salieri si inserisce in un contesto fertile, limitandosi ad innescare una innata tendenza all'autodistruzione, non potrà essere l'atto conclusivo della terribile vendetta. Il piano dovrà andare oltre, sfociare infine nell'appropriazione vampiresca di un capolavoro dell'altro, da lasciare ai posteri come prova inconfutabile della propria genialità. Ma anche in questo momento estremo, una volta di più Salieri sarà annichilito dalla presenza folgorante del genio, bevendo fino alla feccia della coppa della propria mediocrità. È la straordinaria sequenza della dettatura del Confutatis e del Lacrimosa del Requiem K. 626, nella quale Salieri riesce a stento a funzionare come copista, mentre Mozart, in punto di morte, lo gela con la propria offensiva consuetudine col sublime. Momento forte del film, è una costruzione complessa alla cui riuscita concorrono l'idea, molto originale, della scomposizione di una partitura nelle sue parti costitutive, per di più colte nel loro farsi, il ritmo trascinante con cui altri elementi della narrazione (la carrozza di Costanza di ritorno da Baden - Baden, il funerale) interferiscono con il «duetto», la stessa bravura dei due attori, tra i quali dev'essere stata indubbiamente ardua la scelta dei giurati dell'Academy Award.
(…) Con una lettura rischiosa, si potrebbero così ipotizzare Mozart e Salieri come due anime dello stesso Forman, quella adolescenziale, cecoslovacca, di profeta della nova vlnà, di geniale e incosciente aggressore del conformismo e della stupidità di un sistema decrepito, quella della maturità americana, cauta e cosciente della necessità del compromesso, dell'alchimia diplomatica. È comunque indubbio che nei due personaggi principali e nel variopinto entourage che fa loro corona rivive il tema formaniano della contrapposizione di universi disperatamente incomunicanti, quello della spontaneità giovanile, sciamannata e irriflessiva, quello della maturità esperta e amorale, atta al calcolo e invischiata in un cinismo che è anche disgusto di sé. Questa contrapposizione, che funziona anche sul piano sociale, in quanto mette in scena l'aristocrazia di corte dei ricevimenti e la piccola borghesia (e il proletariato) delle feste popolari, la ritualità sfarzosa e comicamente inerte del Teatro dell'Opera e la partecipazione pittoresca di quella sorta di vaudeville gestito da Schikaneder, dà ancora una volta a Forman la possibilità di far sbizzarrire il proprio talento in una serie di deliziose e caustiche caricature di «alti burocrati», dal Kappelmeister Bonno all'arcivescovo Colloredo, dal conte Orsini - Rosenberg al conte von Strack, una piramide al vertice della quale è d'obbligo porre l'ottusità pensosa dell'imperatore Giuseppe II° di un magnifico Jeffrey Jones, e in una serie di autocitazioni, le più calzanti e appropriate delle quali ci sono sembrate quella del tentativo di seduzione sotto il tavolo, presa pari pari da Al fuoco, pompieri!, e quella della descrizione, da parte di Mozart, della prima scena delle Nozze di Figaro ancora in gestazione, visibilmente modellata sull'indimenticabile performance d'attore di Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cùculo (sequenza della mancata partita di baseball davanti al televisore). Tutto questo per rilevare come Amadeus sia indiscutibilmente un film d'autore, nel quale emergono, sia pure con nuovi sviluppi ed articolazioni, alcune delle costanti «americane» del regista, magari rinfrescate in senso «cecoslovacco» (o più genericamente mitteleuropeo) dalle sue recenti frequentazioni praghesi. Non ultima la musica, già protagonista di Konkurs, Taking Off e Hair, che qui diventa il terzo personaggio del racconto (mentre nel testo teatrale non occupava che una decina di minuti), sia nei momenti «autonomi» (le messe in scena delle varie opere, con le fantasiose scenografie di Josef Svoboda e le incredibili coreografie molto musical dell'immancabile Twyla Tharp, con il kitsch quasi obbligato delle esecuzioni in inglese), sia in funzione di commento, di scansione ritmica del montaggio, con coincidenze di precisione metronomica e accostamenti emotivamente coinvolgenti (per tutte, citiamo la sequenza del ritorno a casa di Mozart ubriaco, in un'alba nevosa, nella quale l'irrompere drammatico delle note del primo tempo del Concerto in re minore per piano e orchestra K.466 sottolinea con intensità lo sfacelo fisico e psicologico del compositore e fa balenare il presagio della fine imminente). (…)
Autore critica:Paolo Vecchi
Fonte critica:Cineforum n. 244
Data critica:

5/1985

Critica 3:
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Data critica:



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