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25a ora (La) - 25th Hour

Regia:Spike Lee
Vietato:No
Video:Buena Vista
DVD:Buena Vista
Genere:Drammatico
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo omonimo di David Benioff
Sceneggiatura:David Benioff
Fotografia:Rodrigo Prieto
Musiche:Terence Blanchard - la canzone "The Fuse" è cantata da Bruce Springsteen
Montaggio:Barry Alexander Brown
Scenografia:James Chinlund
Costumi:Sandra Hernandez
Effetti:Big Film Design, Jesse Moorefield, Steve Wolf
Interpreti:Edward Norton (Monty Brogan), Philip Seymour Hoffman (Jakob Elinsky), Barry Pepper (Frank Slaughtery), Rosario Dawson (Naturelle Rivera), Anna Paquin (Mary D'Annunzio), Paul Diomede (Simon), Levani Outchaneichvili (Zio Nikolai), Tony Siragusa (Kostya Novotny)
Produzione:40 Acres & A Mule Filmworks - Gamit Films - Industry Entertainment - Touchstone Pictures
Distribuzione:Buena Vista
Origine:Usa
Anno:2002
Durata:

135’

Trama:

Appena condannato a scontare sette anni di prigione per spaccio di stupefacenti, il giovane Monty (diminutivo di Montgomery Clift, attore preferito della madre) Brogan ha ancora davanti a sé un giorno di libertà prima di doversi consegnare alle Autorità. Monty è un giovane affascinante che ha rinunciato ad impegnarsi nello studio per diventare ricco come spacciatore, ma la condanna, di colpo, ha cancellato tutte le sue aspirazioni. Nella New York mutilata delle Twin Towers, prima di consegnarsi Monty vorrebbe passare un'ultima notte con i suoi due amici d'infanzia: Frank, un affermato e in ascesa brooker di Wall Street, e Jakob, che a differenza degli altri due non è irlandese. E' ebreo e di famiglia facoltosa ma ha scelto di fare l'insegnante vergognandosi della sua ricchezza. I tre trascorrono tutta la notte insieme andando nella discoteca più trendy del momento, insieme alla bellissima ragazza di Monty che sta cercando di scoprire chi lo ha tradito. E' una notte triste per tutti e quattro ma Monty ha bisogno dell'aiuto degli amici per essere in grado di sopravvivere al carcere.

Critica 1:La 25ma ora è uno dei film migliori della stagione: una storia ambientata nel milieu del crimine, ma soprattutto un atto d'amore per New York resa da un cineasta newyorkese per eccellenza come Spike Lee. Il soggetto, tratto dal romanzo di David Benioff, riguarda l'ultima giornata di libertà di Monty Brogan, spacciatore condannato a sette anni di detenzione. Monty la trascorre con la sua ragazza e con gli amici d'infanzia, un insegnante e un agente di Borsa, ciascuno tormentato da qualche senso di colpa nei confronti del protagonista. Tra l'Upper East Side e l'East River, tra un incontro col padre e un regolamento di conti con la mafia russa, si parla molto, si riflette sull'amore, sull'amicizia e sulla precarietà di entrambi, sulla responsabilità e sul tradimento, sul passato e sul futuro. Però il film non tirerebbe fuori tanta forza dolente, se non fosse ambientato nella New York del dopo-11 settembre. Spike la osserva con uno sguardo inquieto (c'è una scena di "melting pot" che ne rivela l'isteria collettiva), ma anche pieno di fedeltà e compianto; come dimostrano l'inquadratura iniziale, con i raggi di luce al posto delle due torri, e quelle - dall'alto - sull'immensa ferita di Ground Zero. Il suo è il primo film visto veramente dall'interno della città sotto choc.
Autore critica:Roberto Nepoti
Fonte criticala Repubblica
Data critica:

19/4/2003

Critica 2:Ci sono film che da soli danno senso a un'intera stagione cinematografica. Arrivano al momento giusto e ci parlano del momento ingiusto: quello che il presente consegna alla Storia. Lo fanno con grande fede nelle capacità del cinema di raccontare il mondo attraverso l'arte, e di mettere l'Arte contro il Mondo quando questi si trasforma nel fantasma della sua storta Storia. La 25a ora di Spike Lee si assume questo compito. Completamente snobbato con svista incredibile all'ultimo Festival di Berlino, è un film bello (sì usiamo questo aggettivo semplice ma chiaro) e importante, che esce nelle sale, e non a caso, il Venerdì Santo. Infatti per molti versi l'avventura dello spacciatore Monty può essere letta come una sorta di passione laica, avventura cristologica di un comune delinquente condannato all'inferno. La 25a ora parla di delitto e redenzione, di senso di colpa e responsabilità etica, dell'amicizia e dell'amore in un mondo, il nostro presente, dove il senso normale delle cose non trova più dimora, dove tutto è possibile e tutto è giustificabile, dalla piccola colpa comune, fatta di ambizione e noncuranza, al grande delitto della politica e della storia, fatto di interessi e corruzione. Quest'uomo, Monty (che come un Cristo, ma colpevole, si assume il peso della coscienza e metaforicamente quello della collettività) vive le ultime 24 ore di libertà in una New York post 11 settembre (e questo è il primo film a ritrarla nel suo stato di «sopravvissuta») perché è stato sorpreso in casa sua con un quantitativo minimo di droga ma, per le durissime Rockfeller Laws, sufficiente a una condanna di lunga detenzione. È un uomo semplice, un americano tranquillo, che ha scelto lo spaccio come lavoro redditizio. Ha una moglie portoricana bellissima e due fedeli compagni di scuola come amici. Ma ora deve andare dentro, fare un salto all'inferno nella speranza di uscirne sufficientemente vivo per dire di essere sopravvissuto, come la sua città. In questa salita al Golgota, descritta da Spike Lee con una regia essenziale e una fotografia perfetta, ci sono tre passaggi-stazioni fondamentali che, legati insieme, cuciono il senso della storia. Il primo è un monologo che si trasforma in una preghiera laica, un'invettiva-sfogo: il protagonista Monty (Edward Norton) si chiude in un bagno, ha capito che il tempo lo stringe al suo destino di carcerato e prende coscienza progressiva della sua condanna. Vede sullo specchio scritto a pennarello un «Fuck you» e inizia una ballata, intona una cantata sulla New York di oggi, i suoi abitanti, i suoi quartieri, le molte etnie e classi sociali, i personaggi noti e gli anonimi. La fotografia di una città-mondo che sperimenta ogni giorno il caos del multiculturalismo, che cerca di tenere insieme l'alto e il basso, il povero e il ricco, l'immigrato e il nativo in uno stesso affioramento sociale e politico. Manda a quel paese tutti, compreso se stesso. È una scena di grande impatto, la preghiera laica di un condannato all'inferno. Il secondo passaggio è di nuovo impressionante. I due amici di Monty, un timido professore universitario e un broker arrogante, discutono della triste sorte del loro compagno. Lo fanno bevendo un whisky davanti a una finestra che dà proprio su Ground Zero. Parlano di come prima o poi tutti i nodi vengano al pettine, della responsabilità delle proprie azioni e scelte, che spacciare piccole dosi di droga vuol dire avvelenare le persone, mentre al di là della finestra sembrano non accorgersi, che illuminate da luci gelide, le gru come enormi avvoltoi meccanici, spolpano quello che è rimasto dell'apocalisse newyorkese, la condanna macroscopica allo «spaccio» della politica internazionale americana. Il terzo momento racchiude i precedenti e dà il senso alla storia. È giunta l'ora e il padre porta il figlio Monty verso la prigione, su di una jeep che vede sventolare sull'asticella dell'antenna una piccola bandiera americana. Durante il tragitto il padre gli prospetta una possibile venticinquesima ora, quella della fuga verso il Messico, verso una redenzione che non sconta la colpa. Gli racconta una vita diversa, nuova: una famiglia, dei figli, una casa, un lavoro, invecchiare con i nipoti e morire serenamente. Insomma la vita come dovrebbe essere. Ma la 25a ora è l'ora che non c'è. Non esiste né per Monty né per l'America. Questa è l'ora, dice Spike Lee in questo film, della responsabilità etica, dell'assunzione di colpa. Le due colonne di luce che si ergono al posto delle torri gemelle sono i fari abbaglianti a cui l'occhio del presente non può sfuggire e l'America pure, benché sembri farlo così bendata dalla sua stessa cecità.
Autore critica:Dario Zonta
Fonte critica:l'Unità
Data critica:

18/4/2003

Critica 3:Poema sinfonico su New York con lo sky-line ridisegnato da due fasci di luce blu e di blue music (Terrence Blanchard) come unica forma di vita, La 25th ora di Spike Lee, Orso d'oro virtuale alla Biennale 2003, arriva sugli schermi pasquali, film imprendibile del day-after. La città sull'Hudson è pietrificata, nebbiosa, bellissima nella fotografia che passa dalle impurità digitali a un lussuoso 35mm cinemascope. I ponti di Manhattan e la passeggiata lungo il fiume con le sue panchine fantasma dove Monty Brogan (Edward Norton) fissa ipnotico le sue ultime ore di libertà. Sette anni di carcere per spaccio di stupefacenti. Il trafficante di droga per Spike Lee è un newyorkese tipico, Monty, l'uomo della «tragedia americana» (Un posto al sole con Montgomery Clift). Nome e destino. Disincanto, abito nero, intellettuale, casa al Village, quello di Woody Allen con i mattoni rossi, le scalette di pietre e le ringhiere. Il regista dirige e produce con la sua 40 Acres and a Mule Filmworks l'opera tratta dal romanzo di David Benioff (sceneggiatore) scritta prima dell'11 settembre. Colpiti già gli spacciatori neri in molti suoi film, Spike fotografa il newyorkese senza colore di fronte alla città macina soldi, piaceri, velocità. Come il naufrago notturno sull'ambulanza di Martin Scorsese (maestro di Spike Lee all'università di N.Y.), Monty nelle sue ultime 24 ore da cittadino libero vede apparire gli spettri del futuro e immagina che fine faranno gli amici, la sua donna, i mafiosi russi, e tutto il popolo di Manhattan. Il trafficante di droga - smercio easy per l'iperconsumo locale - diventa supervisore, coscienza sporca e sublime, martire e simbolo di New York. Tanto da permettersi una performance oltraggiosa degna dell'esordio She's Gotta Have it. Monty riflesso nello specchio della toilette di un locale si sdoppia e recita a velocità rap un fuck you per ogni tipologia etnica. E per i brockers di Wall Street, ridicoli, pedanti, incravattati come il suo amico Frank (Barry Pepper) che pretende di fargli la morale, e anzi lo dà per spacciato, perché lui è più furbo, frega la gente on line. Mentre il grande Philip Seymour Hoffman (Happiness, Magnolia) interpreta il goffo professore Jacob, insidiato dalla studentessa diciassettenne, Mary (Anna Paquin, Lezioni di piano). Il film ha un prologo che è quasi un cortometraggio, e rimanda per densità e atmosfera al Falò della vanità di Brian De Palma. In scena lo scontro tra due diversi metodi di fare soldi a New York, da Wall Street ai pani di cocaina nascosti nel soffice divano del Village. Dove Monty affonda beato con la portoricana Naturelle (Rosario Dawson), bellezza da confezione regalo, fatta per l'abito d'argento che solo lo spaccio consente. In un fluire nottambulo, La 25a ora ammalia e rilancia Spike Lee in un cinema dalle grandi ambizioni artistico-produttive, dopo i documentari (The original king of comedy, 2000), i film-tv (A Huey P. Newton Story, 2001) e l'episodio anti Bush nel collettivo Ten minute older (2002). La trama di azzurro elettrico permane allo scadere della notte, e in una sequenza incantata il Ground Zero emerge dall'alto della finestra del brocker, appartamento nella City, vista sulle Torri. Le ruspe scavano sotto la luce dei riflettori e della luna, e continuano quando lo sguardo umano non le inquadra più. La città delle Twin Towers saluta l'uomo che pensava a una vita facile e gli augura un buon ritorno, con il sorriso dei coreani, indiani, africani, russi, ebrei, arabi, gialli, bianchi, neri. Newyorkesi.
Autore critica:Mariuccia Ciotta
Fonte critica:il Manifesto
Data critica:

18/4/2003

Libro da cui e' stato tratto il film
Titolo libro:
Autore libro:

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