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Rosa purpurea del Cairo (La) - Purple Rose Of Cairo (The)

Regia:Woody Allen
Vietato:No
Video:Cecchi Gori Home Video
DVD:Mgm Home Entertainment
Genere:Commedia
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Woody Allen
Sceneggiatura:Woody Allen
Fotografia:Gordon Willis
Musiche:Dick Hyman
Montaggio:Susan E. Morse
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Mia Farrow (Cecilia), Jeff Daniels (Tom Baxter/Gil Shepherd), Danny Aiello (Monk), Zoe Caldwell (la Contessa), Van Johnson (Larry), Dianne Wiest (Emma), John Wood (Jason)
Produzione:Jack Rollins e Charles H. Joffe - Orion Pictures
Distribuzione:Cdi - Columbia
Origine:Usa
Anno:1985
Durata:

82’

Trama:

Cecilia, giovane tuttofare in una bettola popolare della periferia di New Jersey, deve sottoporsi a un pesante doppio lavoro di lavanderia a domicilio per far quadrare miseramente il bilancio familiare nei difficili anni della depressione economica americana (1930), anche a causa del marito, disoccupato, bighellone e manesco, che la sfrutta, dissipando nel gioco i pochi soldi da lei tanto faticosamente guadagnati. Umiliata e frustrata dalla dura routine presso il locale e più ancora dal trattamento bestiale del marito, che non le risparmia scenate e percosse, Cecilia diviene frequentatrice di un modesto cinema a New Jersey, dove si rifugia nell'immaginario di un mondo diverso, di bellezza e tenerezza, champagne e poesia, con tale incantata assiduità da dimenticare la realtà fino a vivere una fantasiosa avventura col più affascinante dei personaggi del film "La rosa purpurea del Cairo", che, attirato dalla sua patetica fedeltà, lascia improvvisamente lo schermo, scende in sala, la prende per mano, tenero e cavalleresco, ed esce con lei nella notte romantica, scatenando le reazioni degli spettatori, del gestore del cinema, della produzione e dell'attore vero, preoccupato per la propria carriera. Rientrata fortunosamente nello squallido reale quotidiano, Cecilia continua a trovar rifugio nell'immaginario luminoso del cinema, che riesce a richiamarle sul volto dolente e intento un pallido sorriso.

