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Sapore della ciliegia (Il) - Ta'm e guilass

Regia:Abbas Kiarostami
Vietato:No
Video:Biblioteca Rosta Nuova, visionabile solo in sede - Mondadori Video
DVD:Bim
Genere:Drammatico
Tipologia:Spazio critico
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Abbas Kiarostami
Sceneggiatura:Abbas Kiarostami
Fotografia:Homayoun Payvar
Musiche:Jahangir Mirshekari
Montaggio:Abbas Kiarostami
Scenografia:Homayun Payvar
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Homayon Ershadi (Badii), Abdolrahman Bagheri (addetto al museo), Afshin Khorshid Bakhtiari (spazzino), Safar Ali Moradi (soldato), Mir Hossein Noori (studente di teologia)
Produzione:Abbas Kiarostami Productions - Ciby 2000
Distribuzione:Columbia Tristar Italia
Origine:Francia -Iran
Anno:1997
Durata:

98'

Trama:

Un'automobile bianca attraversa un paesaggio di periferia urbana fatto di colline polverose. Al volante c'è un uomo sui cinquant'anni, il signor Badii, che ha deciso di uccidersi e sta cercando qualcuno disponibile a coprire di terra la tomba che si è scavato, o a riaccompagnarlo a casa, nell'ipotesi di un ripensamento. Badii incontra varie persone: un giovane soldato curdo che si spaventa e scappa; un seminarista afgano che cerca di dissuaderlo ma poi desiste. Infine, un anziano che lavora al museo di storia naturale lo segue più a lungo, gli ricorda le bellezze della vita, il sapore delle ciliege, la luna, la pioggia, ma alla fine accetta di aiutarlo e si danno appuntamento per la mattina dopo. Il suicidio non arriva, e il signor Badii rimane ad osservare se stesso per quello che poteva succedere e non è successo

