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Dolce vita (La) -

Regia:Federico Fellini
Vietato:14
Video:Domovideo, Nuova Eri, Mondadori Video, Multigram, L' Unita'
DVD:Medusa
Genere:Drammatico
Tipologia:Storia del cinema
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli
Sceneggiatura:Federico Fellini, Ennio Flaiano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi
Fotografia:Otello Martelli
Musiche:Nino Rota
Montaggio:Leo Catozzo
Scenografia:Piero Gherardi
Costumi:Piero Gherardi
Effetti:
Interpreti:Marcello Mastroianni Marcello Rubini, Anita Ekberg Sylvia, Anouk Aimee Maddalena, Yvonne Furneaux Emma, Magali' Noel Fanny, Alain Cuny Steiner, Annibale Ninchi Padre di Marcello, Walter Santesso Paparazzo, Valeria Ciangottini Paola, Audrey Mcdonald Jane, Polidor Il clown, Giuseppe Addobbati, Armando Annuale, Gianni Baghino, Ignazio Balsamo, Lex Barker Robert, Remo Benedetti,
Laura Betti Laura, Ida Bracci Dorati, Adriano Celentano Cantante rock, Enzo Cerusico Fotografo, Giulio Citti Uomo al night, Andrea De Pino, Adele De Rossi, Carlo Di Maggio Toto' Scalise, produttore, Alain Dijon Frankie Stout, Enzo Doria Fotografo, Mino Doro Amante di Nadia, Oretta Fiume, Riccardo Garrone Riccardo, Angela Giavalisco Donna all'aeroporto, Romolo Giordani Uomo al castello, Giulio Girola Dr. Lucenti, Christine Graefeck, Lilly Granado Lucy, Libero Grandi, Nadia Gray Nadia, Maurizio Guelfi Giornalista, April Hennessy Donna in Via Veneto, Gloria Henry Donna in Via Veneto, Nina Hohenlohe Donna al castello, Gloria Jones Gloria, Yamy Kamadeva, Else Knorr, Renee' Longarini Signora Steiner,
Francesco Lori Uomo nella sequenza del miracolo, Mara Mazzanti Donna all'aeroporto, Marta Melocco,
Cesarino Miceli Picardi Signore al dancing, Gianfranco Mingozzi Il pretino, Lucia Modigliani, Adriana Moneta Prostituta, Desmond O'grady Ospite di Steiner, Liana Orfei, Umberto Orsini, Giulio Paradisi Fotografo, Ada Passeri Donna nella sequenza del miracolo, Loretta Pepi, Paola Petrini, Oliviero Prunas,
Gianni Querrel Uomo al night, Anna Maria Salerno Amica della prostituta, Jacques Sernas Il divo, Noel Sheldon Uomo in Via Veneto, Isabella Sodani, Gino Talamo, Thomas Torres Giannelli, Giornalista in ospedale, Teresa Tsao Donna al night, Winie Vagliani, Aldo Vasco, Maria Teresa Vianello Donna all'aeroporto, Antoinette Weynen, Harriet White Edna, segretaria di Sylvie, Angela Wilson Donna in Via Veneto
Produzione:Giuseppe Amato per Riama Cinematografica (Roma) - Pathe' Consortium Cinema (Parigi)
Distribuzione:Bim
Origine:Italia - Francia
Anno:1959
Durata:

178'

Trama:

Marcello è un giornalista che scrive per un rotocalco articoli mondani, in cui figurano fatti e personaggi, noti nell'ambiente di Via Veneto. L'attività professionale ha portato il giornalista ad adottare un sistema di vita molto simile a quello dei suoi personaggi. Così egli passa con indifferenza da una relazione all'altra: mentre convive con Emma non rinunzia ad altre avventure. Ha una temporanea relazione con Maddalena, giovane ricchissima, annoiata della vita, sempre in cerca di sensazioni. L'arrivo di Sylvia, celebre attrice americana, dà occasione a nuove esperienze sentimentali del giornalista. Per dovere professionale Marcello si occupa di una falsa apparizione della Madonna, inventata da due bambini dietro istigazione dei genitori; indi partecipa ad una festa organizzata da alcuni membri della nobiltà che gli dà modo di accertare il basso livello morale di quell'ambiente. Marcello è amico di Steiner, un intellettuale che riunisce nel suo salotto artisti e letterati. La felice vita familiare dell'amico impressiona favorevolmente il giornalista, il quale accarezza l'idea di sposare Emma per iniziare con lei un'esistenza più regolare e tranquilla. Ma egli apprende dopo qualche tempo che Steiner, in una crisi di sconforto, si è ucciso, dopo aver soppresso i suoi due bambini. Per superare l'orrore destato in lui dal tragico fatto, Marcello, si getta, senza alcun ritegno, nel turbine della vita mondana. Dopo un'orgia, che ha lasciato in tutti tedio e disgusto, Marcello incontra per caso sulla spiaggia una giovanetta dallo sguardo limpido e innocente, e cerca invano di capire quanto ella gli dice; un canale li divide e non afferra le sue parole, perciò segue i suoi squallidi amici.

