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Monello (Il) - Kid (The)

Regia:Charles Chaplin
Vietato:No
Video:Mondadori Video, Swan Video, M&R, Skema, Videogram, Ricordi Video, Fonit Cetra Video, Sirio Home Video, Cde Home Video
DVD:
Genere:Commedia
Tipologia:I bambini ci guardano, Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole elementari; Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Charlie Chaplin
Sceneggiatura:Charlie Chaplin
Fotografia:Roland Totheroh
Musiche:Charlie Chaplin
Montaggio:Charlie Chaplin
Scenografia:Charles D. Hall
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Charlie Chaplin, Edna Purviance, Jackie Coogan, Carl Miller, Granville Redmond, Albert Austin, Beulah Bains
Produzione:Charlie Chaplin per First National
Distribuzione:Fenice - Cineteca del Friuli - Cineteca Griffith - Palatrina - Zari Film
Origine:Usa
Anno:1921
Durata:

80'

Trama:

Una ragazza sedotta e tradita, esce da un istituto di carità, dove ha messo al mondo un figlio. Ella decide di abbandonarlo, ma vorrebbe che il bimbo avesse un avvenire sicuro e felice: dopo molte esitazioni lo lascia nell'interno di un'automobile di lusso. Due ladri rubano la vettura: accortisi della presenza dell'incomodo passeggero, lo abbandonano sulla strada, dove lo trova Charlot, straccione vagabondo. Durante la sua passeggiata mattutina. Egli cerca di disfarsi del marmocchio, mettendolo nella carrozzella di un altro bimbo, ma è costretto a riprenderselo. Charlot non sa che fare, ma alla fine prevale in lui il buon cuore ei tiene con sé il bambino. Qualche anno dopo Charlot e il monello collaborano: il ragazzetto rompe i vetri delle finestre e Charlot li rimette. Un giorno il bimbo s'ammala e il medico segnala il caso ai dirigenti dell'orfanotrofio, i quali vorrebbero togliere il ragazzino al padre adottivo. Charlot gioca d'astuzia e il monello rimane con lui, nascosto in un asilo notturno. Nel frattempo la madre del bimbo è divenuta una celebre cantante e cerca disperatamente il figlio: con un avviso sui giornali promette una lauta ricompensa a chi le riconsegnerà il ragazzo. Il padrone dell'asilo notturno rapisce il monello a Charlot e lo riconsegna alla madre. Charlot si sveglia e non trova il bimbo. Con il cuore in gola vaga per la città, finchè avvilito e disperato, s'addormenta sulla soglia della sua catapecchia. Egli sogna di essere in Paradiso, dove incontra i personaggi della realtà quotidiana, i quali però hanno le ali e si comportano con serafica compostezza. Ma anche lì scoppia una baruffa e Charlot si sveglia di soprassalto. L'ha svegliato un poliziotto, che lo condurrà dal monello e da sua madre.

