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Giochi proibiti - Jeux interdits

Regia:René Clément
Vietato:No
Video:Biblioteca Panizzi
DVD:
Genere:Drammatico
Tipologia:I bambini ci guardano, La guerra
Eta' consigliata:Scuole medie inferiori; Scuole medie superiori
Soggetto:Tratto dal romanzo "Jeux inconnus" di François Boyer
Sceneggiatura:Jean Aurenche, Pierre Bost, F. Boyer, R. Clément
Fotografia:Robert Juillard
Musiche:Adattamenti musicali di Narciso Yepes
Montaggio:Robert Dwyre
Scenografia:Paul Bertrand
Costumi:
Effetti:
Interpreti:Brigitte Fossey (Paulette), Georges Poujouly (Michel Dollé), Amédée (Francis Gouard), Laurence Badie (Berthe Dollé), Suzanne Coural (la signora Dollé), Lucien Hubert (il signor Dollé), Jacques Marin (Georges Dollé), Louis Santève (il parroco), André Wasley (il signor Gouard)
Produzione:Silver Films
Distribuzione:Cineteca Nazionale
Origine:Francia
Anno:1952
Durata:

84’

Trama:

Sulle rive di un placido corso d’acqua un bambino e una bambina leggono una storia. È il giugno del 1940. Un gruppo di civili sta fuggendo dalla città verso la campagna, in mezzo ai bombardamenti. I genitori della piccola Paulette vengono falciati da una raffica aerea. La bimba, che ha appena cinque anni, stringe al petto il suo cagnolino morto. Vagando per le campagna, incontra Michel Dollé, figlio di contadini, che la porta a casa sua. Ascoltando gli adulti, la piccola si interroga sul significato della morte. Dopo aver dato sepoltura al suo cagnolino, costruisce insieme a Michel un piccolo cimitero per animali, rubando le croci da quello degli uomini. Dopo essersi impadroniti della croce del fratello maggiore di Michel, appena sepolto, e aver provocato il litigio tra il signor Dollé e l’odiato vicino Gouard, i due vengono scoperti. Proprio in quei giorni arrivano i gendarmi a reclamare la piccola orfana, che sarà costretta a lasciare la casa dei Dollé e a entrare in un orfanotrofio. Il bambino e la bambina finiscono di leggere la loro storia.

Critica 1:La morte è il tema che segna l’intero film. La storia si apre infatti con l’uccisione dei genitori della protagonista, uccisi dalla mitragliatrice di un aereo mentre cercano di proteggere la piccola, portatasi allo scoperto per inseguire il suo cagnolino. Anche la bestiolina viene ferita mortalmente e da questo momento inizia per Paulette il confronto con l’idea della fine. Intorno a sé la protagonista non trova altro che morte e malattia. Infatti, a casa dei Dollé, la famiglia di contadini che la accoglie, ella dovrà misurarsi con l’infermità del primogenito, tragicamente ferito da un cavallo e condannato a non sopravvivere. A guidare Paulette nel suo percorso di conoscenza c’è Michel, di qualche anno più grande di lei, col quale stabilisce una profonda amicizia. È accanto a lui che la bambina apprende la notizia della sepoltura dei genitori in una fossa comune e riceve il suggerimento di seppellire anche il proprio cagnolino. Ma, soprattutto, è insieme a Michel che Paulette elabora l’idea di costruire un cimitero per gli animali della campagna.
Il ritrovamento delle bestioline morte e l’allestimento della loro ultima dimora diventa così un vero e proprio gioco per i due bambini. Un gioco che viene a occupare il loro intero immaginario. La morte diventa una vera e propria ossessione per Michel, che inizia a uccidere gli animali per poterli poi seppellire. Atteggiamento non condiviso da Paulette: la piccola non vuole che l’amico uccida neppure gli scarafaggi, limitandosi a raccogliere le creature già morte, come la talpa con cui hanno iniziato la loro raccolta.
Attraverso il loro gioco i bambini elaborano un percorso di crescita autonomo, una personale risposta a un mondo degli adulti caratterizzato dalla violenza e dall’indifferenza nei confronti dei più piccoli. Se è vero, infatti, che Paulette viene da Parigi, la città attaccata e occupata dai tedeschi, il luogo in cui si avverte in modo più tragico la presenza della guerra, neppure in campagna ci si può sottrarre agli effetti tremendi provocati dal conflitto. Lo stesso mondo contadino, già di per sé duro con i suoi abitanti, risente in modo decisivo della guerra. Vedi la morte del fratello di Michel, cui il medico del luogo non ha potuto prestare soccorso dato il suo impegno con i feriti dei bombardamenti. La situazione circostante, inoltre, che produce un’ulteriore scarsità di beni materiali, non fa altro che peggiorare i già precari rapporti tra la famiglia Dollé e la famiglia Gouard. Un rancore inestinguibile che ha una sola prospettiva di speranza nell’amore, carnale ma tenero, che unisce la giovane Berthe Dollé al figlio di Gouard, tornato a casa dal fronte.
Il film descrive un mondo degli adulti impietoso e indifferente. Come testimoniato non soltanto dal contesto storico che determina il dramma iniziale di Paulette, ma anche dalle relazioni umane che avvengono all’interno della famiglia Dollé, dove le attenzioni verso la piccola orfana si limitano a garantirle la pura sussistenza e dove Paulette, alla luce di una serie di fatti in cui i problemi si sommano ai problemi, finisce ben presto per essere un peso di cui liberarsi alla prima occasione.
Autore critica:Umberto Mosca
Fonte criticaAiace Torino
Data critica:



