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Ultima risata (L') - Letzte Mann (Der)

Regia:Friedrich Wilhelm Murnau
Vietato:No
Video:Biblioteca Decentrata Rosta Nuova, visionabile solo in sede
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Carl Mayer
Sceneggiatura:Carl Mayer
Fotografia:Karl Freund, Robert Baberske
Musiche:
Montaggio:
Scenografia:Edgar G. Ulmer
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Emil Jannings (Portiere dell’albergo), Maly Delschaft (sua figlia), Max Hiller (il fidanzato), Emilie Kurz (la zia), Hans Unterkichner (il direttore), Olaf Storm (un giovane), Hermann Valentin (un cliente ricco), Georg John (guardiano notturno), Emmy Wyda (vicina magra)
Produzione:Dela Film
Distribuzione:Cineteca Nazionale
Origine:Germania
Anno:1924
Durata:

75

Trama:



Critica 1:Il vecchio portiere di un albergo di lusso a Berlino viene declassato a inserviente alla toilette e perde il diritto d'indossare la livrea gallonata che gli dava prestigio e potere. Umiliato, deriso, emarginato. L'apparente happy end un'eredità lo trasforma in un cliente milionario dello stesso albergo ha, invece, una durezza tutta brechtiana. Gli spetta l'ultima risata, titolo italiano ma anche (The Last Laugh) inglese. Tolte le due scritte, ironiche e sprezzanti, all'inizio e alla fine ("un improbabile epilogo"), il racconto è svolto senza l'ausilio di didascalie. Scritto da Carl Mayer e fotografato da Karl Freund, è una delle vette del cinema muto e del Kammerspiel (teatro di camera) tedesco, un film rivoluzionario nell'uso della cinepresa che, montata sul carrello o sulla gru, acquista una straordinaria libertà di movimento e diventa personaggio dell'azione e produttrice di senso. In questa pessimistica elegia del destino umano, affidata all'enfasi narcisistica di E. Jannings, F.W. Murnau "non nutre speranze, né nella storia né nella trascendenza. Conosce solo la realtà, e il potere, dell'immaginazione" (Fernaldo Di Giammatteo). Rifatto nel 1955 da Harold Braun con Hans Albers in un film senza interesse inedito in Italia.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Linguaggio visivo autosufficiente, Der letzte Mann svolge il suo racconto senza ricorrere all'ausilio delle didascalie. Il film contiene due sole scritte. Una in testa, con funzioni di epigrafe (o di codicillo morale): “Oggi tu sei il primo. Ti stimano tutti. Un ministro, un generale, magari un principe. Ma lo sai che cosa sarai domani?”. Una prima della conclusione, in forma di commento (o di giustificazione): “Qui la storia dovrebbe finire ma l'autore ha avuto pietà e ha immaginato un improbabile epilogo”.
Il segreto di un film che rifiuta la parola sta nella collocazione delle due sole frasi di cui Murnau ha sentito - prima e dopo il romanzo per immagini l'assoluto bisogno. Il dramma di Der letzte Mann (l'infimo degli uomini) - un portiere d'albergo declassato a inserviente della toilette - è tutto dipanato nella successione delle inquadrature, di per sé chiare e “parlanti” : parlano, affannosamente, della degradazione di un uomo e del cinismo di un ordine sociale che alla sostanza (l'umanità) antepone l'apparenza (l'uniforme, il vestito, la forma). Non gli occorre nulla, a questo dramma costruito sui corpi degli attori e sulle luci che definiscono gli ambienti (il grand hôtel Atlantic, le vie e le piazze della città moderna, il caseggiato popolare dove abita il protagonista), perché tutto il necessario è già nel film: l'azione, e la riflessione ideologica sull'azione (una condanna della società weimariana, retta dall'autoritarismo del potere economico e dalla acquiescenza sado-masochistica della piccola borghesia). Qualcosa di molto simile a un pamphlet di ascendenza anarco-populista.