Critica 1:Un uomo ha deciso di darsi la morte e cerca qualcuno che, dietro compenso, gli dia una mano. Due giovani, un soldato curdo e un seminarista afgano, rifiutano la sua proposta. Un anziano contadino di origine turca cerca di dissuaderlo, ma l'accetta. Finale in sospeso, con una sorta di "postscriptum" metacinematografico che, come in altri film di A. Kiarostami, sottolinea la finzione del racconto. Sembra un film monocorde e cupo e forse lo è. Ma che leggerezza, che trasparenza, che intensità. Semplice come il sapore della ciliegia. Per chi sappia ascoltarlo questo film sul suicidio ispira una serenità disperatamente laica. Palma d'oro ex aequo al Festival di Cannes 1997.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:
      C'è una frase di Cioran al cuore della Palma d'Oro dell'ultimo festival di Cannes: "Se non ci fosse la possibilità del suicidio, mi sarei ucciso molto tempo fa". Ma, come ricorderanno gli ammiratori di questo umile inventore di forme cinematografiche uniche al mondo, Abbas Kiarostami è pure l'autore di E la vita continua, secondo episodio della trilogia girata attorno al terribile terremoto del 1990, dopo Ma dov'è la casa del mio amico?. Un film, cioè, nel quale attraverso un gioco sottile sulla realtà e la finzione, una riflessione sul potere delle immagini di intervenire sul destino, si sfocia in un atto di fede poetico e serenamente realista sulla necessità più imperiosa al quale l'individuo è confrontato: quella di continuare. Il cinema è la morte al lavoro, diceva Cocteau. Con i suoi film piccoli ed immensi, Kiarostami sembra rispondergli che il cinema, quando è confrontato al male ed alla tragedia più totale è soprattutto il lavoro della vita.
      Una volta ancora, Il gusto della ciliegia sembra indugiare, non iniziare mai, quasi gli fosse impossibile abbandonare la descrizione della realtà banale e quotidiana per affrontare quella più sofferta dei misteri, degli apologhi. Un uomo percorre alla guida della propria automobile i confini polverosi che separano la periferia industriale della città dalla brulle colline che circondano Teheran. Si ferma accanto agli uomini che incrocia, propone loro di salire, di accettare una somma di denaro in cambio di un favore. Questi esitano, o s'indignano, o s'interrogano, proprio come lo spettatore, sulla natura dell'offerta. Ma non c'è nulla di ambiguo, solo la richiesta di un gesto d'amore: i soldi sono il compenso per pochi minuti di lavoro, poche badilate di terra. Da gettare l'indomani all'alba, in una buca scavata in cima alla collina, sul corpo del protagonista che si sarà nel frattempo suicidato.
      Chi finirà per accondiscendere è il più umano di tutti: un vecchio contadino di origine turca che tira a campare speculando pure lui sui confini tra la vita e la morte, rifornendo di uccelli da impagliare il museo di storia naturale. È suo il richiamo a quel gusto della ciliegia che dà il titolo al film: e fa parte di un commovente elenco di felicità perdute, un lungo monologo con il quale il vecchio cercherà di dissuadere il protagonista dal mettere in atto i suoi propositi.
      Tutto qui, più un finale a sorpresa. Ma Il gusto della ciliegia è memorabile, come tutti film di Kiarostami, proprio perché "tutto qui". Per il vitalismo insopprimibile che abita le sue situazioni più disperate, la forza di una denuncia trattenuta, mai declamata, che s'insinua nella mente della spettatore solo più tardi. Per la stilizzazione straordinaria di un film semplicissimo, essenziale, in un'epoca nella quale il messaggio più volgare è affidato alla declamazione, all'eccesso, alla moltiplicazione sempre più futile e sterile degli effetti.
      Abbandonando per la prima volta la formula del "film sul film", affrontando di petto la descrizione di una situazione, Kiarostami sembra non soltanto voler innovare nel proprio stile: ma denunciare nuove emergenze, invitare a combattere ulteriori urgenze. Sulla spirale labirintica delle strade provvisorie che incrociano ossessivamente le colline, nella trasparenza della notte che succede finalmente alla polvere accecante prodotta dalle scavatrici dei cantieri, Il gusto della ciliegia assume progressivamente il disegno rarefatto di un diagramma.
      Quello che segna, su un paesaggio eternamente eguale, sconsolatamente ripercorso, i confini sempre più fragili e misteriosi fra disperazioni e speranze, dubbi e certezze, abbandoni ed interventi sui quali s'interrogano le generazioni presenti.
Autore critica:Fabio Fumagalli
Fonte critica:rtsi.ch/filmselezione
Data critica:

