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Camera verde (La) - Chambre verte (La)

Regia:François Truffaut
Vietato:No
Video:Mgm Home Entertainment, L'Unita' Video (Gli Scudi)
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Letteratura inglese - 800
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Ispirato ai racconti "The Altar of the Dead" e "The Beast of the Jungle" di Henry James
Sceneggiatura:Jean Grualt, Francois Truffaut
Fotografia:Nestor Almendros
Musiche:Da "Concert Flamand" di Maurice Jaubert
Montaggio:Martine Barraque'
Scenografia:Jean-Pierre Kohut-Svelko
Costumi:Monique Dury, Christian Gasc
Effetti:
Interpreti:François Truffaut (Julien Davenne), Nathalie Baye (Cecilia), Jean Daste' (Bernard Humbert)
Patrick Maleon (Georges), Jane Lobre (M.me Rambaud), Marcel Berbert (Dr Jardine), Monique Dury (Monique), Annie Miller (Genevieve Mazet), Jean Pierre Moulin (Gerard Mazet), Laurence Ragon (Julie Davenne), Serge Rousseau (Massigny)
Produzione:Les Films du Carrosse - Les Productions Artistes Associés
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Francia
Anno:1978
Durata:

94'

Trama:

Reduce dalla Grande guerra, dove i suoi amici sono tutti morti, Julien Davenne vive in una cittadina dell'est della Francia dove si è specializzato in necrologi sul giornale locale. Anche sua moglie Giulia è morta e Julien le ha dedicato una camera con i suoi ricordi dove passa molte ore. Un giorno, ad un'asta, Julien incontra Cecilia che, a sua volta, vive nel ricordo di una persona scomparsa. Quando la casa di Julienne brucia, decide di dedicare alla moglie e ai suoi cari scomparsi una cappella abbandonata nel cimitero e Cecilia sarà la sua sacerdotessa.

