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Conversa di Belfort (La) - Les Anges du Peche'

Regia:Robert Bresson
Vietato:No
Video:S.Paolo Video
DVD:
Genere:Religioso
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Jean Giraudoux
Sceneggiatura:Robert Bresson
Fotografia:Philippe Agostini
Musiche:Jean-Jacques Grunenwald
Montaggio:
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Marie Helene Daste' , Renee Faure Anna-Marie, Jany Holt Therese, Sylvia Monfort Sylvie La Priora
Produzione:Tual Synops-Roland per "Les Films Roger Rochebe"
Distribuzione:Zari Film
Origine:Francia
Anno:1944
Durata:

100'

Trama:

Un'orgogliosa giovinetta della ricca borghesia entra nel convento delle domenicane di Betania, si affeziona a una delinquente ribelle, si mette in urto con la superiora, è allontanata, vi ritorna di nascosto e muore sfinita, pronunciando i voti.

Critica 1:Scritto con J. Giraudoux, è il 1° lungometraggio di R. Bresson. Costruito su due itinerari d'anima, affronta i temi della redenzione e della grazia con sobrio rigore. Una sommessa e dolorosa sinfonia in bianco.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film. Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Fin da questo primo lungometraggio, Bresson vuole toccare il sacro con una notevole economia di mezzi. Certo, la fotografia di Agostini non ha ancora la purezza di quella di Burel. È satinata, si riflette sui muri nudi e sui soffitti, e l'illuminazione estetizzante fa risaltare il biancore dei vestiti e crea un'aureola di luce intorno ad Anne-Marie nel suo letto di morte. Ma la musica, magniloquente nei titoli di testa, si fa in seguito discreta. A parte una o due tirate un po’ troppo lunghe, i dialoghi di Giraudoux evitano il più possibile le formule teatrali, e l'interpretazione tende a un'estrema sobrietà da cui si allontanano solo raramente Marie-Hélène Dasté (madre Saint-Jean) e Jany Holt (Thérèse).
Di fatto, questo film, firmato da un nome allora sconosciuto, spiccò a tal punto fra le opere cinematografiche francesi dell'epoca, che molti attribuirono la qualità del prodotto a padre Brückberger, domenicano, e a Jean Giraudoux. Ma il primo si era limitato a indirizzare Bresson verso questa curiosa congregazione di Betania, e il secondo si era sottomesso, da grande professionista, alle direttive del regista. Se Bresson lascia da parte la trama poliziesca con qualche ellissi, non trascura invece la descrizione della vita del convento, della quale annota le principali caratteristiche. Con molta abilità il regista riesce a fondere testimonianza documentaria e progressione drammatica; e infatti l'accoglienza all'entrata della prigione, la distribuzione delle massime, la punizione fraterna, la cerimonia dei “mea culpa” e la pronuncia dei voti segnano ognuna una tappa decisiva dell'intrigo, e allo stesso tempo apportano un tocco supplementare al ritratto psicologico che, a ogni passo, eleva Anne-Marie di un nuovo gradino nel suo cammino spirituale.
Il film è formato da tre blocchi che Michel Estève definisce nel suo saggio: “I'incontro” (dalla sequenza iniziale all'omicidio), “lo scontro” (dall'omicidio all'espulsione di Anne-Marie) e “l'accettazione del destino” (dall'espulsione alla morte di Anne-Marie). Tutt'intorno alla novizia si contrappongono, come eco di un mondo già un po' estraneo alle sue preoccupazioni, l'autoritarismo di madre Saint-Jean e la bontà della priora. Ma, seppure non omogeneo, il gruppo delle tre superiore (la priora, la direttrice delle novizie e la vice-priora) si oppone, attraverso il gioco delle influenze e dell'amicizia che esso favorisce, al fronte della gioventù composto dalle due personalità antagoniste di Anne-Marie e di Thérèse, fra le quali si interpone talvolta l'ex carcerata Agnès. Giocando su questa struttura, allo stesso tempo rigorosa (i due “clan”) ed elastica (le differenze all'interno di entrambi), la progressione drammatica non è propriamente lineare. Dapprima il ritmo è vivace, per poi rallentare fino alla morte della religiosa, mentre l'interesse si concentra in maniera sempre più esclusiva su di lei. Poi, d'un tratto, la cinepresa è dalla parte di Thérèse e l'accompagna quando arriva in convento per baciare i piedi di Anne-Marie che è giunta al punto di donare la propria vita per salvare l'anima di un'assassina.
La conversa di Belfort illustra puntigliosamente la teoria cristiana della reversibilità dei meriti sulla quale si fonda la vita monastica: il sacrificio di Anne-Marie “paga” in sostanza la redenzione di Thérèse; il riscatto della peccatrice può realizzarsi solo al prezzo della sofferenza psicologica e anche della morte fisica della novizia. La lotta sarà titanica per Anne-Marie, e la sua debole costituzione fisica non resisterà: il suo orgoglio sarà spezzato, verrà espulsa dall'ordine, conoscerà la solitudine, la disperazione, il dolore e per finire l'agonia, ma riuscirà a riportare un'anima a Dio. Lo scambio Anne-Marie/Thérèse rappresenta dunque il nodo spirituale del film, ma la forza dell'opera nasce dal fatto che questo itinerario viene reso quasi esclusivamente attraverso l'immagine. Progressivamente i dialoghi si riducono infatti a parole e a gesti rituali, che Bresson riesce a caricare di tutto il peso di questi due destini. È una lotta “anima contro anima” che porterà avanti anche il curato d'Ambricourt il quale, per ogni riscatto, dovrà pagare un duro tributo.
In questo primo film compare già l'estetica minimalista di Bresson, in particolare nella scena dell'assassinio. Thérèse viene dapprima sorpresa in un corridoio. Suona a una porta e si appoggia al muro mentre si sentono dei passi. La porta si apre, stagliando sulla giovane una zona di luce che nasconde l'ombra dell’uomo che dice: “Sei tu? Buongiorno”. Thérèse risponde: “Buongiorno” e spara diversi colpi di pistola. Nell'immagine successiva, Thérèse è in convento. Nel loro insieme, i rari oggetti acquistano un rilievo sorprendente (le valigie all'arrivo di Anne-Marie, il suo vestito da religiosa in infermeria ...). Se facciamo eccezione per alcuni effetti un po' marcati (il temporale con la pioggia che batte sul viso della novizia vicino alla tomba di padre Lataste), tutto si riduce allo stretto necessario, e i vestiti - in particolare i veli - mettono in risalto i volti dove tutto si gioca in primo piano.
L'ultima scena è costruita esclusivamente sugli sguardi. Mentre si svolgono azioni codificate e vengono pronunciate le frasi che ci si aspetta, Bresson registra qualcos'altro, il passaggio indicibile della fede che si infonde nel silenzio da un'anima a un'altra. Dopo aver baciato i piedi di Anne-Marie morta, Thérèse si allontana tra le suore inginocchiate per consegnarsi ai poliziotti che la stanno aspettando. L'ultima religiosa davanti alla quale passa le dice: “A presto, sorella”. È l'ultima frase del film, pronunciata da una comparsa ma che sintetizza tutto un percorso spirituale e fa pensare che Thérèse, una volta espiata la sua pena, farà ritorno nella comunità.
Autore critica:René Predal
Fonte critica:Tutto il cinema di Bresson, Baldini&Castoldi
Data critica:

1998

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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