Critica 2:(...) La morte, indubbiamente, la fa da padrona in Giochi proibiti. La piccola protagonista ne fa la conoscenza all'inizio, quando i suoi genitori vengono mitragliati dall'aeeo tedesco sul ponte (un ponte che non è un passaggio: on c'è un al di là, nonostante i blandi sforzi del cappellano del villaggio di definire una dimensione trascendente, c'è solo la condizione di essere vivi e quella, subito dopo, di non esserci più). I genitori sono morti, ed anche il cane. La bimba è più stupita che spaventata o addolorata, e forse sente più dolore per la morte del cane che per quella dei genitori; o per lo meno, per lei, creature umane e animali sono unificati dallo stesso fenomeno, la perdita di movimento e di calore. Subito dopo il decesso dei suoi, Paulette tocca la guancia della madre; e quando seppellisce il cane lo tocca e poi tocca la sua guancia, rilevando nell'animale stecchito l'assenza di calore (toccando più tardi i pulcini che le ha portato l'amichetto Michel, esclama: «Oh, come sono cadi!»). La morte è anche una presenza oggettiva. Voglio dire che se tutto nel film è visto con l'ottica dei bambini (la macchina da presa è a settanta centimetri dal suolo, all'altezza di uno sguardo infantile: lo fa rilevare lo stesso regista), in alcuni casi siamo noi spettatori a renderci conto come il rapporto vita/morte sia precario. Come nel caso in cui osserviamo Georges, il figlio maggiore dei Dollé, costretto a letto per il calcio ricevuto nel ventre dal cavallo fuggiasco, che segue con lo sguardo insonne una farfalla notturna che gira attorno alla fiamma di un lume fino a bruciarsi. Siamo noi e lui e basta, in quel momento, i ragazzi dormono, non sono in scena. il giocare con la morte e con la sua conseguenza (il seppellimento) è il `lavoro' dei due piccoli protagonisti. I quali non fanno distinzioni, non ci sono gerarchie nella morte: l'importante è che le creature senza vita vengano seppellite sottoterra, «per farle restare insieme, così non si annoiano» e «così non si bagnano». Il gioco resta innocente ma ai nostri occhi assume significati terribili quando i due ragazzi, per dare compagnia agli abitanti del loro cimitero privato, sono disposti a togliere la vita a creature vive, come i pulcini. E gli insetti: Michel fa piombare il pennino della sua penna su uno scarafaggio, infilzandolo mentre imita il rumore di uno Stukas in picchiata (ma a questo Paulette si ribella: «Non ucciderlo!»). E ancora un gioco di bambini lo sconfinamento nel fantastico nella bella scena in cui Michel prende la talpa morta e la seppellisce per far compagnia al cane di Paulette:
- Prenderemo altri animali, poi metteremo delle croci. Qui se ne trovano un sacco, di talpe. - E di gatti.
- Istrici, lucertole.
- Cavalli, vacche.
- Serpenti a sonagli.
- Leoni.
- Tigri.
- Persone (e qui il respiro di Paulette si fa affannoso, i due ragazzi si guardano in silenzio, come schiacciati dall'idea).
Loro si limitano a rubar croci dal cimitero dei ‘grandi', ma questi ultimi i morti cristiani li procurano davvero. «Il primo, gioco proibito è la guerra », ha detto Clément. Sono giochi tristi, inadatti alla loro età, proibiti, quelli dei ragazzi, ma mimano una realtà concreta, il gioco della guerra. «Non sono stato io, è stata la bomba», risponde Michel a Paulette che lo rimprovera di aver inchiodato col pennino lo scarafaggio. Non sono loro a giocare con la morte, sono gli adulti.
Pamphlet contro la guerra, ma non soltanto. Passaggio dal risentimento dei film bellici o resistenziali in chiave ‘realistica' ad una forma di meditazione pacata sul fenomeno, il film appare oggi, con tanta acqua passata sotto i ponti, interessante soprattutto per il modo indiretto di parlare di certe cose all'epoca ritenute importanti (la guerra) e per il modo durissimo, nonostante le tonalità grottesche, di parlare di cose reputate secondarie (il mondo contadino e quello degli adulti), a suo tempo considerate schematiche e poco accettabili.