Critica 1:Liberamente ispirato a tre racconti di Henry James tra cui L'altare dei morti: negli anni '30 un vedovo di provincia che non accetta la morte della moglie trasforma la sua camera in santuario. Una giovane donna condivide la sua ossessione. E la storia di un'idea fissa: il rifiuto della realtà della morte attraverso una regressione nel passato, lottando contro lo scandalo dell'oblio. Non la morte, ma il rapporto con i morti è il suo tema centrale. Uno dei film più estremi, e il più "nordico", di Truffaut. Nel suo tetro e sdrammatizzato ritmo di canto funebre può risultare troppo letterario. Da ascoltare oltre che da vedere. Musiche di M. Jaubert, morto nel 1940. E un'intensa Baye.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:(...) La camera verde è la storia di un uomo che non riesce in alcun modo a placare il suo immenso dolore: nessun oggetto, nessuna fotografia, nessun ricordo gli può bastare per accettare la provvisorietà della vita e la separazione imposta dalla morte. Sopravvissuto alla prima guerra mondiale, dove ha perso tutti gli amici che aveva, Julien Davenne ha perso anche l'unica donna, amatissima, che poteva aiutarlo a superare la catastrofe che si portava dentro. Il suo dolore assoluto (la trasposizione storica è ovviamente di Truffaut, per marcare l'intensità della sofferenza) non può che comportare una reazione assoluta, ossessiva, totalizzante, tesa a ribaltare lo shock inaccettabile della separazione nel sollievo del ricongiungimento hic et nunc. La vita ultraterrena, la dimensione astratta della spiritualità, la promessa della resurrezione sono concetti vani: Julien Davenne vuole la concretezza del miracolo («Alzati e cammina»), l'annullamento del distacco fisico, non il conforto dei «consolatori di professione» presenti al funerale della moglie di Gérard. «I morti ci appartengono se decidiamo di appartenere a loro», dice Julien, e ai suoi morti dedica se stesso e la sua vita con il medesimo amour fou di Adèle H. per il tenente Pinson, fatto di tenacia e di inventiva senza limiti. Se Adèle era folle sin dall'inizio, Julien Davenne è morto sin dalla prima inquadratura. Ma Truffaut gli concede una chance femminile e materna, come al protagonista del suo film precedente, Bertrand Morane, anche se più complicata dal momento che Cécilia - a differenza di Geneviève - entra in scena quasi subito e condivide con Julien lo stesso dolore di partenza.
L'« idea fissa » di Julien si sviluppa in un primo tempo sull'estremo bisogno di materialità e di fusione: sull'illusione che l'arrivare a possedere tutti gli oggetti appartenuti alla moglie possa aiutarlo a rimettere insieme, pezzo per pezzo, il corpo amato che la morte ha ridotto in polvere. Non a caso l'anello antico - oggetto simbolico del legame - fa parte di un'asta che il protagonista definisce in termini di «saccheggio» e «dispersione», e non a caso la sua ansia del tutto illusoria di ricostituire l'unità perduta culmina con la commissione del manichino a grandezza naturale, che poi Julien ordina di distruggere in sua assenza. E Truffaut, dopo aver inquadrato a tutto schermo fotografie documentarie di morti e feriti nella prima guerra mondiale, utilizza un campo lunghissimo (che serve quasi a nascondere le immagini allo spettatore) per filmare la distruzione del manichino: un'estrema scelta morale da parte del regista, che vuole rispettare gli ordini dati dal protagonista ma contemporaneamente vuole anche sottolineare l'insostenibilità e la «non mostrabilità» di un massacro così simbolico (la stessa cosa accade negli Anni in tasca, quando Julien rifiuta di togliersi la maglietta per non far vedere ai compagni i lividi e le bruciature cha ha sul corpo).
Chiuso nella sua «camera verde», con i feticci della moglie a cui parla come se niente fosse accaduto, Julien rifiuta il distacco dal corpo perduto e cerca di annullare la cesura temporale della morte in un presente eterno («Qui e in questo momento...», «Ora che l'hai persa non potrai più perderla» erano le sue parole al funerale della moglie dell'amico). Ma, rifiutando il lutto e la sua elaborazione, Julien sprofonda nella morte totale. L' «idea fissa» invade sia la sua sfera lavorativa che il suo mondo casalingo: al «Globe», giornale che conta sempre più morti tra i suoi lettori, Julien è «il virtuoso della necrologia», mentre a casa intrattiene Georges con diapositive («lastre») sugli orrori della prima guerra mondiale. Nulla e nessuno può distoglierlo da questa dimensione mortifera: né il caporedattore che gli propone un trasferimento a Parigi né la governante che gli rimprovera di mostrare quelle scene al bambino, peraltro non spaventato visto che è l'alter ego di Davenne, il suo fantasma infantile, e dunque ha «la pelle dura» come tutti i bambini di Truffaut. Punito da Davenne per aver rotto una lastra, anche Georges, come Ferrand in Effetto notte, una notte va a rompere una vetrina per rubare qualcosa e viene arrestato come Doinel nei Quattrocento colpi, in una splendida sequenza onirica che Truffaut - senza ricorrere al flashback, ma usando splendidamente la logica invisibile dell'intreccio e del montaggio - sembra attribuire a Davenne stesso. Rubando il busto di una donna che è evidentemente la madre, e che potrebbe essere un pezzo della statua distrutta di Julie, Georges esplicita il motivo profondo dell'ossessione di Davenne per la moglie. E salvato da Cécilia, esplicita la funzione materna di quest'ultima, su cui Truffaut proietta il desiderio inconscio di tutti i suoi personaggi e che frustrerà anche nella Camera verde.
L'incontro tra Julien e Cécilia avviene tra le reliquie, ma in realtà è già avvenuto. I due si sono conosciuti durante un viaggio in Italia, ciascuno accompagnato da una persona amata (la moglie e il padre) che ora non c'è più e di cui hanno «presentito » la scomparsa in una visione: similitudini che non costituiscono un'uguaglianza, come prova il confronto tra le rispettive reazioni al secondo matrimonio di Gérard. Julien vuole «il diritto di ricordare» (…), mentre Cécilia sostiene che « bisogna dimenticare ». In effetti nella Camera verde solo chi sa dimenticare riesce a ricordare: Julien ha un ricordo completamente alterato - sostitutivo - delle circostanze dell'incontro con Cécilia, mentre la donna ne conserva una memoria puntuale: su entrambi pesa, inconsapevolmente, il legame mantenuto con le persone scomparse che li accompagnavano. In una specie di chiasmo narrativo a distanza, Truffaut racconta magistralmente l'effetto e l'assenza dell'elaborazione del lutto: Cécilia, che ammette le sostituzioni, conserva l'unicità dell'originale; Julien, che dice di averne orrore, ne attua di continuo. La frattura tra Julien e Cécilia si gioca sull'accettazione della morte come parte del flusso della vita, ovvero sulla soluzione dell'angoscioso dilemma tra amore provvisorio e amore definitivo che sconvolge l'esistenza di tutti i personaggi truffautiani, esplicitato alla fine di Baci rubati dal pedinatore folle. Julien, incapace di accettare la legge del provvisorio, che implica la separazione e il distacco, ama i morti, ma contro i vivi, e Cecilia lo abbandona per questo. Su questa frattura e questo abbandono, Truffaut apre un altro «movimento» del film: la prova successiva per i personaggi/eroi - La camera verde è una favola classica, con la discesa mitica nel regno degli Inferi, ma senza vincitori - è la morte di una persona amata da entrambi, «il cattivo» della storia, come dice Truffaut. Ed è una prova fatale. (…)
Autore critica:Paola Malanga
Fonte critica:Tutto il cinema di Truffaut, Baldini & Castoldi
Data critica:

1996

Critica 3:
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Libro da cui e' stato tratto il film
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