Critica 1: Primo lungometraggio di Chaplin, largamente autobiografico per quel che riguarda la sua infanzia povera nei quartieri popolari di Londra. Nella sua miscela di patetico e di comico (anche grottesco) quante generazioni di bambini ha fatto ridere e piangere? La sequenza del sogno è risolta da Chaplin, con rischio calcolato, in un incantevole stile naif dai trucchi artigianali. Tenero, umoristico, realistico, lirico. Straordinario esordio del piccolo J. Coogan (1914-62). Un successo che dura da 80 anni. Fu rieditato nel 1971 dall'autore che eliminò alcune brevi scene e vi aggiunse una partitura musicale di sua composizione. È in corso un restauro con tecniche fotochimiche e digitali da parte dell'Immagine Ritrovata di Bologna e della Dyte.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Il monello è probabilmente il film più noto fra quelli dedicati alla rappresentazione dell’infanzia nell’ambito del cinema muto. La storia del rapporto fra il vagabondo/”Charlot” e il trovatello è una vera e propria icona dell’immaginario cinematografico del secolo passato. Al centro del film c’è l’affetto reciproco che si instaura fra un adulto e un bambino i quali si ritrovano, malgrado le intenzioni iniziali dell’uomo, a costituire una famiglia. L’adozione diventa così il mezzo attraverso cui si afferma una relazione che diventa a tutti gli effetti il rapporto fra un padre e un figlio, indipendentemente dalla presenza o assenza di reali legami di sangue. L’affetto “paterno” da un lato e quello “filiale” dall’altro diventano nel film la forza di questa “incompleta” famiglia, ciò che le permette di resistere alle mille difficoltà che incontra sul suo cammino. Tra queste quelle della povertà e miseria, come testimoniano, fra le altre, le scene girate nella soffitta in cui vivono i due protagonisti, squallida eppure a suo modo confortevole, e nel dormitorio pubblico, quando il vagabondo cerca in tutti i modi di far dormire con sé il monello senza però dover pagare anche per lui.
Il nemico peggiore contro cui “padre” e “figlio” si ritrovano però a combattere sono le istituzioni, incapaci di leggere la realtà di cui si devono occupare anche in termini di “affetto”. Se il vagabondo è un disoccupato e il bambino di cui si fa carico non è suo “figlio”, questi gli dovrà essere tolto. Ogni altra considerazione è superflua. La sequenza più commovente del film è proprio quella in cui gli uomini dell’assistenza sociale cercano di strappare il monello al vagabondo, in particolare quando il protagonista rincorre il bambino saltando da un tetto all’altro, prima di raggiungere il camion che lo porta via e, finalmente, liberarlo. Che gli uomini dell’assistenza appartengano ancora a un universo vittoriano – come uscito da un romanzo di Charles Dickens – è evidente dal solo loro mezzo di trasporto: un camion aperto che più che per esseri umani sembra fatto per trasportare animali. Del resto la stessa sequenza iniziale del film, in cui la madre esce col bambino in braccio da un ospedale di carità sotto lo sguardo pieno di rimprovero di un’inserviente, è già un’esplicita dichiarazione d’intenti.
Importante anche la rappresentazione della periferia della città, dove ci si confronta ogni giorno con piccole e grandi violenze di cui si è sia responsabili sia vittime. Così il monello, coi suoi soli cinque anni, da una parte è già un piccolo criminale che prende a sassate i vetri per permettere al “padre” vetraio di prestare i suoi servizi, dall’altro deve confrontarsi con bambini più grandi che lo provocano e gli vogliono strappare le poche cose che possiede, cavandosela, bisogna dire, piuttosto egregiamente. È comunque chiaro che in un mondo simile le possibilità di salvezza sono davvero poche e che solo l’happy end conclusivo – così posticcio da apparire ironico – potrà garantire al monello un futuro diverso da quello del “padre”.
Il film non trascura poi il tema del senso di colpa e del dolore materno, così come del peso che ha nella formazione di un individuo l’appartenenza a un gruppo sociale piuttosto che a un altro (sono proprio questi i compiti che semanticamente si assume il montaggio alternato che lega il mondo sottoproletario dei due protagonisti a quello della madre che ha fatto fortuna ed è entrata nel “bel mondo”).
Autore critica:Dario Tomasi
Fonte critica:Aiace Torino
Data critica:



