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Salvador - Salvador

Regia:Oliver Stone
Vietato:No
Video:Multivision, Fonit Cetra Video
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:Mass media
Eta' consigliata:Scuole medie superiori
Soggetto:Richard Boyle, Oliver Stone
Sceneggiatura:Richard Boyle, Oliver Stone
Fotografia:Robert Richardson
Musiche:Georges Delerues
Montaggio:Claire Simpson
Scenografia:
Costumi:
Effetti:
Interpreti:James Belushi, James Woods, John Savage, Michael Murphy, Elpidia Carrillo
Produzione:Inter Ocean Film Sales
Distribuzione:Non reperibile in pellicola
Origine:Usa
Anno:1984
Durata:

120'

Trama:

Nel 1980, il giornalista quarantaduenne Richard Boyle, dopo essere stato abbandonato dalla moglie Claudia e in piena crisi coi colleghi di lavoro che non hanno più fiducia in lui, decide di lasciare la California e recarsi nel Salvador dove la vita (a suo parere) è facile e dove tutto è permesso. Porta con sé l'amico Rock, sconclusionato e fallito come lui. Giunti sul posto però le cose non stanno come credeva Richard: in Salvador incalza la guerriglia popolare e la guardia nazionale di estrema destra, armata dagli Stati Uniti di Reagan, semina morte e violenza dappertutto con protervia e cinismo estremo. Richard si pone subito contro i soldati e contro i suoi stessi connazionali, che li sostengono e li giustificano, affermando la sua teoria della vera democrazia del rispetto dell'autonomia e della dignità del popolo salvadoregno, rischiando più volte di essere ucciso con l'amico Rock. Egli, che vuole fotografare le brutalità compiute dai militari e scrivere articoli sui loro misfatti, si allea con un altro fotoreporter, John Cassady, ancora più idealista e temerario di lui: a superare pericoli ed insidie di ogni tipo è costretto, suo malgrado, ad aiutarli Rock, il quale vorrebbe tornare in America ma non può. Richard ritrova Maria, una giovane donna del posto che lui aveva già incontrato, e capisce di amare sul serio sia lei che i suoi due bambini: decide di portarli via da quell'inferno e di stabilirsi con loro in America. Ma la situazione precipita: viene assassinato nella cattedrale l'arcivescovo Romero, che aveva osato proclamare la solidarietà della Chiesa col popolo in lotta contro la prepotenza armata dei militari. Anche quattro suore vengono stuprate ed uccise barbaramente da sicari mandati dai dirigenti di estrema destra. L'ambasciatore americano, Thomas Kelly, non può fare nulla per arginare la situazione. La guerriglia sembra trionfare per un po' e i soldati, temporaneamente abbandonati dagli americani, hanno la peggio: ma le armi arrivano di nuovo e il popolo salvadoregno è costretto a soccombere. Nel Salvador oppresso altro sangue, altre ingiustizie, altri soprusi vengono perpetrati senza che nessuno possa far nulla. Un fratello di Maria, Carlos, viene trucidato dalla guardia nazionale; John viene ucciso da una raffica di mitra mentre sta per scattare delle foto sensazionali. Richard riesce a procurare documenti falsi alla sua donna e ai bambini e ad arrivare con loro in America: finalmente liberi e lontani da ogni incubo. Purtroppo è solo un'illusione: la polizia americana, forse avvisata da qualcuno, scopre Maria e i suoi bambini e li rimanda nel loro paese e Richard, che tenta di opporsi a ciò, viene arrestato per resistenza alla forza pubblica.