Critica 1:Nei primi anni '30 una barista che mantiene il marito disoccupato si consola andando al cinema finché un giorno il suo attore preferito esce dallo schermo. Tredicesimo film di Allen, il secondo dopo Interiors (1978) senza Allen attore. Fondato sul principio dell'attraversamento dalla realtà alla finzione e viceversa (ripreso da Keaton di Sherlock jr., 1924), è un film perfetto perché ha una trasparenza e una leggerezza che esimono da ogni sforzo d'interpretazione tanto incantevole è l'armonia tra la forma, il fondo e le sue componenti (intelligenza, tenerezza, malinconia, umorismo, comicità, ironia).
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:(…) A Woody Allen, ormai, riesce tutto. Con una continuità, una facilità e una perfezione che non trova paragoni in tutto il cinema americano contemporaneo. Se il cinema americano è considerato da sempre il migliore al mondo (diciamo, perlomeno, il migliore in un certo genere) allora il piccolo comico nuovaiorchese, quello stesso che dieci anni fa faceva ridere ma non era capace di filmare la propria vena comica, ora è diventato il più grande regista vivente? Il vostro critico preferisce evitare di rispondere. Ma come lui, altri finiscono per trovarsi imbarazzati. E, tutti assieme, inventiamo cavilli.
Da Cannes scrivemmo che La rosa purpurea ridicolizzava, con la sua grazia e la sua sapienza, tutte le altre opere. Un unico appunto: che forse Allen non aveva osato a sufficienza. Una volta strappato allo schermo il suo personaggio fittizio, una volta proiettatolo nelle angustie e nelle meschinità della vita reale, si era un po' accontentato della situazione. Sfociando in un'utile, ma non inedita (anche per lui, che già l'aveva usata in Broadway Danny Rose) satira del mondo dello spettacolo, in tutta la sua aurea mediocrità. Senza cercare, magari, di spingersi oltre sulla strada pirandelliana dell'assurdo. Verso una dimensione alla Buster Keaton nella quale, per esempio, altri personaggi uscissero da altri schermi in un happening nonsenslstico.
Altri, nel frattempo (ad es. il sempre autorevole Cahiers du cinema) scrivono che l'infallibilità di Allen diventa sempre più terribile. Ma che non ci porta molto distante: e che fra dieci anni i suoi film ci appariranno di una sapienza arida e, in definitiva limitata. In attesa che questi dieci anni trascorrano non si può che dar atto dell'evidenza. E cioè che La rosa purpurea (come Broadway, come Zelig) sono una pura delizia.
Prendiamo il tema. Personaggi fittizi che entrano nella realtà confini tra sogno e verità che si confondono, riflessione sull'immaginario proposto dallo schermo, procedimento del film nel film, bianco e nero contro colore, e via di seguito: tutte cose che altri hanno già fatto.
Ma nessuno le ha fatte come Allen. Non solo per il tono da lui usato: Allen non recita nel film, ma ogni battuta, ogni sguardo della pellicola gli appartiene. Esattamente come fosse presente in carne e ossa. Non solo perché la perfezione, il virtuosismo con la quale il regista riesce a sviluppare il suo tema rimangono indimenticabili. Grazie ad una libertà di tono che gli appartiene da sempre, Allen riesce ad imporre una propria logica al racconto.
La rosa purpurea sta tutta nel piacere di raccontare, di lasciarsi andare per i vezzi della fantasia senza che per un solo istante lo spettatore si ribelli all'assurdo. Un gioco certo compiaciuto e narcisistico, ma mai fine a sé stesso. Perché il sogno gli serve ad un discorso ben preciso, quello di demolire le illusione create da quella che di questi sogni è stata definita la fabbrica.
Comico, poeta, filosofo, regista: quale avvenire ci riserva il genio imprevedibile di Woody Allen? In un mondo in crisi, che molti pretendono privato d'illusioni com'è quello del cinema, un interrogativo del genere dice tutto sull'importanza e sul fascino del personaggio.
Autore critica:Fabio Fumagalli
Fonte critica:rtsi.ch/filmselezione
Data critica:

12/9/1985

Critica 3:Un capolavoro magistralmente diretto e sceneggiato da Allen che realizzata un'opera poetica, dove finzione e realtà si mescolano in una storia assurda ma allo stesso tempo credibile. Di fronte alla dichiarazione d'amore dell'attore che esce dallo schermo e declama i suoi sentimenti in bianco e nero, Cecilia non dubita per un solo istante che possa essere solo frutto della sua immaginazione, ma anzi percepisce la possibilità di cambiare per sempre la propria vita. Il decadimento morale e concreto delle esistenze conduce l'uomo a rifugiarsi in un mondo sognante dove è possibile riscattarsi delle frustrazioni subite. Una vera e propria dichiarazione d'amore che il regista fa alla settima arte, soffermandosi sul rapporto schermo-spettatore dove essenzialmente l'uno ha bisogno dell'altro per esistere. Geniale la scelta di far continuare la proiezione del film, dove la dipartita dell'attore interrompe il normale evolversi della narrazione, gettando nel panico i produttori. Un viaggio al centro della cinematografia vista come unica àncora di salvezza dal mondo reale. Per Cecilia il grande schermo è pura magia, evasione che non vuol dire solo dimenticare la realtà ma lasciarsi profondamente trasportare in un'altra. Un raffinato racconto che alterna lirismi a ironiche gag, nel più tradizionale stile graffiante di Woody Allen.
Autore critica:Tania Esposito
Fonte critica:Film&Chips
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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