Eppure, il dramma compatto delle immagini è iscritto fra due parentesi, rappresentate da due interventi dell'autore in prima persona. Sono dichiarazioni ironiche e sprezzanti, che attenuano il senso esplicito delle immagini (la compassione per la sorte del portiere umiliato e la requisitoria antiborghese) e insinuano nello spettatore-lettore un dubbio. Lo invitano a prendere le distanze, a non cedere al ricatto dell'autocommiserazione (“lo sai che cosa sarai domani?”), a sorridere delle false soluzioni appiccicate in coda alla fiaba (l'autore “ha immaginato un improbabile epilogo”, che consiste in un ribaltamento della sorte, grazie al quale il patetico portiere si ritrova improvvisamente ricco per una eredità inopinata e può compiere la sua bonaria vendetta sull'autorità che l'aveva messo al bando). Per questa demistificazione razionale della emozione suscitata dal dramma è stato fatto il nome di Brecht (quasi che il regista di Nosferatu - e in seguito di Tartüff, di Sunrise e di Tabu - fosse un Brecht avanti lettera). La ragione delle parentesi verbali è più sottile, come si conviene alla complessità del temperamento di Murnau. Il film è presentato come un apologo. Chi è in errore non è la società (la società è un fatto oggettivo, agisce al di là della sfera morale) ma l'uomo. Il vecchio portiere vive della sua uniforme, che gli dà potenza e prestigio non solo nell'albergo (un ambiente risolto tutto nella forma: le luci, i cristalli, l'efficienza, il lusso) ma anche in famiglia e agli occhi dei vicini di casa. Partecipa da protagonista alla vita degli altri (la figlia si sposa, preparano una grande festa; i conoscenti lo salutano come fosse l'emblema del potere; i bambini lo adorano) non per quello che è ma per il simbolo che incarna. Quando il direttore lo destituisce affidandogli un incarico più consono alla sua età, il portiere si sente perduto. Poiché non esiste senza le insegne della sua meschina (fittizia) autorità, egli tenta di identificarsi una seconda volta, fraudolentemente, con l'uniforme: la sottrae dall'armadio dove è stata riposta e la indossa per tornare a casa, dove si terrà la festa di matrimonio. L'inganno (a se stesso e agli altri) dapprima riesce. Tutti lo trattano con la deferenza con cui l'hanno sempre trattato. Il potere, dunque, vale anche quando è vuoto di contenuto: chi lo comprende ha un atteggiamento realistico verso la vita, chi no è uno spostato. Il portiere lo ha compreso e, nella sua disperazione, cerca di essere all'altezza del proprio compito. Ma è troppo debole, e vile, per riuscirci. Si rifugia nell'ubriachezza e nel sogno (in una convulsa sequenza, punteggiata di sovraimpressioni e di trucchi luministici, si “rivede” incredibilmente forte, ossequiato.
La moglie, che è andata a portargli la colazione, scopre la verità. Non può trattenersi dal rivelarla. È il crollo davanti al mondo: ora i vicini ridono dell'infelice, con una ferocia proporzionale alla precedente ammirazione. Al vecchio (cui Emil Jannings presta l'enfasi narcisistica del grande attore) non rimane che arrendersi. Di nascosto, di notte, va a restituire l'uniforme usurpata. Si imbatte nel guardiano, che ha pietà di lui e lo consola. Anche l'autore - come dice la seconda scritta - ha pietà e gli regala un pranzo da nababbo nello stesso albergo, l'ossequio devoto di tutto il personale e la partenza per una scarrozzata in città, a fianco del guardiano e di un mendicante che il protagonista - finalmente uomo, ma soltanto in una “improbabile” finzione – vuole con sé.
Der letzte Mann (otto rulli per duemila metri, presentati il 23 dicembre 1924 al berlinese Palast am Zoo dell'U.F.A.) è una pessimistica elegia sul destino umano. Murnau si abbandona al sarcasmo, dopo essersi inchinato reverente al
ritmo intenso e viscerale delle immagini – alla potenza del cinema. Non nutre speranze, né nella storia né nella trascendenza. Conosce solo la realtà, e il potere, dell'immaginazione.
Autore critica:Fernaldo Di Giammatteo
Fonte critica:100 film da salvare, Mondadori
Data critica:

1978

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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