Critica 3:Il melodramma (donna sedotta e abbandonata, bambino “esposto”, amor paterno di un estraneo, conflitto con la società, pentimento della donna, riparazione della colpa, happy end) subisce la violenza del “controcanto” beffardo di un destino imprevisto. Tutti gli stereotipi della tradizione letteraria (i colpi di scena, le situazioni patetiche, le agnizioni, il confronto fra Buoni e Cattivi) sono privati del loro significato simbolico (non offrono alcuna consolazione allo spettatore) ma non della loro carica drammatica: agiscono al rovescio, fanno scattare in chi assiste il rifiuto di proiettarsi nelle vicende dei personaggi (perché sono vicende presentate come improbabili, contrarie alla “logica” del melodramma) e, nello stesso tempo, favoriscono la sua identificazione con quelli, fra i personaggi, che non solo si ribellano all'ingiustizia dell'ordine sociale (come accade nel melodramma puro) ma che fanno propria questa ingiustizia e la ritorcono contro tutti.
Per la prima volta nella sua carriera, e nel suo primo lungometraggio (6 rulli, 1600 metri), Chaplin supera i limiti della maschera. Dopo sei anni di attività (il suo primo one-reel era uscito all'inizio del 1914), si concede un anno intero di riflessione. Sicuro ormai delle proprie possibilità, seguito da un pubblico fedele, a trentun anni Charles Spencer Chaplin (Londra, 16 aprile 1889 - Corsier-sur-Vevey, 25 dicembre 1977) compie un salto indietro nel tempo e ricostruisce gli ambienti della sua infanzia povera oltre Atlantico.
Al centro di questo melodramma capovolto c'è la figura di un bambino di cinque anni. È probabile che le naturali qualità mimetiche di Jackie Coogan, la sua capacità di conferire una naturalezza sbarazzina anche ai momenti più patetici, abbiano permesso a Chaplin non tanto di trasformare il bambino in un attore (perché attore era già) quanto di realizzare felicemente il tentativo di estrarre dal melodramma i veleni della “cattiva coscienza” sociale, per usarli in funzione comica.
La partenza è melodramma classico. Una Donna, il cui solo peccato (spiega una didascalia) è la maternità, abbandona il neonato in un'auto elegante. Ma - ecco subito la contraddizione - due ladri rubano la macchina e depongono il bambino in un bidone di rifiuti. Un vagabondo lo vede, lo prende in braccio. Vorrebbe sbarazzarsene. Non ci riesce. Deve tenerselo, lo porta con sé nella soffitta dove vive. Lo alleva amorevolmente. Passano gli anni. Ormai grandicello, Jackie aiuta il vagabondo nel “lavoro” : spacca a sassate i vetri delle abitazioni e consente al suo protettore, che fa il vetraio, di guadagnarsi la giornata. Un poliziotto mette fine alle imprese della coppia.
Mentre la madre, che si è affermata come cantante, è colta dal rimorso e cerca di rintracciare il figlio abbandonato, i due proseguono la loro vita di stenti, partecipano alla vita del quartiere, si fanno beffe dell'ostilità degli altri. Un giorno, Jackie cade malato. Un medico ne ordina il ricovero. Interviene la pubblica assistenza, ma il vagabondo, con una rocambolesca avventura, lo impedisce e se lo riprende. Passano la notte in un dormitorio. Al mattino, il vagabondo si accorge che il bambino è sparito: il proprietario dell'asilo ha letto sul giornale che la madre lo cerca e l'ha consegnato alla polizia.
Il vagabondo torna verso casa, dopo una vana ricerca. Si addormenta e sogna che il quartiere è cambiato: gli abitanti hanno le ali e volano per l'aria felici, il bruto che terrorizzava tutti suona l'arpa; ma la presenza maliziosa di una donna (la moglie del bruto) distrugge presto l'idillio, scoppia un pandemonio, il poliziotto del quartiere spara e ammazza il vagabondo. La sequenza è un balletto di grazia infantile e una meditazione - lieve all'apparenza ma desolata nel fondo - sul destino dell'uomo.
Un poliziotto sveglia il vagabondo e lo trascina con sé. Il meschino non capisce, trema. Invece è accompagnato dalla madre, ricca e felice, che ha ritrovato il bambino. La donna invita il vagabondo a entrare in casa.
In ogni episodio del film Chaplin sfrutta le situazioni patetiche per distruggerle con una smorfia, trasforma le disgrazie dei suoi protagonisti in una sfida proterva contro i buoni sentimenti. Quando, all'inizio, trova il piccolo nella spazzatura, alza istintivamente gli occhi sulla casa di fronte per vedere se qualcuno l'ha buttato, come si fa appunto con i rifiuti. Quando sogna il “paradiso”, non si illude più di tanto - nemmeno in -sogno - perché sa che la sua sorte è quella di finir male. Al termine della vicenda, la madre lo fa entrare nella sua bella casa. E basta, il film si chiude qui. The Kid, che richiese un anno di lavorazione, uno stanziamento di 600.000 dollari e 150.000 metri di pellicola (un dispendio enorme di mezzi), fu proiettato la prima volta il 6 febbraio 1921. Ebbe accoglienze entusiastiche.
Autore critica:Fernaldo Di Giammatteo
Fonte critica:100 film da salvare, Mondadori
Data critica:

1978

Libro da cui e' stato tratto il film
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