18/1/1998

Critica 3:Che cosa cerca Badii tra le colline brulle attorno a Teheran? Il sapore della ciliegia (Ta’m e guilass, Iran, 1997) lascia per lunghi minuti la nostra curiosità senza risposta. Abbas Kiarostami vuole smuoverci dall’indifferenza. Così, affinché il nostro sguardo interroghi il volto del suo personaggio, gli tiene addosso la macchina da presa, dentro la sua Range Rover. E quando s’allontana, evita di farlo troppo e troppo a lungo. Solo lentamente scopriamo il segreto del suo girovagare e delle sue strane proposte. Badii cerca chi l’aiuti a uccidersi. Meglio, cerca chi sia disposto a compiere un gesto di pietà verso il suo cadavere, oppure, se il suicidio non riuscirà, chi allunghi una mano per farlo riemergere dalla buca che s’è già scavato. È questa una spiegazione adeguata alla nostra curiosità? In effetti, ci aspetteremmo ben di più. Quello che pretendiamo è una "storia" che ci dia conto della sua decisione d’uccidersi. Ma è proprio questo che Il sapore della ciliegia accuratamente ci nega. Nulla il film ci dice della vita di Badii. E invece è generoso di particolari a proposito delle "storie" dei personaggi secondari. Conviene allora dare oggetti diversi alla nostra curiosità. Non è, in primo luogo, Badii che la merita, ma proprio i suoi interlocutori. All’inizio si tratta di alcuni disoccupati in attesa d’un lavoro qualunque. Anonimi e disperati, difficilmente ci capiterebbe di guardarli in volto, se non fossimo anche noi dentro la Range Rover, insieme con il protagonista e con la macchina da presa. Seguono poi un ragazzino e una ragazzina che giocano in quel che resta d’un autocarro, scheletro di metallo al centro d’un paesaggio angosciosamente vuoto. Il primo al quale Badii rivolga la parola è un uomo di cui, in sottofondo, si coglie una telefonata. Difficile dire con chi e di che cosa parli. Certo, le sua voce è inquieta. Chiuso nel suo problema, teso e preoccupato, non presta alcuna attenzione a Badii. L’ascolta invece un tale che sta caricandosi d’un pesante fardello, colmo di rifiuti di plastica. Ha tuttavia negli occhi uno smarrimento profondo e una radicale inconsapevolezza che gli impediscono di comprendere il significato delle sue parole (sulla maglia porta la sigla dell’Università di Los Angeles, Ucla, ma neppure sa di che cosa si tratti: quando Badii glielo spiega, un rumore assordante ne copre le parole). È poi la volta d’un soldato curdo, un giovane contadino smarrito che vuole solo tornare precipitosamente in caserma, lontano da ogni domanda e insicurezza. Dopo che a lui, Badii si rivolge a un profugo afgano. Ma questo neppure riesce a immaginare la possibilità di lasciare il suo posto di guardia a un’enorme macchina per la sabbia. Quanto al seminarista che sembra finalmente capire, in realtà non fa altro che ripetere norme, ribadire doverosità, fornire precetti irrigiditi. Fin qui si tratta di microstorie, di narrazioni che durano qualche decina di secondi o pochi minuti. Quel che basta, comunque, per mostrarcele tutte perse in una dimensione che ne è padrona, in un’illibertà fatta di paura o d’inconsapevolezza o di risposte che mettono a tacere ogni vera domanda. Badii sembra così l’unico uomo la cui vita sia libera, tra le colline brulle che sovrastano Teheran, anche se la sua libertà è paradossale e "negativa", trattandosi della libertà di decidersi per la morte. Non contano, appunto, i motivi che l’inducono a uccidersi (e che Kiarostami tace sino in fondo). Conta invece il suo interrogarsi rispetto alla vita, il suo assumersene la responsabilità. È proprio su questo che l’induce a riflettere l’ultimo cui si rivolga per avere aiuto, un vecchio turco che non fugge via, che non si spaventa di fronte alla sua "libertà", che non tenta di metterla a tacere con precetti e norme. Non ci sono motivi che in se stessi e oggettivamente lo vincolino, così gli dice nella sostanza. Ci sono invece il piacere della vita, il colore del tramonto, il trionfo dell’esserci, e c’è eventualmente la sua decisione di gustarne il sapore. Anzi, quello che soprattutto gli suggerisce è che, nonostante ogni possibile illiberta, è comunque padrone di decidersi per la morte, e quindi anche per la vita. Consapevole di questa libertà, per la prima volta Badii dubita davvero. Qualche ora più tardi, steso nel buio della sua buca, deve appunto decidere. Se ora Kiarostami dichiarasse la sua propria decisione, per la morte o per la vita, anche il suo film si ridurrebbe a una risposta, smettendo d’essere una grande domanda. Ma, appunto, Kiarostami non fa alcuna dichiarazione. Solo, svela il trucco. Ossia, ci fa vedere (attraverso una telecamera) il "lavoro" della macchina da presa, quella stessa con cui è stato addosso a Badii per un’ora e mezza. In ogni caso, decide di mostrarcela immersa nel colore dei fiori, tra voci umane, in pieno trionfo dell’esserci.
Autore critica:Roberto Escobar
Fonte critica:Sole 24 Ore
Data critica:

20/10/1997

Libro da cui e' stato tratto il film
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