Critica 1:Visto a distanza, col senno del poi, La dolce vita fa figura di spartiacque nel panorama del cinema italiano del dopoguerra. In un certo senso, anzi ne segna la fine, e l'inizio di una nuova epoca. La sua importanza e il suo significato possono essere riassunti in questi punti: 1) rappresentò, nella carriera del suo autore, l'approdo alla maturità espressiva; 2) contribuì a quel rinnovamento dei modi narrativi che fu il fenomeno più vistoso nel cinema degli anni sessanta; 3) ripropose, come già avevano fatto Rossellini prima e Antonioni poi, quel problema del neorealismo e del suo superamento che in quegli anni costituì la cattiva coscienza - e, in qualche caso, il tormento - della critica cinematografica italiana; 4) segnò una svolta fondamentale nella storia della libertà d'espressione in campo cinematografico.
Autore critica:Morando Morandini
Fonte criticaStoria del cinema a cura di Adelio Ferrero
Data critica:

1970

Critica 2:C'è dunque una differenza profonda tra La dolce vita e le altre opere di Fellini, ma è una differenza di quantità, non di qualità. Vi appaiono personaggi di tragedia, vi si agitano passioni dalle proporzioni inconsuete che Fellini non ci aveva mai raccontato, ma a cosa porta tutto questo accumularsi di
materiali nuovi? Sembra che saggiando fino in fondo - su misure mai prima raggiunte - la inconsistenza (la “vanità”) della realtà cosiddetta vera (l'idolo dei realisti, a cui tutto andrebbe sacrificato), Fellini voglia, una volta per tutte, sgombrare il campo dagli equivoci e darci la risposta che più gli sta a cuore, offrirci in forma definitiva, lacerante e incontrovertibile, la sua dichiarazione di fede.La realtà è questo vuoto, questo nulla, questa materialità vacua. Quindi la scintilla del sentimento, la vitalità dello spirito, il vero esistere non può che scoccare nel momento della sconfitta della realtà stessa. La vita dell'anima si accende come un palpito nel momento in cui si rimpiange - attraverso la documentazione agghiacciante della inconsistenza del reale - un bene perduto (Zampanò); ma si accerta ancor più
angosciosamente quando si è giunti attraverso l'esperienza “radicale” della materialità, al fondo dell'abiezione. Allora la vera realtà - il trascendente (finale di La dolce vita) - appare come una folgorazione; irraggiungibile e incomunicabile, ma appare.
Autore critica:Carlo Lizzani
Fonte critica:Il cinema italiano 1895-1979,Editori Riuniti
Data critica:

1980

Critica 3:Federico Fellini (Rimini, 20 gennaio l920) partecipa all'avventura del neorealismo con Roberto Rossellini, di cui è sceneggiatore. Proviene dal giornalismo umoristico, è autore di disegni per i settimanali a fumetti, scrive scenette comiche per la radio. Il cinema lo vede esordire con Luci del varietà (1951), una regía in collaborazione (Alberto Lattuada). Il primo film di cui ha il pieno controllo è Lo sceicco bianco (1952), ambientato nel mondo (attori e lettori) del fotoromanzo. Nei Vitelloni (1953) Fellini rievoca le sue esperienze di giovane provinciale romagnolo, in chiave di nostalgia. Con i tre film che il successo gli consente di realizzare, affronta temi che costituiranno l'ossatura immutabile della sua visione cinematografica: La strada (1954), Il bidone (1955) e Le notti di Cabiria (1957). Se ogni artista possiede una coerenza che trae alimento dalle pulsioni profonde della psiche, Fellini fa della coerenza una sorta di ossessione masochistica, da cui estrae racconti di rigorosa uniformità: il linguaggio del film narra, in una serie di travestimenti, le vicissitudini di un lo infantile alla ricerca consolazioni impossibili (il contatto con la vita è traumatico e non si risolve mai in autentica conoscenza del mondo).
La dolce vita, film di ampie proporzioni, rappresenta il tentativo di mettere ordine nel caos di una autobiografia affidata a storie dall'apparenza oggettiva. Dopo aver fissato in personaggi estranei i fantasmi del proprio inconscio, il regista si proietta direttamente nelle immagini dilatate dello schermo (usa la dimensione “innaturale” del cinemascope), nel gioco dei frammenti organizzati in sequenze discontinue, nella “festa” di una tenera e compiaciuta gratificazione narcisistica. L'autore costruisce accuratamente un “periplo intorno a se stesso”, che produce due conseguenze nelle quali va cercata la ragione della novità di La dolce vita: una provocatoria esaltazione della soggettività e la spavalda invenzione di una realtà autosufficiente. Questo avveniva alla soglia degli anni sessanta, in un cinema come quello italiano che al neorealismo e alla oggettività sociologica aveva immolato tutte le sue vittime sacrificali.
Le tappe del “periplo” sono le seguenti. Il giornalista Marcello, giovanotto intraprendente venuto dalla provincia, è al lavoro, a bordo di un elicottero che trasporta una grande statua di Cristo (sull'inconsueto trasporto dovrà scrivere, appunto, un servizio). La sera, in un night club, è a caccia di notizie per la cronaca mondana (questo giornalista, così poco “vero”, fa di tutto e pare sempre che non faccia nulla: è un fantasma di professionista, ossia una proiezione mascherata dall'autore). Incontra una donna inquieta e annoiata (la quintessenza della noia e della inquietudine: un altro fantasma, come tutti i successivi). Insieme a lei, imbarca sulla macchina una prostituta, che presta loro la sua casa (uno scantinato invaso dall'acqua: scenografia “fiabesca” che sottolinea la coerenza della fantasia) per una notte d'amore fuori del comune. Torna nell'appartamento dove abita (ci abita pochissimo, fedele alle regole di un inesistente giornalismo) e scopre che la donna con cui convive - la dolce, appiccicosa e gelosissima Emma - ha tentato il suicidio. La porta all'ospedale (ambiente stilizzato e “svedese”, altra dimora di fantasmi), la salva. Corre all'aeroporto di Ciampino per accogliere Sylvia, una celebre diva che deve interpretare un film a Roma. La segue alla conferenza stampa (dove, tra l'altro, si ironizza malignamente sul neorealismo), la accompagna in una visita alla cupola di San Pietro. Si ritrova con lei, la notte, in un ristorante alle Terme di Caracalla, e, più tardi, a zonzo per le vie del centro. Fa il bagno con lei - favolosamente pazza - nella fontana di Trevi. Davanti all'albergo in via Veneto è aggredito dall'amante di Sylvia.
Marcello vede un uomo entrare in una chiesa. Gli sembra di conoscerlo. L'uomo è Steiner, un intellettuale che gli concede un'affettuosa amicizia. Nuovo cambiamento di scena. Marcello si è rifugiato in una trattoria sulla riva del mare, per scrivere in pace. Telefona a Emma, la rassicura (lo ha già fatto altre volte, lo rifarà spesso), ed è colpito dalla fresca innocenza della cameriera ragazzina. Un nuovo cambiamento di scena, più “favoloso” (il “periplo” procede in crescendo, sul filo di una eccitazione sempre maggiore). In campagna arrivano Marcello, Paparazzo ed Emma per un servizio: dicono che alcuni bambini hanno “visto” la madonna, molta gente è accorsa a chiedere la Grazia. La notte scoppia un temporale, la folla dei malati si disperde in una confusione indescrivibile, sotto lo sguardo di una televisione straordinariamente efficiente. All'alba, uno dei malati è trovato morto. Rivediamo Marcello e la sua donna in casa di Steiner, a una riunione mondano-intellettuale. Marcello è colpito dalla serenità del suo ospite e dalla dolcezza dell'amore che porta alla moglie e ai due figlioletti. I cambiamenti incalzano. Una sera Marcello incontra in via Veneto il padre venuto dalla provincia a salutarlo. Lo conduce in un tabarin e lo accompagna a casa di una sgualdrinella (patetica, come si conviene a una fantasia autoconsolatoria). Il vecchio si sente male, si vergogna (è una pagina di giusta commozione, svolta nel grigiore di un anonimo interno e di una piazza di periferia), e vuol ripartire subito. Sale il ritmo, si moltiplicano e intensificano le sorprese. Marcello è prelevato da alcuni amici aristocratici e portato in una grande villa dove si celebra la stravaganza di una festa principesca. Si stordisce. Dopo aver furiosamente litigato (è l'ennesima volta) con Emma, si commuove e torna a casa con lei. Una telefonata lo fa accorrere (è la frenetica, infantile esasperazione della fantasia) a casa di Steiner, dove l'amico ha ucciso i bambini e si è suicidato. Assiste, impietrito, all'arrivo della moglie ignara, aggredita da uno stuolo di fotografi. Ultimo cambiamento di scena, il “periplo” sta per concludersi, dopo l'acme della dissipazione, nella (prevista) autocommiserazione. Marcello partecipa a un'orgia in una villa di Fregene, si incarognisce e si umilia. All'alba (un'altra alba, questa volta “purificatrice”) Marcello e i suoi amici scoprono sulla spiaggia un grande pesce mostruoso. Accanto alla riva di un fiumiciattolo la servetta della trattoria fa cenni a Marcello, che la riconosce ma non riesce a sentirla, per il rumore della risacca. Così com'è venuta - apparizione magica - la ragazzina scompare, correndo: inafferrabile, perché così esige la logica del sogno.
Autore critica:Fernaldo Di Giammatteo
Fonte critica:100 film da salvare, Mondadori
Data critica:

1978

Libro da cui e' stato tratto il film
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