Critica 1:Fotoreporter quarantenne fallito lascia San Francisco per il Salvador, tirandosi dietro un amico puttaniere come lui. Entra in contatto con la guerriglia e incontra un temerario collega che muore tra le sue braccia. Ispirato a un personaggio reale, forte, serrato, coinvolgente, è il più aspro tra i film americani sul Terzo Mondo, quello che denuncia con maggior vigore le complicità di Washington con i regimi militari nell'America Centrale.
Autore critica:
Fonte criticaIl Morandini - Dizionario dei film, Zanichelli
Data critica:



Critica 2:Se il riferimento possibile era Urla del silenzio, Oliver Stone lo spazza subito via, con quella rovente battuta su Sydney Schanberg, che mentre i khmer invadevano la Cambogia “prendeva cocktail al grand hotel”. Sì, Richard Boyle non è un giornalista che frequenta i cocktail, e se lo fa rimedia soltanto figuracce e insulti. Richard Boyle è un irregolare, uno che arriva in Salvador senza una lira e che deve farsi prestare rullini per la macchina fotografica dal più fortunato collega Joh Cassady (“tanto paga Newsweek”) e questa è una frase che tutti no giornalisti - con diverse testate si capisce - abbiamo prima o poi detto o sentito).
Detto che Boyle e il suo amico Doc sono due pezzenti, la sostanza di Salvador cambia in qualche modo? Secondo noi, sì, e sensibilmente. Perché il film si sposta subito su un piano rigorosamente privato. Ci spieghiamo: Boyle si fionda in Salvador promettendo scoop a destra e a manca, ma in realtà vuole solo fuggire una vita oscena (la moglie che l'ha lasciato, il padrone di casa - nero! - che lo perseguita, per non parlare di Doc a cui il canile ha ammazzato un cane assai più fedele della moglie) e tentare di recuperare un'umanità perduta (tutto sommato l'incontro con Maria, l'amore per lei sono per Boyle più importanti delle sbornie e delle puttane a basso prezzo). Ovviamente, è del tutto secondario che tali tratti psicologici rispondano all'autentica 1 personalità di Richard Boyle, vero e giornalista alle cui avventure il film si ispira. Addirittura, si possono perdonare a Boyle e Stone le inesattezze storiche di cui il film è cosparso (anche se far accadere, nel giro di pochi giorni, l'elezione di Reagan e l'uccisione dell'arcivescovo Romero è una licenza un po' eccessiva). Il film non è un reportage (anzi, semmai il suo difetto è di sembrare di tanto in tanto un reportage), è una sorta di incubo ad occhi aperti vissuto da due individui costantemente sopra il livello di guardia psichico. Certo, la sensazione è che Stone e non abbia saputo andare fino in e fondo, nel trasformare il Salvador in un luogo dell'anima. Il film ha degli sbalzi notevolissimi, e soprattutto delle incongruenze macroscopiche (ad esempio, non è mai veramente spiegato per quale motivo Boyle si trascini dietro Doc, al di là dell'amicizia e, diciamo così, della necessità narrativa di dare una “spalla” a James Woods). (...) Va ricordato, comunque, che Salvador trova la propria, vera forza nel prologo e nel finale (anch'esso incongruo, ma drammaturgicamente azzeccato). La topaia infernale in cui vive Boyle, il canile/lager dove Doc cerca il suo cane trovano un efficace parallelo nel due poliziotti (chicanos!) che fermano Maria sul pullman che la sta portando a Los Angeles. “Qui puoi fare tutto, basta avere i soldi”, le aveva appena detto Richard. Invece (e questo è il vero cuore dei film) gli Stati Uniti, terra della libertà, si rivelano specularmente uguali al Salvador degli squadroni della morte. Il finale pare una citazione rovesciata dell'happy ending di Urla del silenzio. Là il cambogiano amico degli americani sembrava essere, per questo solo motivo, l'unica vittima dei khmer ad avere diritto di salvarsi; qui, essere amica di un americano (di quel l'americano!) non serve a nulla. Anche gli Stati Uniti, sembra voler dire Stone, hanno esaurito la loro spinta propulsiva.
Autore critica:Alberto Crespi
Fonte critica:Cineforum n. 262
Data critica:

3/1987

Critica 3:
Autore critica:
Fonte critica:
Data critica:



Libro da cui e' stato tratto il film
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