Al di là dell'attacco frontale, diciamo così, in merito al rapporto fra i giochi dei piccoli e i giochi dei grandi, Clément e i suoi sceneggiatori (il cui ruolo è determinante) svolgono un discorso più sottile, meno evidente, sull'argomento vita/morte. L'amore, la nascita, la morte sono aspetti legati fra loro, spesso compresenti. Ambedue le volte che vediamo la figlia dei Dollé (la famiglia che ha ospitato Paulette) fare all'amore con il figlio dei Goaurd, i vicini di casa, si sente il rumore di aerei che passano e la non troppo lontana esplosione di bombe. E ambedue le volte gli amanti sono disturbati dai due bambini che vanno a seppellire pulcini o a rubare croci. E nella colonna sonora tutte e due le volte la chitarra di Narciso Yepes intona il famoso tema di terzine, legato ogni volta al tema della morte (A proposito della musica. Per tanto tempo molti l'hanno reputata originale mentre è detto chiaro, nei titoli di testa, che il chitarrista spagnolo Yepes ha curato solo gli adattamenti musicali. I temi sono diversi, ma quello che ha più rilievo è quello delle terzine: si tratta di una vecchia ‘copia' spagnola, utilizzata fra l'altro, nel 1941, come serenata di Tyrone Power a Linda Darnell in Sangue e arena).
Un altro momento interessante, a proposito di coesistenza vita/morte, è quello in cui Michel insegna l'Ave Maria a Paulette. Le hanno detto che bisogna prgare per i morti, ma lei non lo sa fare. Arrivata a «Benedetto il frutto del tuo ventre, Gesù», la bambina chiede: «Cos'è il ventre?», e Michel risponde: «Dev'essere dove mio fratello è stato ferito», al che Paulette riprende la preghiera così: «Benedetto il frutto del tuo ventre ferito». Accusato di fare della polemica antireligiosa («palese nella descrizione del carattere superficiale del prete, nella assoluta assenza in tutti i personaggi della comprensione più elementare dei valori religiosi, nella sequenza della confessione»: Nino Ghelli in «Bianco e Nero», settembre-ottobre 1952), Giochi proibiti è reputato per reazione, dal suo autore, un ‘film religioso. «Molti affermano che io ho abbassato il simbolo della Croce ad un gioco, ad un semplice divertimento di bimbi. Ma è sufficiente che appena si approfondisca l'osservazione per rendersi conto del contrario: la mia polemica è proprio rivolta, esplicitamente, contro quegli adulti che riducono la religione ad un puro simbolo esteriore - ad un gioco, appunto». Ha ragione lui: se Michel, invitato a dire qualche preghiera per suo fratello che sta per morire, incrocia insieme Pater e Ave Maria, e poi prosegue borbottando parole indistinte, gli adulti non se ne accorgono nemmeno, a loro basta un suono che assomigli alla preghiera. All'anima del sentimento religioso: ec è evidente che non è la religione in quanto tale sotto accusa bensì i cosiddetti ‘praticanti'. Gli adulti, appunto. La loro meschinità e la loro ignoranza, guerra o pace che sia. Siamo all'aspetto 'secondario' che si rivela oggi, determinante nel giudicare il risultato. Gli adulti: la famiglia che accoglie Paulette, la famiglia dei vicini, il prete del villaggio, persino le signore della Croce Rossa che accolgono la piccola orfana alla stazione, mettendole al collo un cartello col nome «Paulette Dollé» che sembra uno di quelli che i due bambini utilizzavano come lapidi nelle loro sepolture. Eppure Paulette era rinata dai Dollé, e con quel nome aveva detto di chiamarsi, aveva ricevuto un nuovo battesimo; ma partire è morire un po'. L'infanzia è oppressa, tradita, uccisa dagli adulti, i quali sono degli spergiuri (il padre di Michel promette di non consegnare Paulette ai gendarmi ma poi si rimangia la parola). Ottusi ed egoisti, gli adulti mimano dal canto loro, con i loro ridicoli litigi, la guerra fra i popoli: e, significativamente, i due capofamiglia rivali si azzuffano al cimitero e cadono avvinghiati dentro una fossa. (…)
Autore critica:Ermanno Comuzio
Fonte critica:Cineforum n. 319
Data critica:

11/1992

Critica 3:
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